La pasta italiana non vive di ambiguità: una risposta a Casillo e a Coldiretti

Secondo Casillo: “la pasta è buona non perchè è fatta di grano italiano”. Ma i consumatori preferiscono pasta al 100% con grano italiano.

Che la pasta italiana sia il simbolo del Made in Italy nessuno lo mette in dubbio. Il punto è un altro: di quale Made in Italy stiamo parlando? Di quello che nasce dalla valorizzazione delle materie prime nazionali, del lavoro agricolo del Mezzogiorno e della trasparenza verso i consumatori? Oppure di quello che si limita a trasformare in Italia grandi quantità di grano importato, per poi rivendere il prodotto finito sotto l’etichetta rassicurante dell’italianità?

Le parole dell’imprenditore Casillo, secondo cui “la pasta è buona non perchè è fatta di grano italiano” e secondo cui i pastai italiani si distinguerebbero da secoli per la capacità di miscelare i migliori grani del mondo, meritano una risposta chiara. Non per negare la storia industriale della pastificazione, ma per smascherare una narrazione che oggi rischia di diventare un alibi economico, culturale e politico.

La qualità non è una formula astratta

Nessuno sostiene seriamente che basti scrivere “italiano” su una materia prima per ottenere automaticamente qualità. Ma è altrettanto vero che non esiste qualità senza origine, senza controlli coerenti, senza trasparenza e senza rapporto con il territorio. Dire che non c’è un collegamento diretto tra materia prima italiana e saper fare italiano significa ridurre il grano a una commodity indistinta, intercambiabile, priva di identità. Questa impostazione tende a valorizzare la logica dell’approvvigionamento globale e della miscelazione, che nel mercato attuale premia soprattutto efficienza industriale e costo della materia prima.

Eppure i consumatori italiani sembrano pensarla diversamente. Non è un caso se la pasta prodotta con 100% grano italiano ha un valore percepito maggiore e intercetta una domanda crescente di trasparenza. E’ un prodotto premium price. Non si tratta di folklore o di sentimentalismo patriottico. Si tratta di una domanda precisa: sapere da dove viene il grano, come è stato prodotto, quale filiera lo ha trasformato e quale livello di affidabilità offre rispetto a produzioni di provenienza mista, spesso indicate con formule vaghe e poco comprensibili come UE/NON UE.

Questa affermazione non affronta però una questione decisiva: perchè una quota crescente dei consumatori ricerca pasta ottenuta con 100% grano italiano? La risposta riguarda trasparenza, percezione della qualità, fiducia nella filiera e desiderio di conoscere con precisione l’origine della materia prima.

Globalizzazione agricola e perdita di sovranità

La verità è che la globalizzazione in agricoltura ha prodotto una perdita progressiva di sovranità alimentare. Non una modernizzazione neutrale, ma uno spostamento del potere economico e decisionale lontano dai territori e dai produttori. Il grano duro del Mezzogiorno, che dovrebbe essere un asse strategico dello sviluppo agricolo nazionale, viene trattato come una variabile subordinata alle logiche del commercio internazionale, dei grandi importatori e delle convenienze industriali.

Intanto il settore agricolo continua a essere raccontato con il linguaggio dell’autocelebrazione. Si esaltano i numeri dell’export agroalimentare, si magnificano i successi della pasta italiana nel mondo, si costruisce un racconto trionfale che nasconde un dato scomodo: una parte rilevante di quell’export si regge su filiere che non sono affatto autosufficienti sotto il profilo della materia prima. E allora la domanda diventa inevitabile: si può parlare seriamente di Made in Italy quando la base agricola del prodotto viene in larga misura dall’estero, anche in forza di accordi commerciali (CETA, Mercosur, etc) che, a nostro avviso, hanno accentuato la dipendenza dall’estero?

La risposta, per chi ha a cuore la dignità della filiera agricola e il diritto dei consumatori alla verità, non può che essere problematica. Il Made in Italy non può ridursi al luogo in cui si realizza l’ultima trasformazione industriale. Se fosse così, la componente agricola diventerebbe irrilevante. E invece è proprio la materia prima a definire la credibilità di una filiera e a generare valore. Resta però aperto un punto essenziale.

