Il cambiamento climatico non è più una minaccia futura. È una realtà presente che sta già riscrivendo i conti economici dell’agricoltura italiana. Ondate di calore, siccità prolungate, precipitazioni irregolari, eventi estremi, desertificazione, stress idrico, cali di resa e maggiori costi di adattamento non sono più eccezioni: stanno diventando il nuovo contesto ordinario in cui l’agricoltore è costretto a lavorare.
Il problema è che, mentre il clima cambia rapidamente, le politiche agricole cambiano lentamente. E spesso continuano a parlare la lingua della normalità, proprio quando la normalità non esiste più.
Il Senato, attraverso un’indagine conoscitiva, afferma che l’agricoltura italiana è già dentro una crisi climatica strutturale e che, senza monitoraggio serio, adattamento territoriale, gestione dell’acqua, tutela del suolo e strumenti previsionali, il sistema agricolo — soprattutto nel Mezzogiorno — diventerà più fragile, meno produttivo e più esposto all’abbandono.
Il clima colpisce tutti, ma non colpisce tutti allo stesso modo
Quando si parla di cambiamento climatico in agricoltura, si tende a usare un linguaggio generico. Ma l’impatto non è uniforme. Colpisce tutte le filiere, certo, ma colpisce in modo più duro chi parte già da una posizione di debolezza.
E in Italia la posizione di maggiore fragilità è quella del Mezzogiorno agricolo, dove il rischio climatico si sovrappone a:
• redditi più bassi,
• strutture aziendali più fragili,
• minore capacità di investimento,
• accesso al credito più difficile,
• infrastrutture idriche e logistiche spesso insufficienti,
• maggiore esposizione all’abbandono dei terreni.
Il risultato è che il cambiamento climatico non è solo un problema ambientale. È un fattore di accelerazione delle disuguaglianze territoriali.
Il grano duro come emblema della crisi climatica
Se c’è una coltura che rappresenta tutto questo, è il grano duro.
Il grano duro è il simbolo produttivo del Mezzogiorno. È presidio economico, sociale, ambientale e identitario di vaste aree della Puglia, della Basilicata, del Molise, della Campania, dell’Abruzzo e della Sicilia. Ma è anche una coltura sempre più esposta a:
• stress idrico,
• sbalzi termici,
• instabilità delle rese,
• peggioramento qualitativo in alcune annate,
• costi crescenti per mantenere standard produttivi accettabili.
L’agricoltore sopporta il clima, ma non può trasferirne il costo lungo la filiera. Qui sta il punto decisivo: il rischio climatico resta a monte, il valore economico si concentra a valle.
Quando le rese calano o si fanno più incerte, non cala il prezzo della pasta al supermercato. Cala il margine del cerealicoltore. Quando serve più organizzazione, più monitoraggio, più strumenti assicurativi, più innovazione, il costo ricade sul produttore. Eppure il produttore resta il soggetto meno remunerato e meno protetto.
Una crisi climatica che si somma a una crisi di sistema
Per questo il cambiamento climatico, nel grano duro, non può essere letto isolatamente. Si innesta su una crisi già in atto:
• prezzi alla produzione bassi,
• costi di produzione elevati,
• pagamenti diretti PAC ridotti,
• dipendenza crescente dalle importazioni,
• strumenti di tutela deboli,
• sindacati sonnolenti,
• monitoraggio dei costi fermato,
• CUN contestata e ancora oggetto di ricorso.
Il clima non crea da zero la crisi del comparto. La rende più rapida, più profonda e più difficile da governare.
Quando un sistema è già sbilanciato contro chi produce, ogni stress aggiuntivo — idrico, termico, sanitario, logistico — diventa esplosivo.
Abbandono dei terreni: il segnale più grave
C’è un indicatore che racconta meglio di tanti altri la gravità della situazione: l’abbandono dei terreni. Un terzo dei terreni coltivabili è abbandonato, ma nessuno ne parla. AGEA stima oltre 3 milioni di ettari.
Quando un agricoltore smette di coltivare, non stiamo assistendo solo a una scelta individuale. Stiamo vedendo l’effetto di un sistema che ha smesso di essere sostenibile.
L’abbandono produce:
• perdita di reddito agricolo,
• perdita di presidio territoriale,
• maggiore esposizione a incendi e dissesto,
• desertificazione economica oltre che ambientale,
• concentrazione fondiaria nelle mani dei soggetti più forti (commercianti, industriali e criminalità organizzata).
Un terreno non coltivato non è solo una superficie improduttiva. È un pezzo di territorio che esce dalla comunità agricola e si avvicina all’instabilità ecologica e sociale.
La risposta sbagliata: adattarsi da soli
Negli ultimi anni il messaggio implicito rivolto agli agricoltori è stato questo: adattatevi. Innovate. Siate competitivi. Siate resilienti.
Ma chiedere a un piccolo o medio cerealicoltore di adattarsi da solo a shock climatici strutturali è, semplicemente, una forma elegante di abbandono istituzionale.
Perché adattarsi significa:
• investire in tecnologie,
• modificare rotazioni e pratiche,
• sostenere costi assicurativi,
• fronteggiare maggiore variabilità,
• assorbire annate negative,
• sopravvivere finanziariamente nel tempo.
