Ci sono frasi che non sono solo sbagliate. Sono rivelatrici.
Quando, durante la trasmissione In Onda su La7, il giornalista Stefano Feltri ha liquidato il mondo agricolo con l’espressione “quei quattro agricoltori rimasti non servono a niente”, non ha semplicemente pronunciato una battuta infelice. Ha condensato, in poche parole, un pregiudizio profondo e molto diffuso nelle élite urbane, finanziarie e mediatiche: l’idea che l’agricoltura sia un residuo del passato, un settore assistito, un fastidio corporativo, un costo da contenere più che una struttura da difendere.
È una tesi comoda. Ma è una tesi falsa.
E poiché è falsa, va smontata punto per punto.
Il mito tossico degli “aiuti agli agricoltori”
La prima operazione da fare è sfatare il mito su cui si regge questa retorica: l’idea che gli agricoltori vivano di sussidi e che la PAC sia, da quarant’anni, una rendita regalata a chi coltiva.
La verità è molto diversa.
Una quota enorme del valore generato dall’agricoltura non resta a chi produce la materia prima. Viene assorbita a valle, nelle fasi della trasformazione, della commercializzazione, della distribuzione, del marketing, della finanza di filiera. E sotto l’ombrello rassicurante dell'”agroalimentare” si consuma spesso un gigantesco trasferimento di risorse dal primario all’industria.
Il problema non è che gli agricoltori prendano troppo. Il problema è che gli agricoltori prendono troppo poco, mentre altri drenano troppo valore.
È il vecchio gioco delle tre carte:
- si chiamano “aiuti all’agricoltura” misure che in realtà rafforzano l’industria di trasformazione;
- si esaltano i record dell’export agroalimentare, dimenticando che l’86% del valore esportato è prodotto industriale;
- si tace sul fatto che il comparto agricolo italiano continua a peggiorare nella bilancia commerciale, mentre quello industriale si rafforza.
E poi si punta il dito proprio contro chi, dentro questo sistema, è l’anello più fragile.
Colpevolizzare il mondo agricolo è comodo. Ma è anche profondamente disonesto
Feltri sostiene che il clima ci presenta il conto anche perché l’agricoltura è tra i settori che inquinano di più e che hanno ridotto meno le emissioni rispetto agli anni ’90.
Qui serve rigore.
L’agricoltura, certo, ha un impatto ambientale. Nessuno lo nega. Ma trasformare questo dato in una colpevolizzazione generalizzata del mondo agricolo significa ignorare tre evidenze.
Primo. L’agricoltura è uno dei pochi settori che lavora direttamente dentro i cicli della natura e che subisce, in modo immediato, gli effetti del cambiamento climatico. Chi coltiva è contemporaneamente parte del problema e, soprattutto, vittima diretta della crisi climatica.
Secondo. Gli agricoltori non controllano il contesto in cui sono costretti a produrre:
- prezzi compressi,
- costi crescenti,
- sindacati dormienti,
- reti idriche inefficienti,
- politiche pubbliche incoerenti,
- importazioni incontrollate che abbassano gli standard e svalutano la materia prima nazionale.
Terzo. Quando si scarica ogni responsabilità sul primo anello della filiera, si dimentica che l’agricoltore è quello che sopporta già tutto:
- il clima,
- il rischio biologico,
- i costi energetici,
- il credito,
- la logistica,
- il mercato.
Eppure resta il soggetto meno remunerato e meno protetto.
Non sono inutili: sono essenziali per la sicurezza degli approvvigionamenti
In una fase storica segnata da:
- tensioni commerciali internazionali,
- guerre in corso,
- instabilità delle rotte,
- rallentamento degli scambi,
- crescente volatilità dei mercati delle materie prime,
definire inutili gli agricoltori non è solo arrogante. È pericoloso.
Gli agricoltori sono essenziali ai fini della sicurezza degli approvvigionamenti.
Quando un Paese perde la propria base produttiva agricola, perde molto più di qualche punto di PIL. Perde la capacità di garantire continuità, qualità e autonomia nell’accesso al cibo. Diventa più esposto agli shock esterni. Più dipendente dalle importazioni. Più vulnerabile ai ricatti di mercato.
L’Italia già oggi non è autosufficiente su molte materie prime. E in alcune filiere strategiche — come quella cerealicola — la dipendenza dall’estero è crescente. In questo scenario, svilire il ruolo della produzione nazionale è una forma di irresponsabilità intellettuale.
Non si capisce nulla della fase storica se non si comprende questo punto: l’agricoltura non è un settore marginale. È una infrastruttura di sicurezza nazionale.
