Il Fatto Alimentare sbaglia bersaglio: il problema non è negare i controlli, ma dire tutta la verità sulla pasta italiana. Sotto i limiti non basta: i consumatori hanno diritto alla verità sulla pasta. Lo abbiamo ribadìto anche ieri in Camera di Commercio a Foggia alla presenza di alcuni sindacati e industriali, dove si è parlato anche della CUN e della necessità di modifica del Decreto direttoriale. Dubbi sulla nuova Granaria…
L’articolo di Roberto La Pira su Il Fatto Alimentare prova a chiudere con una formula liquidatoria una questione che invece merita serietà, rigore e trasparenza: chi solleva dubbi sul grano estero, sul glifosato e sulla qualità sanitaria della pasta italiana verrebbe dipinto come portatore di allarmismi, slogan o addirittura tesi “farlocche”.
E invece il punto non è affatto questo.
Il punto non è sostenere che tutta la pasta italiana sia pericolosa o contaminata fuori legge.
Il punto è un altro, molto più serio: i consumatori hanno diritto di sapere con chiarezza se la pasta dichiarata italiana, o addirittura fatta con 100% grano italiano, sia davvero coerente con questa promessa anche sul piano della qualità sanitaria e dell’origine reale della materia prima.
Su questo terreno, l’articolo di La Pira non chiarisce: semplifica.
Non approfondisce: assolve.
Non entra nel merito della tracciabilità sostanziale: si ferma alla conformità formale ai limiti di legge.
Ed è proprio qui che comincia il problema.
Sotto i limiti di legge non significa automaticamente irrilevante
L’intero impianto dell’articolo ruota attorno a una tesi molto semplice: i dati ufficiali non mostrano superamenti dei limiti di legge per il glifosato nel grano duro controllato; dunque l’allarme sarebbe infondato.
Ma questo ragionamento è insufficiente.
Perché nessuno nega che un residuo sotto soglia sia, sul piano amministrativo, conforme. Il punto è che conformità legale e trasparenza sostanziale non coincidono sempre.
Se in una pasta che richiama italianità, qualità e filiere nazionali emergono residui o marcatori che pongono interrogativi sull’origine effettiva del grano, il consumatore ha il diritto di saperlo. Non per essere spaventato, ma per poter scegliere in modo informato.
Ridurre tutto alla frase “non ci sono superamenti dei limiti” significa adottare la soglia minima del lecito come se esaurisse l’intera questione della qualità. Ma la qualità alimentare, specie in un Paese come l’Italia che vive anche di reputazione, filiera e identità produttiva, non può essere ridotta al semplice “non oltre il limite”.
Il nodo vero è l’origine reale del grano, non la propaganda di comodo
La Pira costruisce un bersaglio polemico facile: da un lato ci sarebbero i dati ufficiali, dall’altro le “lobby agricole” che cavalcano la paura del grano canadese e del glifosato.
Ma il punto sollevato da Granosalus non è una caricatura anti-estero.
E’ molto più preciso e di avanguardia rispetto ai sindacati del folclore.
Gli industriali possono importare tutto il grano che vogliono. Nessuno lo nega.
Il problema nasce quando poi si vuole far passare come 100% grano italiano un prodotto rispetto al quale non esistono ancora indicatori sufficientemente chiari, accessibili e verificabili per il consumatore finale.
La questione vera non è quindi “grano estero sì o no”.
La questione vera è: come si dimostra in modo serio, trasparente e indipendente che una pasta è davvero fatta esclusivamente con grano italiano?
E’ qui che l’articolo di La Pira tace proprio sul punto decisivo.
La proposta di Granosalus lanciata a Foggia: due marcatori per dire la verità ai consumatori
Granosalus ieri a Foggia ha avanzato una proposta semplice, concreta e di assoluto buonsenso: servono due marcatori attendibili per attestare se la pasta italiana è realmente fatta al 100% con grano italiano.
Non si tratta di ideologia.
Si tratta di metodo.
L’origine del grano incide sulla qualità sanitaria della semola e della pasta. E proprio per questo, se un prodotto viene immesso sul mercato come italiano o 100% italiano, il consumatore deve poter contare su indicatori verificabili, non soltanto su slogan pubblicitari o formule evocative stampate sulla confezione.