Tutto questo non può essere scaricato solo sull’azienda agricola, soprattutto in un contesto in cui i margini sono già erosi, la restrizione della concorrenza è palese e il potere contrattuale è minimo.
Una PAC alternativa deve partire da qui
Se vogliamo parlare di una PAC alternativa come risposta alla crisi agricola, dobbiamo dirlo con chiarezza: una PAC seria, coerente con l’art. 39 TFUE, non può limitarsi a distribuire aiuti astratti o premiare solo chi è già strutturato.
Deve riconoscere che il cambiamento climatico:
• altera la produttività,
• destabilizza i mercati,
• comprime il reddito,
• mette a rischio la sicurezza degli approvvigionamenti,
• rende più fragile il rapporto tra agricoltore e consumatore.
E quindi deve rispondere in modo coerente ai suoi stessi obiettivi di trattato.
Per il grano duro questo significa almeno cinque cose
1. Sostegno diretto al reddito agricolo nelle aree più esposte
Il Mezzogiorno cerealicolo non può essere trattato come una periferia produttiva sacrificabile. Se il rischio climatico colpisce più duramente chi coltiva grano duro nel Sud, allora servono misure dirette, non solo incentivi indiretti di filiera.
La proposta Granosalus di € 800/ha per il grano duro del Mezzogiorno va letta anche in questa chiave: come misura di riequilibrio climatico, territoriale e sociale.
2. Monitoraggio reale dei costi di produzione
Non si governa una crisi climatica senza sapere quanto costa produrre in un contesto che cambia. Il monitoraggio Ismea dei costi di produzione andava rafforzato, non bloccato. Senza dati, il produttore resta cieco e la politica agricola resta retorica.
3. Tutela della qualità e dell’origine
Quando il clima mette sotto stress il grano nazionale, cresce il rischio che la filiera compensi con maggiori importazioni, spesso mascherate dentro la retorica del Made in Italy. Per questo servono strumenti seri di verifica:
• marcatori analitici,
• isotopi stabili,
• mappatura genomica,
• controlli sostanziali sull’origine.
Difendere il grano italiano sotto stress climatico significa impedire che la sua difficoltà venga usata come alibi per sostituirlo silenziosamente con materia prima estera.
4. Difesa del suolo agricolo
Il suolo agricolo non può essere trattato come una riserva passiva, disponibile per ogni altra funzione economica. In un’epoca di cambiamento climatico, il suolo coltivato è una infrastruttura strategica nazionale. L’abbandono, la desertificazione e la sottrazione di superfici produttive devono diventare un tema centrale di politica agricola.
5. Riequilibrio dei rapporti di forza nella filiera
Il rischio climatico, da solo, è già enorme. Se si somma a una filiera sbilanciata, diventa insostenibile. Non basta aiutare l’agricoltore a produrre meglio. Bisogna metterlo nelle condizioni di non essere l’unico a pagare il costo dell’adattamento climatico.
Cambiamento climatico e bilancia sanitaria
C’è anche un punto di cui si parla troppo poco: il rapporto tra cambiamento climatico, qualità delle derrate e costi sanitari.
Un’agricoltura più stressata, più esposta, più dipendente da importazioni, più soggetta a volatilità qualitativa non può essere valutata solo in termini di resa o di export. Bisogna domandarsi:
• quale qualità nutrizionale e sanitaria arriva al consumatore,
• quale effetto hanno le importazioni di derrate con profili diversi,
• quale costo sociale e sanitario può produrre una filiera sempre meno controllata nella sostanza.
Non si può parlare di politica agricola senza parlare anche di salute pubblica.
Il punto politico vero
Il cambiamento climatico obbliga a scegliere. O si usa questa crisi per riconfigurare la politica agricola attorno al reddito, al territorio e alla sovranità alimentare, oppure si continuerà a governare il declino con qualche tavolo tecnico (dove alcuni sedicenti sindacalisti amano dormire), qualche fondo a bando e molti comunicati stampa.
La differenza tra queste due strade è semplice:
• nella prima, l’agricoltore viene trattato come soggetto strategico;
• nella seconda, viene trattato come variabile da accompagnare verso la marginalità.
Granosalus rifiuta la seconda strada.
Conclusione
Il cambiamento climatico non è una parentesi, né un capitolo accessorio da inserire nei documenti istituzionali. È il nome attuale della crisi agricola, soprattutto nel Mezzogiorno. E il grano duro è il punto in cui questa verità si vede con maggiore chiarezza.
Se davvero vogliamo un’agricoltura capace di resistere, adattarsi e restare produttiva, allora serve una PAC alternativa. Non una PAC che amministri l’impoverimento. Una PAC che lo contrasti. Non una PAC che protegga il valore solo quando arriva alla trasformazione. Una PAC che difenda il valore quando è ancora nei campi.
Se davvero vogliamo un’agricoltura capace di resistere, adattarsi e restare produttiva, il Mipaaf deve smettere di finanziare l’agroindustria, facendo finta di dare risorse agli agricoltori. Gli industriali ce l’hanno già un loro ministero: si chiama Ministero delle Imprese e del Made in Italy.
Perché se il grano duro del Mezzogiorno crolla, non crolla solo una coltura. Crolla un pezzo di sovranità agricola italiana.