La produzione nazionale ha riflessi anche sulla bilancia sanitaria
C’è poi un aspetto che gli pseudo-intellettuali da talk show ignorano quasi sempre: il rapporto tra materie prime importate, qualità alimentare e salute pubblica.
Quando si svaluta la produzione nazionale e si accetta che una quota crescente del nostro fabbisogno venga coperta da derrate estere senza adeguati controlli tossicologici, non si sta facendo solo una scelta commerciale. Si stanno producendo effetti anche sulla bilancia sanitaria del Paese.
La domanda è semplice:
- quante patologie,
- quante intolleranze,
- quante alterazioni del profilo alimentare nazionale sono collegate a un sistema che privilegia l’importazione opaca e la trasformazione industriale rispetto alla valorizzazione trasparente della materia prima italiana?
La sola celiachia, secondo le valutazioni più volte richiamate nel dibattito pubblico, pesa per oltre un miliardo di euro ogni quattro anni sul bilancio sanitario. E questo dato non esaurisce affatto il problema, perché esistono molte altre intolleranze e sensibilità alimentari che meritano attenzione.
Ridurre tutto a “non sussidiare gli inquinatori” è una semplificazione che sfiora la caricatura. Una politica agricola seria dovrebbe invece interrogarsi sul rapporto tra qualità delle produzioni, importazioni, controlli analitici e salute dei cittadini.
Non è vero che gli agricoltori sono solo fonte di emissioni
Secondo gli ultimi dati Eurostat, nel 2023 l’agricoltura ha generato circa l’ 11,8% delle emissioni totali di gas serra nell’ Unione Europea. Il monitoraggio riguarda principalmente metano (CH₄), protossido di azoto (N₂O) e ammoniaca (NH₃) legati agli allevamenti industriali e all’uso di fertilizzanti. Ma è del tutto evidente che l’ 88,2% delle emissioni proviene da settori diversi dall’agricoltura.
Chi parla dell’agricoltura solo come fonte di emissioni dice quindi una verità a metà. E una verità a metà, soprattutto in materia ambientale, diventa facilmente una falsità intera. L’agricoltura non emette soltanto: attraverso la fotosintesi cattura anidride carbonica, produce ossigeno, immagazzina carbonio nella biomassa e nei suoli, contrasta il degrado ambientale e presidia il territorio.
Gli agricoltori fanno anche manutenzione del territorio
Chi considera inutili “quei quattro agricoltori rimasti” dimostra di non capire un’altra cosa fondamentale: la funzione territoriale dell’agricoltura.
Un agricoltore non produce solo derrate. Presidia il territorio. Mantiene i suoli vivi. Riduce l’abbandono. Contiene il rischio di incendi. Tiene in ordine reti minori, fossi, campi, versanti. Rende abitabile il paesaggio rurale. E lo sviluppo dell’ agriturismo ne è una conferma.
Quando i terreni vengono abbandonati perché diventano economicamente marginali, gli effetti sono evidenti:
- aumentano gli incendi,
- crescono frane e smottamenti,
- si accelera la desertificazione,
- si perde presidio umano,
- si svuota il tessuto rurale e tanti piccoli comuni dell’entroterra chiudono.
E allora la domanda da fare non è se servano quegli agricoltori. La domanda giusta è: cosa succede quando non ci sono più?
La risposta la conosciamo già. E non è rassicurante.
Il vero rischio: sostituire la dieta mediterranea con il menù delle multinazionali
C’è un ultimo punto che andrebbe detto con grande chiarezza.
Quando si svaluta il ruolo strategico dell’agricoltura nazionale, quando si riduce il produttore a comparsa folcloristica o a “inquinatore sussidiato”, si prepara il terreno a una sostituzione silenziosa ma radicale:
- meno agricoltura vera,
- meno materie prime nazionali,
- più dipendenza da filiere globali,
- più trasformazione industriale standardizzata,
- più potere alle multinazionali del cibo.
E quando quei “quattro agricoltori” non ci saranno più, la dieta mediterranea — quella vera, fondata sulla qualità delle materie prime, sulla stagionalità, sulla territorialità — sarà sostituita dal menù delle multinazionali, fatto di dipendenza, omologazione e sempre minore trasparenza.
Questa non è nostalgia rurale. È realismo geopolitico, economico e sanitario.
Non servono battute. Servono rispetto e politiche serie
Il mondo agricolo non ha bisogno di compassione. Ha bisogno di verità.
Ha bisogno che si smetta di raccontare la favola degli agricoltori privilegiati e sussidiati, mentre:
- i prezzi all’origine restano bassi,
- i costi crescono,
- il clima aggrava tutto,
- il reddito si comprime,
- le importazioni aumentano,
- le piccole aziende chiudono,
- i terreni si abbandonano.