Il grano duro del Mezzogiorno non va celebrato a parole, ma valorizzato nei fatti

Il riscatto del Mezzogiorno passa anche, e forse soprattutto, dalla valorizzazione trasparente delle sue materie prime. Il grano duro ne è l’emblema. Non può essere ridotto a una piccola nicchia da raccontare nelle brochure, mentre il grosso del mercato continua a muoversi su logiche di miscelazione opaca e di compressione del valore agricolo.

Se davvero si vuole invertire la rotta, bisogna puntare a riportare il tasso di approvvigionamento nazionale a livelli coerenti con il fabbisogno interno, al netto degli scambi commerciali. Non è una battaglia autarchica, ma una battaglia di equilibrio, sicurezza e razionalità. Un Paese che rinuncia progressivamente alla propria base agricola in nome del vantaggio immediato di mercato diventa un Paese più fragile, più esposto, più ricattabile. Del resto, l’attuale instabilità geopolitica ce lo dimostra chiaramente.

La trasparenza è la vera battaglia

Gli strumenti per cambiare non mancano. Il primo è la trasparenza radicale.

Occorre:

rafforzare i sistemi di tracciabilità con marcatori affidabili;

rendere le etichette più chiare e meno elusive;

indicare ai consumatori elementi sostanziali sulla qualità della materia prima;

aprire il tema, troppo spesso rimosso, del livello dei residui e dei contaminanti.

Chi si oppone a una trasparenza di questo tipo, in realtà, sta difendendo non il consumatore, ma l’opacità del mercato. Un consumatore informato è un consumatore che sceglie; un consumatore lasciato nell’ambiguità è un consumatore che subisce.

Perchè la linea di Coldiretti è insufficiente

Anche per questo appare limitata e in parte fuorviante la proposta di protestare davanti agli stabilimenti di Casillo, come suggerisce Coldiretti Puglia, nel silenzio dei vertici nazionali. E’ una linea che punta all’effetto mediatico, ma che difficilmente sposta i rapporti di forza veri in tutta la filiera italiana. Non basta presidiare i cancelli per spuntare accordi di filiera “vincolanti e pluriennali” vantaggiosi per i propri associati in Puglia se poi non si mette mano alle regole che consentono il permanere dell’opacità, della dipendenza strutturale dalle importazioni e della svalutazione del grano nazionale.

Il bersaglio non è solo l’industria di trasformazione, e non è neppure il singolo importatore, per quanto centrale possa essere il suo ruolo nel mercato. Il bersaglio vero è un sistema normativo e politico che consente tutto questo, che parla di sovranità alimentare ma ne svuota il significato pratico.

Per questo sarebbe molto più utile che Coldiretti Nazionale (sollecitata da Coldiretti Puglia) manifestasse davanti al Parlamento, chiamando in causa la responsabilità della politica nazionale ed europea. E’ lì che va posta la domanda essenziale: perchè i consumatori italiani non hanno diritto a una sovranità alimentare piena, fatta di trasparenza, valorizzazione della produzione nazionale e informazione corretta in etichetta? Perchè gli indirizzi parlamentari delle risoluzioni non vengono rispettati dal governo?

Basta propaganda: serve una scelta di campo

La crisi del grano non si affronta con gli slogan, con le passerelle o con le ritualità della protesta simbolica. Si affronta scegliendo da che parte stare.

Si può stare dalla parte di una filiera globalizzata che considera il grano una massa anonima da miscelare secondo convenienza, e che usa l’italianità come marchio commerciale finale.

Oppure si può stare dalla parte dei produttori agricoli, dei consumatori informati e di una idea esigente di Made in Italy, nella quale la qualità della pasta non venga separata dalla dignità della materia prima e dalla verità dell’etichetta.

Noi scegliamo questa seconda strada.

Per questo dissentiamo dalla tesi di Casillo. E per questo riteniamo insufficiente la linea di Coldiretti Puglia. La prima difende il paradigma della miscela globale come normalità. La seconda, sebbene sollecitata dalla base, rischia di trasformare il disagio agricolo in rappresentazione, senza incidere davvero sul nodo di fondo attraverso i rappresentanti nazionali del sindacato.

Il nodo di fondo è uno solo: senza trasparenza sulla materia prima, senza valorizzazione del grano duro nazionale e senza una battaglia politica per la sovranità alimentare, la pasta italiana rischia di restare italiana solo nel marketing.

E questo, per chi difende insieme agricoltori e consumatori, non basta più. 

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