C’è un filo sottile, ma visibile, che lega due fatti apparentemente separati: l’applicazione distorta della legge sulla CUN del grano duro e lo stop al monitoraggio Ismea dei costi di produzione del frumento. Due decisioni diverse, due sedi diverse, due tempi diversi — ma una stessa firma politica. La firma del Ministro Lollobrigida. Due frutti acerbi di una stessa pianta: una deriva democratica in cui l’economia ha cominciato a dominare la politica, e non viceversa.
Non è un’osservazione polemica. È una constatazione di fatto, e merita di essere detta chiaramente.
Il ribaltamento del paradigma
Per decenni, nella democrazia italiana, la politica ha guidato l’economia. Lo ha fatto con strumenti normativi, con scelte di bilancio, con politiche di settore, con la rappresentanza degli interessi organizzati. La politica — attraverso i partiti, il Parlamento, il Governo — ha rappresentato la società civile nei confronti del mercato e ne ha mediato gli interessi. Non è sempre stato fatto bene. Ma il paradigma era chiaro: la politica stava sopra l’economia, non sotto. La risoluzione parlamentare della precedente legislatura, su come affrontare la crisi del grano duro (Relatore Sen De Bonis), sottoscritta da tutte le forze politiche e anche dal Sottosegretario La Pietra, è stato l’ultimo flebile segnale.
Oggi assistiamo a un ribaltamento. La CUN del grano duro, nata già distorta nella sua composizione e nella sua applicazione, è il simbolo di questo capovolgimento. Una Commissione Unica Nazionale chiamata a rappresentare la filiera, ma costruita in modo da favorire la parte industriale a scapito di quella agricola. Un decreto direttoriale il cui vizio di origine — la mancata nomina dei garanti, le deleghe contestate, la rappresentanza slittata, la sede deviata — è stato denunciato da Granosalus con il ricorso al Consiglio di Stato.
E un Ministro che, di fronte all’evidenza di queste criticità, ha prima difeso lo status quo e poi — solo sotto la pressione del ricorso — ha annunciato a parole una revisione all’ Assemblea di Confagricoltura dove era presente anche il presidente di Italmopa (Confindustria), ricco terriero nel foggiano.
Non è la politica che guida la filiera. È la filiera — la sua componente più forte, quella industriale — che guida la politica. E la politica, di fronte a questo spostamento, si è limitata ad assecondarlo.
Lo stop al monitoraggio Ismea: la pietra del TAR
Il secondo fatto è più recente e, in apparenza, meno politico. Il 20 luglio 2026 il TAR Lazio, con la sentenza n. 13264/2026, ha annullato il provvedimento con cui Ismea, a settembre 2025, aveva disposto il monitoraggio dei costi medi di produzione del frumento 2025. A ricorrere, quasi quaranta società del settore molitorio insieme a Italmopa (Confindustria).
Il TAR ha annullato per vizio formale — mancata partecipazione al procedimento — e ha salvato espressamente il potere dell’Amministrazione di rifare il monitoraggio in forme partecipate. Ma l’effetto immediato è uno stop. E i frutti di questo stop li raccoglie, ancora una volta, la parte debole della filiera: i cerealicoltori, che perdono il loro principale strumento di trasparenza sui costi di produzione, e i consumatori, che perdono l’unica fonte ufficiale di dati sul costo reale del grano che arriva in tavola.
Il punto non è la legittimità formale della sentenza — che va rispettata, e anzi va colta come occasione per rifare il monitoraggio in modo più partecipato e trasparente. Il punto è chi ha promosso il ricorso e perché. Quasi quaranta società molitorie, riunite in Italmopa, hanno investito risorse legali per impedire che fossero resi pubblici i dati sui costi di produzione del grano. Perché? La risposta è semplice: perché la conoscenza dei costi reali è il presupposto per giudicare la legittimità dei prezzi offerti dall’industria. Senza dati, l’agricoltore è in balìa di una controparte che sa tutto e dichiara poco. E l’industria molitoria può continuare a operare in un regime di asimmetria informativa a suo favore: macinando profitti che consentono a commercianti e industriali di diventare i nuovi latifondisti postmoderni.
La pietra del TAR, dunque, non è una sentenza politica. Ma è una sentenza che ha effetti politici, perché spegne lo strumento di tutela della parte debole e lascia spazio alla parte forte. E perché questa sentenza è arrivata in un momento — il giorno dopo il tavolo del grano del 21 luglio — in cui il Ministero stava annunciando aiuti per la filiera.
Due messaggi, nello stesso momento: aiuti futuri per i produttori, ma spegnimento dello strumento di trasparenza sui costi. La mano destra del Governo dà, la mano sinistra — quella dell’industria che ha ricorso — toglie.
