Ogni volta che il Governo annuncia nuove misure per l’agricoltura, il copione è sempre lo stesso: conferenze, comunicati, parole altisonanti sulla sovranità alimentare, promesse di rilancio del settore primario, narrazione ottimistica sul sostegno al reddito agricolo. Poi si leggono i testi. E nei testi, puntualmente, si scopre che dietro la scenografia resta poco o nulla per chi la terra la lavora davvero.
È il caso anche delle misure contenute nel provvedimento ribattezzato “Coltiva Italia“. Letto senza propaganda, il documento non autorizza affatto a dire che esistano misure certe e dirette a favore dei produttori di grano duro. Autorizza invece a dire una cosa diversa, e molto più scomoda: che siamo di fronte soprattutto a promesse future, rinviate a decreti attuativi, e a crediti d’imposta per le imprese industriali della trasformazione.
Il trucco della politica agricola: annunciare oggi, rinviare a domani
Il primo blocco della misura riguarda il Fondo per la sovranità alimentare.
La dotazione viene incrementata:
• di 30 milioni di euro per il 2026
• e di 40 milioni di euro per il 2027
In più, vengono autorizzate ulteriori spese:
• 100 milioni di euro per il 2027
• 150 milioni di euro per il 2028
• 50 milioni di euro per il 2029
A sentirlo raccontare, sembrerebbe un intervento robusto e immediato.
Ma quando si legge il contenuto (Misure Coltiva Italia), si scopre che non viene assegnato alcun aiuto diretto al produttore di grano duro. Si parla genericamente di:
• aumento della produzione agricola nazionale,
• rafforzamento delle filiere produttive locali,
• tutela delle aree interne,
• incremento della produttività e della competitività,
• sostegno alle colture strategiche, ma deficitarie (i dati ISMEA 2024 ci indicano le colture dove siamo più deficitari: grano tenero (-72%), legumi secchi (-68%), mais (-60%), frutta in guscio (-59%), orzo (-46%), grano duro (-43%), patate (-28%), olio d’oliva (-25%), etc).
Tutte espressioni rassicuranti, ma ancora una volta prive di un diritto certo, immediato ed esigibile per chi coltiva grano duro.
Il punto decisivo sta nel fatto che tutto viene rinviato a uno o più decreti ministeriali futuri, adottati di concerto con altri ministeri e previa intesa in Conferenza Stato-Regioni. In altre parole: i soldi sono stanziati, ma per i produttori non esiste ancora una misura concreta, definita, accessibile, verificabile. Perchè gli aiuti riguardano tutte le filiere, non solo il grano.
È il solito schema della politica agricola contemporanea: si annuncia il contenitore, si rinvia il contenuto.
La misura più precisa? Non va agli agricoltori, ma ai trasformatori
Se poi si guarda alla disposizione più dettagliata del provvedimento, il quadro diventa ancora più chiaro.
L’articolo dedicato al frumento prevede un contributo sotto forma di credito d’imposta. Ma chi sono i beneficiari?
Non i produttori agricoli. Non le aziende che coltivano grano duro. Non i cerealicoltori del Mezzogiorno.
Il beneficiario è l’impresa del settore agroalimentare che opera la trasformazione dei prodotti agricoli. Vale a dire: l’industria.
Il credito d’imposta viene riconosciuto alle imprese della trasformazione che abbiano stipulato nuovi contratti di filiera con imprese attive nella produzione di frumento italiano, per investimenti effettuati nel 2027 in:
• nuovi macchinari,
• impianti,
• attrezzature,
• attività di ricerca.
Le intensità del beneficio sono progressive:
• 20% per contratti triennali,
• 30% per contratti superiori a tre anni e fino a quattro,
• 40% per contratti superiori a quattro anni e fino a cinque.
Quindi la misura certa, definita e quantificata del Coltiva Italia non è un sostegno al reddito del produttore. È un incentivo fiscale per chi trasforma, a condizione che stipuli contratti di filiera.
Il produttore agricolo resta, ancora una volta, sullo sfondo
Qui è necessario essere chiari.
Il cerealicoltore, da questo impianto, non riceve direttamente:
• né un contributo per ettaro;
• né un aiuto automatico al reddito;
• né una compensazione per i costi di produzione;
• né un sostegno universale legato alla coltivazione del grano duro.
Riceve, forse, un beneficio indiretto, se e solo se:
• riesce a entrare in una filiera,
• trova un trasformatore disposto a contrattualizzare alle proprie condizioni capestro,
• rientra nei requisiti dei futuri decreti attuativi,
• e se l’industria sceglie davvero di trasferire a monte una parte del vantaggio ricevuto.
Ma qui sta il punto politico fondamentale: un beneficio indiretto non è un sostegno diretto al reddito.
Ed è esattamente su questo equivoco che si regge molta propaganda ministeriale e sindacale: far passare per aiuto ai produttori ciò che, in realtà, è un aiuto alla parte forte della filiera. Questo purtroppo accade anche perchè spesso si dorme ai tavoli ministeriali.
La trappola delle filiere chiuse
C’è poi un secondo problema, altrettanto serio. Le misure vengono costruite attorno alla logica della filiera contrattualizzata. A prima vista sembra una scelta ordinata, moderna, “di sistema”. Ma nella realtà agricola del grano duro italiano questa impostazione è profondamente selettiva e anche anticoncoorenziale.
Perché non tutti i produttori entreranno nelle filiere.
Anzi, la verità è l’opposto: una parte minoritaria dei produttori potrà essere ricompresa nei contratti strutturati, mentre una larga parte del mondo agricolo — soprattutto le piccole e medie aziende, le aziende familiari, i cerealicoltori più esposti — resterà fuori.
