L’idea di un movimento identitario agricoltori-consumatori potrebbe essere una risposta politica e culturale alla “remigrazione” del grano?
C’è un’immagine che, negli ultimi anni, è tornata con una certa frequenza nelle cronache di filiera: tonnellate di grano importato, sbarcate in un porto italiano, che diventano “grano italiano” prima ancora di arrivare al mulino. Non per magia, ma per carta. Si chiama “nazionalizzazione” ed è la pratica — accertata più volte dalla magistratura — con cui un chicco coltivato all’estero, magari in aree con pratiche agronomiche più intensive e profili di contaminazione più alti, acquisisce un’identità italiana attraverso operazioni documentali che ne cambiano l’origine senza cambiare la sostanza.
Fin qui, la denuncia è nota. Granosalus la porta avanti da anni, e oggi ha trovato un primo, significativo riscontro istituzionale nell’interrogazione presentata il 16 luglio 2026 dalla Senatrice Aloisio, che chiede al Governo di valutare l’utilizzo dei marcatori analitici — DON, glifosato, cadmio — come strumenti di verifica dell’origine effettiva del grano dichiarato “100% italiano”. Non si escludono anche altre sostanze come la furosina o altri metodi come la mappatura genomica che abbiamo già utilizzato nella pasta Senatore Cappelli.
Ma c’è una domanda che merita di essere posta, e che finora è rimasta in sottofondo: e se la risposta non venisse solo dalle istituzioni, ma dagli stessi cittadini?
Il corto circuito di chi paga e non sa
Il consumatore italiano è il primo consumatore mondiale di pasta. Quando acquista un pacchetto con la dicitura “100% grano italiano”, paga un prezzo che incorpora il valore di quella garanzia: l’origine, la qualità, la tradizione, il paesaggio agrario del Mezzogiorno che quel grano rappresenta. Paga, in altri termini, per un prodotto identitario.
Quando però il grano che finisce in quel pacchetto è in realtà importato, “nazionalizzato” sulla carta attraverso operazioni documentali non corrispondenti alla realtà, il consumatore paga per una garanzia che non riceve. Non è solo una frode commerciale — è una frattura di fiducia tra chi produce onestamente e chi acquista consapevolmente, con al mezzo un sistema di carta che maschera la verità. Mentre i sindacati fanno bla, bla, bla ai tavoli romani o sui social.
È qui che si apre uno spazio nuovo. Lo spazio di un movimento identitario agricoltori-consumatori che, aldilà delle sedi istituzionali, rivendichi il diritto a sapere cosa c’è nel piatto e a scegliere di non accettare ciò che non corrisponde alle proprie necessità salutistiche e alle proprie aspettative di qualità.
Perché agricoltori e consumatori hanno lo stesso interesse
C’è una convergenza di interessi che, troppo spesso, viene oscurata dalla retorica della “guerra tra filiere”. In realtà, agricoltori onesti e consumatori consapevoli hanno lo stesso nemico: l’opacità. L’agricoltore che produce grano italiano di qualità è penalizzato dalla concorrenza sleale di chi importa e “nazionalizza”, mentre i loro sindacati sono subalterni alle volontà dell’industria; il consumatore che sceglie “100% italiano” è ingannato dall’etichetta che non corrisponde al contenuto, nel silenzio delle associazioni di consumatori. Entrambi perdono. Entrambi hanno interesse a una trasparenza reale, fondata su riscontri oggettivi e non sulla sola documentazione cartacea.
Ecco perché un movimento identitario che metta insieme produttori e consumatori non è un’utopia, ma la risposta naturale a un sistema che ha separato chi produce da chi consuma, lasciando in mezzo un’industria che detiene l’informazione e il potere contrattuale.
Cosa vorrebbe dire “rispedire indietro” il grano non conforme
Non si tratta di nazionalismi agricoli, né di chiusure protezionistiche. Il grano importato, quando è regolare e dichiarato per quello che è, ha piena legittimità di circolare. La questione è diversa: si tratta di dire che un grano dichiarato italiano, ma con un profilo analitico non coerente con l’origine dichiarata, non è il nostro grano. E che la filiera — produttori, trasformatori, distributori, consumatori — ha il diritto di saperlo e di scegliere di conseguenza.