La deriva democratica: l’economia domina la politica
È qui che si manifesta la deriva. Quando una Commissione Unica Nazionale viene costruita in modo sbilanciato, quando un decreto direttoriale viene applicato in modo distorto, quando un monitoraggio sui costi di produzione viene annullato per un vizio formale che — guarda caso — favorisce chi non vuole che i costi siano pubblici, allora non siamo più di fronte a singole disfunzioni. Siamo di fronte a un cambio di paradigma.
La politica, un tempo, era la cinghia di trasmissione tra la società civile e il mercato. Oggi la politica, in troppi settori, è diventata la cinghia di trasmissione del mercato verso la società civile — e in particolare verso i suoi anelli più deboli: i produttori agricoli e i consumatori.
Il grano duro non è un caso isolato. È un caso esemplare. Perché è un settore in cui:
• la produttività agricola è frammentata e la concentrazione industriale è alta;
• il valore aggiunto si concentra a valle, nell’industria molitoria e pastaria, mentre la fase agricola è compressa;
• il latifondismo postmoderno di commercianti e industriali, conferma la cattiva distribuzione del valore aggiunto;
• gli strumenti di trasparenza — monitoraggio dei costi, marcatori analitici sull’origine — sono sistematicamente indeboliti;
• i sindacati agricoli sono chiamati a rappresentare i produttori, ma in troppi casi finiscono per assecondare le logiche dell’industria. Quelli ripescati ai tavoli fanno solo scena muta o balbettano sui social.
E qui ci sembra di scorgere un ulteriore elemento di questo ribaltamento: il ruolo delle organizzazioni di categoria. I sindacati agricoli, un tempo, erano cinghie di trasmissione dei partiti verso la società agricola. Oggi, in troppi casi, sembrano diventati camerieri degli industriali — pronti a raccogliere le richieste dell’industria e a farle proprie, mentre la voce dei produttori resta in sottofondo. Non è un’accusa a tutti i sindacati, ovviamente. Ma è una tendenza, e va chiamata per nome. Ci torneremo con un approfondimento per dimostrare come in sede europea il lobbismo di COPA-COGECA, a cui aderiscono Coldiretti e Confagricoltura, abbia smontato la riforma verde dell’ UE, una tra le più ambiziose riforme della politica agricola europea.
Chi paga lo scotto
In questo ribaltamento, a pagare lo scotto sono sempre gli stessi: i produttori e i consumatori.
Il produttore di grano duro del Mezzogiorno — in Puglia, in Basilicata, in Molise, in Campania, in Abruzzo, in Sicilia — lavora in un mercato in cui il prezzo del suo prodotto è basso, i costi di produzione sono alti, gli strumenti di tutela sono deboli, e l’industria che acquista la sua materia prima gode di un’asimmetria informativa quasi totale. La CUN, che dovrebbe rappresentarlo, lo rappresenta male. Il monitoraggio Ismea, che dovrebbe dargli i dati per contrattare, è fermo. I marcatori analitici, che dovrebbero valorizzare la qualità reale del suo grano rispetto a quello importato, non sono ancora riconosciuti.
Il consumatore, dal canto suo, acquista un pacchetto di pasta “100% grano italiano” senza poter sapere se dietro quell’etichetta c’è davvero grano coltivato in Italia o se c’è un chicco importato, magari con livelli di DON, glifosato e cadmio più alti, “nazionalizzato” sulla carta attraverso operazioni documentali non corrispondenti alla realtà. Non ha strumenti per verificare. Non ha voce per chiedere. Non ha rappresentanza politica e sindacale che lo tuteli in modo efficace.
Tra questi due anelli deboli — produttore e consumatore — si situa un’industria che detiene l’informazione, il potere contrattuale, e — sempre più — l’orecchio della politica. È un’industria legittima, che fa il proprio interesse. Il problema non è l’industria. Il problema è che la politica, invece di mediare, si è messa al suo servizio. E i sindacati hanno assecondato.
Le ricette di Granosalus e Tavolo Verde per invertire la rotta
Granosalus e Tavolo Verde non si rassegnano a questa deriva. Non accettano che la politica diventi cameriera dell’industria, né che i produttori e i consumatori restino gli anelli deboli di una filiera che pure — senza di loro — non esisterebbe. E propongono, con la concretezza che gli appartiene, cinque ricette per invertire la rotta.
1. Revisione della CUN con rappresentanza vera e garanti effettivi
La CUN del grano duro va revisionata, come lo stesso Ministro ha annunciato. Ma va revisionata davvero: con nomina effettiva dei garanti prevista dall’art. 6 del decreto istitutivo, con composizione equilibrata tra componente agricola e componente industriale, con sede a Foggia — cuore cerealicolo del Mezzogiorno — e con prezzo unico e griglia di premialità che valorizzino la qualità del grano italiano. Non basta annunciare la revisione: bisogna farla, e farla in modo che la componente agricola abbia voce reale. Le letterine tardive di chi siede ancora in CUN – pur non avendone la legittimità – sono contraddittorie e ininfluenti. Manie di protagonismo a buon mercato.