E quando il sostegno pubblico premia soprattutto chi è già dentro relazioni forti con l’industria, non sta correggendo le asimmetrie della filiera: le sta consolidando.
Questo è il punto che troppi fanno finta di non vedere. Le filiere, se costruite male, non sono uno strumento di emancipazione agricola. Possono diventare uno strumento di selezione oligarchica del produttore meritevole, a vantaggio dei soliti soggetti forti e in danno della massa dei cerealicoltori.
Nessuna garanzia sul prezzo, nessuna garanzia sul reddito
Il documento dice che i contratti di filiera devono indicare il prezzo o i criteri per determinarlo, la programmazione delle quantità, i tempi di consegna, i requisiti qualitativi, i meccanismi di condivisione del rischio e di valorizzazione delle produzioni.
Bene. Ma tutto questo non equivale affatto a dire che il produttore agricolo riceverà un prezzo equo o remunerativo. Altrimenti ci sarebbe stata la corsa a sottoscrivere i contratti, quando invece gli agricoltori scappano da questa tenaglia.
Il testo non dice:
• che il prezzo debba coprire i costi medi di produzione;
• che una quota del credito d’imposta debba essere trasferita al produttore;
• che il contratto debba garantire un margine minimo agricolo;
• che il cerealicoltore debba essere protetto dalla compressione dei prezzi all’origine.
In sostanza, il vantaggio fiscale va all’industria. E non c’è alcun meccanismo vincolante che garantisca che quel vantaggio si trasformi in reddito vero per chi coltiva.
Questo è il cuore del problema.
La grande assente: la piccola agricoltura del grano duro
Il provvedimento parla di sovranità alimentare, ma trascura il soggetto che più dovrebbe essere rafforzato se davvero si volesse recuperare sovranità e messa in coltura di circa 3,7 milioni di ettari abbandonati: la piccola e media agricoltura cerealicoltura.
È la stessa agricoltura che oggi:
• soffre i prezzi bassi all’origine,
• sopporta costi di produzione in crescita,
• non riesce ad accedere facilmente al credito,
• non sempre può entrare nelle filiere organizzate,
• e sta assistendo alla progressiva marginalizzazione del proprio ruolo economico, con il risultato di abbandonare i terreni.
Quando si parla di grano duro, soprattutto nel Mezzogiorno, si parla di una coltura strategica che non può essere difesa con strumenti pensati principalmente per la trasformazione industriale. E’ questo il vizio genetico di chi governa insieme ai sindacati.
Difendere il grano duro significa difendere il reddito del cerealicoltore, non solo la capacità del trasformatore di acquistare nuovi impianti, e magari centri di stoccaggio per conservare grano straniero da nazionalizzare.
Sovranità alimentare o marketing istituzionale?
Qui bisogna avere il coraggio di porre una domanda politica.
Si può davvero parlare di sovranità alimentare quando:
• non si finanzia direttamente il produttore,
• si rinvia tutto ai decreti attuativi,
• si costruiscono incentivi fiscali per i trasformatori,
• e si lasciano irrisolti i nodi strutturali del settore, a cominciare dal prezzo, dai costi e dalle importazioni?
La risposta è no.
Questa non è sovranità alimentare. È marketing istituzionale della sovranità alimentare.
Si usa il linguaggio della difesa nazionale delle produzioni, ma poi si costruiscono strumenti che rafforzano soprattutto chi sta a valle della filiera, non chi la rende possibile nei campi.
Cosa servirebbe davvero al grano duro
Se si volesse davvero intervenire a favore del comparto, le priorità sarebbero altre:
• aiuto diretto per ettaro al grano duro del Mezzogiorno, come proposto da Granosalus nel position paper per gli 800 euro/ha;
• monitoraggio trasparente dei costi di produzione, da riattivare in forme partecipate dopo lo stop del TAR sul provvedimento Ismea;
• revisione della CUN del grano duro, con sede a Foggia, rappresentanza vera e fine delle distorsioni attuali;
• controlli sostanziali sulle importazioni e sulla nazionalizzazione cartolare del grano straniero;
• valorizzazione del grano nazionale di qualità mediante marcatori analitici, isotopi stabili e mappatura genomica; (Coldiretti dovrebbe indicarci in quale parte del Coltiva Italia è stato inserito l’emendamento sbandierato sui social)
• misure universalistiche o comunque accessibili, e non costruite solo per chi è già dentro filiere selettive.
Questa sarebbe una politica coerente con l’art. 39 TFUE, cioè con l’obiettivo di garantire un tenore di vita equo alla popolazione agricola.
Conclusione: non misure per il grano duro, ma misure attorno al grano duro
Il giudizio finale, quindi, è netto.
Dal testo del Coltiva Italia non si può affermare seriamente che esistano misure certe e dirette a favore dei produttori di grano duro.
Si può affermare, invece, che:
• esistono stanziamenti programmatici rinviati a futuri decreti;
• esiste una misura fiscale certa a favore delle imprese della trasformazione;
• si insiste su una logica di filiere contrattualizzate che rischia di lasciare fuori gran parte dei produttori;
• manca un intervento immediato, diretto e generalizzato sul reddito agricolo cerealicolo.
Insomma: non misure per il grano duro, ma misure attorno al grano duro.
Ed è proprio questa la ragione per cui Granosalus continuerà a dire che il Mezzogiorno cerealicolo non ha bisogno di altri slogan, di altri tavoli, di altri annunci differiti. Ha bisogno di una cosa molto più semplice e molto più seria: reddito, regole giuste e rispetto per chi produce.