“Rispedirlo indietro” è una metafora. Significa, in concreto:
• rifiutare l’etichetta ingannevole, chiedendo che l’origine dichiarata sia verificata non solo sulla carta ma anche con strumenti analitici;
• orientare il potere d’acquisto verso filiere che dimostrino, mediante marcatori verificabili, la coerenza tra etichetta e materia prima;
• costruire un marchio di autenticità fondato sull’analisi (DON, glifosato, cadmio, furosina sotto soglia) che certifichi il grano realmente italiano e lo distingua da quello che italiano è solo sulla carta; Granosalus potrebbe diventare l’ente di certificazione poiché ne possiede i requisiti;
• sollecitare le istituzioni a inserire nei piani di controllo protocolli di verifica sostanziali;
• sensibilizzare i consumatori sul fatto che la loro scelta d’acquisto è la leva più potente per premiare chi produce onestamente e penalizzare chi usa le scorciatoie della carta.
Il profilo salutistico: un diritto, non un optional
L’argomento decisivo, su cui costruire l’alleanza agricoltori-consumatori, è il profilo salutistico. Il grano importato da alcune aree estere può presentare livelli di DON (deossinivalenolo), glifosato e cadmio più alti rispetto a quelli tipici del grano italiano — non perché sia illegale, ma perché le condizioni climatiche, agronomiche e geologiche di quelle aree favoriscono la presenza di questi marcatori. Quando quel grano viene “nazionalizzato” e venduto come italiano, il consumatore non solo è ingannato sull’origine, ma è esposto a un profilo sanitario che non ha scelto e che non corrisponde alle aspettative di un prodotto “100% italiano” che abbia anche la furosina sotto soglia.
Questo è il punto di incontro. Il consumatore ha il diritto di sapere non solo se un prodotto è “italiano”, ma anche se è conforme alle sue necessità salutistiche. L’agricoltore italiano ha interesse a che la qualità reale del suo prodotto — misurabile con marcatori oggettivi — sia riconosciuta e valorizzata. L’alleanza si costruisce qui: sulla trasparenza analitica come strumento di tutela reciproca.
Un movimento, non una campagna
Un movimento identitario non si fa con un post o con una campagna mediatica. Si fa con:
• presidio territoriale — incontri nei comuni cerealicoli del Mezzogiorno, nelle scuole, nei mercati agricoli, per spiegare cosa significa davvero “100% italiano” e come si verifica;
• alfabetizzazione analitica — rendere comprensibili ai consumatori i marcatori DON, glifosato e cadmio, e il loro ruolo come indicatori di origine e di qualità, compresa la furosina;
• costruzione di reti — tra organizzazioni agricole, associazioni dei consumatori, enti di ricerca, ospedali e istituzioni scolastiche, per costruire una cultura condivisa del “grano vero”;
• pressione istituzionale — non sostituendosi alle sedi formali, ma rafforzandole con una domanda di trasparenza che viene dal basso;
• scelte d’acquisto consapevoli — orientare il mercato verso chi dimostra, con analisi verificabili, di produrre davvero grano italiano.
Granosalus è già su questo terreno. L’interrogazione della Senatrice Aloisio è un primo passo. Il ricorso al Consiglio di Stato sulla CUN è un altro. La richiesta di riattivazione del monitoraggio Ismea in forme partecipate è un terzo. Ma il movimento identitario agricoltori-consumatori è il passo che può dare a tutto questo una base sociale ampia, trasformando una battaglia di filiera in una battaglia di civiltà alimentare da estendere anche all’ olio, al pomodoro, alla carne, ai latticini, etc
La posta in gioco
Dietro la “remigrazione” del grano c’è qualcosa di più di una frode commerciale. C’è il rischio di erodere la fiducia — la fiducia del consumatore nell’etichetta, dell’agricoltore nel mercato, del cittadino nelle istituzioni che dovrebbero tutelare la trasparenza. Quando la fiducia si erode, il sistema si regge solo sulla carta. E la carta, come abbiamo visto, si può falsificare.
Un movimento identitario agricoltori-consumatori non risolve tutto. Ma può fare qualcosa di essenziale: restituire al grano italiano un volto riconoscibile, costruito non sulla carta ma sulla chimica, sul territorio, sul lavoro, sulla scelta consapevole di chi produce e di chi consuma.
È un’idea. Merita di essere coltivata. Come il grano, del resto: con tempo, con cura, e con la consapevolezza che il raccolto migliore è quello che si condivide, ma non con i cialtroni di un sindacalismo amorfo e superficiale: loro sono abituati a guardare i fiori stando a cavallo…
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