Grano senza trasparenza e festival dell’inflazione nel silenzio di Coldiretti

Dopo i fatti accaduti in camera di commercio a Bari e Foggia, in cui i prezzi del grano sono stati modificati al ribasso per oltre 30 euro a tonnellata, appare ancora più evidente la necessità di formare un prezzo unico nazionale e, soprattutto, serve dare seguito ai contenuti della risoluzione della commissione agricoltura del Senato della scorsa legislatura al fine di difendere la nostra Sovranità Alimentare e la trasparenza di mercato. Inflazione e speculazione stanno prendendo il sopravvento e assistiamo al doppio sciacallaggio su produttori e consumatori. E’ necessario ricorrere a prezzi amministrati. Vitale il ruolo della CUN.

Il duro colpo al Made in Italy non avviene solo con la carne sintetica o la farina di insetti. Ci sono altri nervi scoperti nella difesa dei nostri produttori e consumatori.

Grano senza trasparenza

Il caso del grano senza trasparenza di mercato, nonostante una risoluzione nel cassetto, è emblematico di un malessere del mondo agricolo che si trascina da anni, favorendo solo speculazioni di mercato ed inflazione.

Da un pò di tempo stiamo assistendo a tanta patriottica propaganda politica a difesa della tradizione gastronomica nazionale e della Sovranità Alimentare. Abbiamo addirittura intitolato un ministero! Ma le azioni di difesa, suggerite da Coldiretti, non vanno tutte nella giusta direzione!

Sul grano, materia prima alla base di tutta la dieta mediterranea, perchè Coldiretti tace, pur sapendo che nel cassetto c’è da tempo una risoluzione parlamentare?

Dal governo abbiamo appreso l’adozione di misure ispirate al “principio di precauzione” perchè non ci sono evidenze scientifiche sui possibili effetti dannosi dovuti al consumo di cibi sintetici. Ma sul grano importato dall’estero, senza controlli e pieno di contaminanti, sia pure sotto i limiti, perchè il governo non adotta lo stesso principio di precauzione?

Perchè la Commissione unica nazionale – CUN Grano che doveva garantire la trasparenza di mercato nelle quotazioni è stata bloccata da circa sei mesi? Eppure esiste una normativa che istituisce il principio di trasparenza, una normativa vitale in un momento in cui si impongono prezzi amministrati sia dei prodotti finiti che delle materie prime e semilavorati!

Perchè la risoluzione approvata da tutte le forze politiche (non votata solo a causa dell’interruzione della scorsa legislatura), non viene riproposta integralmente al governo?

Le associazioni di categoria dovrebbero sollecitare adeguatamente il ministero al fine di ripristinare con urgenza la Commissione unica nazionale, e le altre misure, così da evitare il doppio sciacallaggio su produttori e consumatori italiani.

L’inazione politica e sindacale su questo tema sta producendo grossi problemi ai produttori e consumatori, nonostante i pronunciamenti dei tribunali riguardo le dubbie quotazioni delle borse merci locali (Sentenza TAR Puglia).

VOLANO I PREZZI DI PANE E PASTA

Mentre le quotazioni del prezzo del grano crollano,  non si assiste ad una diminuzione del prezzo della semola o della pasta che, al contrario, hanno subito un’impennata negli scaffali dei supermercati. Con evidente danno per i consumatori costretti a pagare, secondo Assoutenti  1,95 euro un chilo di pasta e 4,7 euro un chilo di pane.

Gli speculatori non possono nascondersi solo dietro l’aumento dei costi energetici!

L’Unione Nazionale consumatori ha elaborato i dati Istat per calcolare l’inflazione media provvisoria del 2022. Nella top ten dei rincari ci sono proprio i prodotti alimentari: se in media una famiglia italiana nel 2022 ha speso 513 euro in più rispetto al 2021, nelle classi di spesa la voce pane e cereali che include pane, pasta, farina e riso, fa vincere la classifica dei rincari, con una spesa aggiuntiva di 100 euro rispetto al 2021, a fronte di un’inflazione media del 10,9%. L’esborso può superare i 700 euro per una coppia con due figli.

C’è insomma chi specula più del dovuto sull’aumento dei prezzi e sulla crisi delle famiglie, che vedono erodere il loro potere di acquisto, in assenza di trasparenza dei mercati all’origine. A causa dello sciacallaggio e della speculazione indisturbata, sono costretti a consumare cento euro in più all’anno per portare in tavola pane e pasta! Sono proprio pane e pasta a svuotare le tasche degli italiani.

La pasta 100% grano italiano costa dai 3 euro in su mentre il grano 100% italiano è sceso in meno di 6 mesi da 0,58 euro/kg a 0,36 euro/kg circa 10 volte in meno il prezzo della pasta 100% italiana.