2. Riattivazione del monitoraggio Ismea in forme partecipate
La sentenza del TAR Lazio n. 13264/2026 non è un ostacolo — è un’occasione. Ismea deve riattivare il monitoraggio dei costi medi di produzione del frumento, nel rispetto delle garanzie partecipative richiamate dalla sentenza, con il coinvolgimento di tutte le componenti della filiera, agricoltori inclusi. Granosalus e Tavolo Verde hanno già presentato formale istanza in questo senso. La trasparenza sui costi di produzione è la condizione perché i produttori possano contrattare prezzi remunerativi e i consumatori possano sapere quanto costa davvero produrre il grano che finisce in tavola.
3. Marcatori analitici come strumento di tutela dell’origine
DON, glifosato e cadmio non sono solo parametri sanitari. Sono indicatori del profilo reale del grano. La loro presenza o assenza in un prodotto dichiarato “100% italiano” può segnalare la coerenza — o la non coerenza — tra etichetta e materia prima. Granosalus e Tavolo Verde chiedono che il Governo promuova uno studio tecnico-scientifico per validarli come strumenti di supporto ai controlli sull’origine effettiva del grano. E chiedono che i piani di controllo straordinari e ordinari inseriscano protocolli di verifica che non si limitino alla regolarità documentale.
4. Aiuto diretto PAC di € 800/ha per il grano duro del Mezzogiorno
La PAC attuale comprime i pagamenti diretti al grano duro (-36% a regime) e non riconosce la specificità del comparto del Mezzogiorno. Granosalus e Tavolo Verde propongono un aiuto diretto di € 800/ha per il grano duro coltivato nelle regioni del Sud, con condizionalità rafforzata, maggiorazione per le aree svantaggiate, cumulabilità con i contratti di filiera equo-solidali e una componente premiale legata alla qualità analitica del prodotto. È una proposta di politica agricola che restituisce alla politica — non all’industria — la guida della filiera.
5. Un movimento identitario agricoltori-consumatori
Le ricette tecniche, da sole, non bastano. Serve un movimento identitario che metta insieme produttori e consumatori attorno alla difesa del grano italiano di qualità. Un movimento che esca dalle sedi associative e conquisti i territori, i mercati agricoli, le scuole, i tavoli istituzionali, i social. Un movimento che dica: il grano italiano è un patrimonio di tutti — di chi lo produce e di chi lo consuma — e va tutelato con strumenti oggettivi, non con le formule commerciali dell’industria.
I sindacati agricoli, in questo movimento, devono ritrovare la loro funzione originaria: rappresentare i produttori, non assecondare l’industria.
La politica ritrovi la sua funzione
La deriva democratica non è irreversibile. Lo è solo se la politica accetta di restare in posizione subalterna rispetto all’economia, e se i rappresentanti dei produttori accettano di fare da camerieri anziché da cinghie di trasmissione.
La politica può ritrovare la sua funzione — ma a condizione di scegliere da che parte stare. Non dalla parte dell’industria contro i produttori. Non dalla parte dell’opacità contro la trasparenza. Non dalla parte del cartolare contro il reale. Ma dalla parte di chi produce onestamente e di chi consuma consapevolmente.
Sul tavolo ci sono già alcuni strumenti: il ricorso al Consiglio di Stato, l’istanza a Ismea e al Masaf, l’interrogazione parlamentare al Senato, il position paper per € 800/ha, l’idea di un movimento identitario agricoltori-consumatori. Non sono formule magiche. Sono ricette concrete — tecniche, giuridiche, politiche, culturali — per invertire una rotta che, se lasciata a se stessa, porta alla marginalizzazione della fase agricola, all’indebolimento della trasparenza e all’erosione della fiducia dei cittadini.
Il grano duro italiano non è un dettaglio. È un presidio economico, sociale, ambientale, identitario del Mezzogiorno. E la sua tutela è un banco di prova per la democrazia italiana: se la politica sa riprendere in mano la guida della filiera, o se si rassegna a essere la cameriera di chi ha il potere economico.
Per Granosalus e Tavolo Verde, la scelta è fatta. Continueremo a fare la nostra parte — nelle sedi giuridiche, nei tavoli istituzionali, nei territori, e nella costruzione di un movimento che restituisca voce ai produttori e ai consumatori. Perché il grano italiano — quello vero, quello che si riconosce anche dalla chimica, non solo dalla carta — merita di essere difeso. E merita di essere difeso dalla politica, non dalla politica contro.