Gli agricoltori non sono inutili. Sono indispensabili.
Sono indispensabili:
- per la sicurezza degli approvvigionamenti,
- per la sovranità alimentare,
- per la salute pubblica,
- per la manutenzione del territorio,
- per la tenuta economica e sociale delle aree rurali.
Chi non lo capisce può anche fare audience in televisione. Ma non sta leggendo la realtà. La sta deformando.
E oggi, più che mai, il Paese non ha bisogno di chi deforma la realtà. Ha bisogno di chi la difende. Anche nei campi.


🚜 *IL DRAMMA DELL’AGRICOLTURA ITALIANA* 🇮🇹💡 _Dall’assistenzialismo passivo alla dignità dell’impresa: perché il settore primario è un’infrastruttura di sicurezza nazionale_
Chi svaluta la produzione agricola dimostra una profonda incultura politica ed economica. La storia parla chiaro: nessuna grande potenza industriale è mai esistita senza una base agricola solida e autonoma! 🏛️Dagli Stati Uniti alla Germania, fino alla Francia e al Giappone, la forza manifatturiera poggia sempre *su un settore primario efficiente.*
Al contrario, la storia del Novecento insegna che la pianificazione burocratica e il disinteresse per la terra sono stati tra i fattori determinanti del collasso dell’URSS nel 1991, a causa dei continui fallimenti dei piani quinquennali agricoli 📉
*Oggi l’agricoltura italiana non ha bisogno di elemosina o ammortizzatori sociali, ma di politiche industriali di filiera ⚙️* Purtroppo, il dibattito contemporaneo soffre l’assenza di maestri dell’economia agraria della statura di Arrigo Serpieri, Manlio Rossi-Doria, Mario Bandini, Giuseppe Medici o Giovanni Marcora: figure capaci di concepire il fondo agricolo non come un bacino di assistiti, ma come un’impresa produttrice di reale valore! 🌾
❓ *Perché la tesi dell'”Inutilità dell’Agricoltura” è Tecnicamente Falsa*
Le recenti uscite mediatiche — che liquidano gli agricoltori come un residuo improduttivo o un costo per la collettività — poggiano su grave ignoranza economico-scientifica:
⚖️ *SBILANCIAMENTO DELLA CATENA DEL VALORE*
L’80% del margine economico generato dall’agroalimentare viene assorbito da GDO e industria di trasformazione. Il produttore primario sopporta il 100% del rischio biologico e climatico, prendendo solo le briciole!🌱
*CONTABILITÀ AMBIENTALE PARZIALE*
Colpevolizzare l’agricoltura per le emissioni significa ignorare il ciclo del carbonio: i campi coltivati fungono da assorbitori naturali di $CO_2$ tramite la fotosintesi. Senza i campi, il bilancio ecologico crollerebbe!🛡️ *MANUTENZIONE CONTRO IL DISSESTO*
L’abbandono dei terreni moltiplica i costi pubblici per frane, alluvioni e incendi. L’agricoltore è il primo custode a costo zero del nostro territorio e del paesaggio! ⛰️
🩺 *SALUTE E BILANCIA SANITARIA*
Importare materie prime senza i nostri rigidi controlli fitosanitari espone i cittadini a rischi e svuota le casse della sanità pubblica. La qualità del cibo italiano è la nostra prima medicina! 🍏🌍
*Dai Modelli Esteri le Soluzioni Concrete per l’Italia*
Per restituire dignità e valore al mondo agricolo servono riforme strutturali dell’offerta, guardando a chi lo fa già con successo:
🇪🇸 Spagna (Ley de la Cadena): Divieto tassativo di acquisto sotto i costi di produzione e tracciabilità dei contratti ex-ante!
🇨🇦 Canada (Marketing Boards): Contrattazione collettiva obbligatoria: l’offerta si unifica e i prezzi si decidono prima della semina!
🇳🇿 Nuova Zelanda (Fonterra): Aggregazione totale in cooperative di proprietà degli agricoltori per controllare il mercato e redistribuire i profitti!
🇳🇱 Olanda e Belgio (OP): Fondi europei destinati solo a chi si aggrega, eliminando la frammentazione dell’offerta!📢 CONCLUSIONEL’agricoltura italiana non è un problema assistenziale da gestire con i soliti “bonus elettorali”, ma una questione di sovranità e sicurezza nazionale
*🇮🇹Difendere chi lavora la terra significa proteggere la nostra autonomia alimentare, il territorio e la salute delle future generazioni. Chi deforma questa realtà per fare audience dimostra solo di essere lontano dal Paese reale! ✊*
Avv.Leonardo Pinto – Matera