La tesi degli industriali

“La corsa dei prezzi al dettaglio è causata principalmente dal caro-bollette, dal caro-benzina e dalla crisi delle materie prime iniziata ben prima della guerra in Ucraina. A tali fattori si aggiungono i nuovi rialzi dei listini determinati dal conflitto in atto”.

Ma se questa è la tesi degli industriali perchè il grano cala e la pasta sale?

Se l’Italia importa il 64% del grano tenero per il pane e i biscotti e le quotazioni di grano mondiale scendono, perchè non scende il prezzo del pane e dei biscotti?

Struttura dei costi di produzione di pasta fresca

Le aziende pastaie individuano come prima voce di spesa quella legata all’acquisto delle materie prime di base, in primis semole e farine, ma anche carni, verdure e pesce utilizzati per le paste fresche ripiene. In media, in base alle risposte degli operatori, il costo delle materie prime incide per il 36% sul totale degli oneri di produzione, con valori massimi fino al 60%.
Il costo del personale pesa per un altro 29%, al netto però dei contributi previdenziali. Seguono i costi legati all’acquisizione dei materiali di confezionamento e imballaggi, la cui incidenza relativa raggiunge il 12%, e gli oneri previdenziali con un altro 12% di quota. I costi energetici, scorporati nelle due sottovoci (elettricità e energia termica) coprono nel complesso l’11% del totale.
Il costo del personale impiegato per la produzione, se calcolato al lordo degli oneri previdenziali, rappresenta la voce più rilevante con il 41%, superiore di 5 punti percentuali all’incidenza delle materie prime.

Sul tema inflazione in altri Paesi, soprattutto in Francia, è cominciato un dibattito pubblico tra produttori e distribuzione su chi abbia la responsabilità di questo andamento anomalo. In Italia il dibattito non è nemmeno cominciato e si rischia prima o poi lo scoppio di una rivolta dei consumatori e dei produttori. Sarebbe necessario, quindi, ricorrere ai prezzi amministrati per un paniere di beni indispensabili di cui le famiglie non possono fare a meno.

I dati Istat

Il vero rischio e che l’anno prossimo nessuno semini grano. I produttori non ce la fanno più a coprire gli elevati costi di produzione stimati in circa 1300 euro ad ettaro. E le loro associazioni di categoria, salvo qualche eccezione, sono completamente assopite!

Nel 2023 è diminuito del 3,2% il numero di aziende agricole che hanno deciso di seminare grano duro. E’ quanto emerge dall’indagine Istat pubblicata pochi giorni fa sulle intenzioni di semina. Il dato è stato ricavato su un campione di 15 mila aziende agricole. Eppure le esportazioni di pasta italiana sono cresciute del 5,1% nel 2022 in volume e del 31% in valore. Ma se la superficie scende e i consumi e prezzi dei prodotti finiti crescono, come mai il prezzo del grano si abbassa? E’ evidente a tutti che è in atto l’ennesima speculazione!

Coldiretti tace

Per Coldiretti non esiste nessun problema di trasparenza sul grano duro. Eppure dalle riunioni Cun si evince facilmente chi è stato più refrattario al cambiamento. Le uniche preoccupazioni di questa associazione sono relative alla siccità del nord e alle conseguenze sul grano tenero.

Ecco il comunicato diramato il 16 marzo scorso:

se non dovesse piovere in mod soddisfacente nel mese di marzo (dopo è troppo tardi) si rischia una perdita del 30% del grano tenero”.

ed ecco quello di A. Pasini (CAI) del 22 marzo 2022:

“Il costo della pasta, che si produce con il grano duro, non dovrebbe risentire al momento di particolari rialzi causati dal rincaro delle materie prime, a differenza di pane, biscotti o farine, prodotti derivati da grano tenero, che potrebbero risentire della guerra. Occorre ricordare però che il costo del grano tenero incide solo per il 10% sul prezzo del pane, che risente invece fortemente dei rincari di energia, carburante, imballaggi, trasporti”.

Ora se è vero che il grano tenero rappresenta la materia prima da cui si ricava la farina per la panificazione, i dolci, i biscotti e la pizza, è altrettanto vero che il grano duro da origine alla famosa pasta e al famoso pane che sono alla base della nostra dieta mediterranea.

Possibile che un sindacato che a parole professa di avere a cuore il destino dei consumatori ora che è al governo Meloni (con almeno dieci parlamentari) non faccia nulla di concreto?

PASTA: +38% NON È COLPA DI PRODUTTORI

Un commento

  1. E’ come con la benzina: i prezzi salgono velocemente ma poi sono inelastici quando si tratta di abbassarli quando le condizioni del mercato petrolifero sono cambiate. I beni di prima necessità come pasta e pane sono giusto esempi la cui domanda è inelastica: si é costretti comunque a comprarli per vivere. E’ evidente la speculazione. Vogliono abituarci a prezzi alti. Ed il Governo cosa fa?

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