Tra questi marcatori, uno può e deve essere rappresentato dal DON (deossinivalenolo), la micotossina che Granosalus ha ritrovato, sia pure sotto i limiti di legge, in modo diffuso nei campioni di spaghetti analizzati.
Ed è qui che il problema diventa serio.
Il test Granosalus e l’anomalia che nessuno vuole spiegare
Dall’ultimo test condotto da Granosalus su 10 campioni di spaghetti, è emersa la presenza diffusa della micotossina DON, sia nelle linee che dichiarano di utilizzare 100% grano italiano, sia nelle linee ordinarie.
Ancora più significativo è un altro dato: la media del DON non si discosta molto tra le due categorie.
E’ qui che sorge una domanda legittima, che l’articolo di La Pira evita accuratamente: come è possibile che una pasta dichiarata 100% grano italiano presenti un profilo così vicino a quello di linee non caratterizzate dalla stessa promessa di origine?
Questa non è propaganda.
E’ una domanda tecnica, commerciale e sanitaria.
Se davvero l’origine del grano non fosse rilevante, se davvero bastasse dire che tutto è sotto i limiti di legge, allora non ci sarebbe nemmeno bisogno di enfatizzare il 100% italiano sulle etichette. Ma se quell’indicazione viene usata per orientare il consumatore, allora deve essere sostenuta da elementi oggettivi e controllabili.
Altrimenti si finisce in un’area grigia in cui il marketing corre molto più veloce della verifica.
DON e glifosato come marcatori: una proposta di civiltà
Granosalus dice una cosa chiara: il DON può essere un utile marcatore nel piano straordinario dei controlli annunciato dal governo, anche ai fini dell’erogazione di contributi pubblici alle filiere 100% grano italiano.
La logica è semplice: se lo Stato sostiene economicamente una filiera che si presenta come integralmente italiana, allora quella filiera deve offrire garanzie rafforzate, non minime. E tra queste garanzie deve rientrare l’assenza non solo di superamenti di legge, ma anche di marcatori incompatibili con il profilo di eccellenza promesso al consumatore.
La proposta di Granosalus è netta: le filiere 100% grano italiano non dovrebbero contenere né DON, né glifosato, neppure in tracce. E’ stato ribadito ieri in Camera di Commercio a Foggia alla presenza della Sen. Naturale, che si attiverà nella Commissione parlamentare competente, e alla presenza di Coldiretti, Cia e di un dirigente della Barilla (componente effettivo nella Commissione della neonata Granaria di Foggia). Assenti Confagricoltura-Liberi Agricoltori, Copagri e i mugnai.
E’ una proposta esigente? Sì.
Ma è proprio questo il punto.
Se si vuole differenziare il prodotto italiano, se si vuole chiedere un premio di reputazione, di prezzo o di sostegno pubblico, allora la differenziazione deve essere reale, misurabile e trasparente. Non basta un richiamo generico all’italianità.
La CUN grano duro, che va corretta nelle sue storture di partenza grazie al ricorso di Granosalus, serve proprio a valutare questa differenza, con la griglia di qualità reologica e tossicologica, anche se molti non lo hanno ancora compreso.…e confondono il tutto con un “prezzo politico”.
Il diritto alla conoscenza vale più della retorica rassicurante
L’articolo di La Pira insiste molto sul fatto che i controlli pubblici non documenterebbero un problema sanitario nel grano duro importato.
Ma la questione posta da Granosalus non si esaurisce nel binomio allarme/non allarme.
Qui entra in gioco il diritto alla conoscenza del consumatore e, di conseguenza, il diritto alla scelta.
Comunicare in modo chiaro, trasparente e veritiero la qualità sanitaria di un prodotto immesso sul mercato non significa fare terrorismo alimentare. Significa rispettare le persone. Tanto più quando si parla di contaminanti che anche a bassissime dosi possono avere effetti sulla nostra salute (interferenza endocrina, etc). Tanto più quando si parla di alimenti consumati anche da soggetti vulnerabili, come i bambini il cui sistema immunitario non è ancora sviluppato come gli adulti.
Il consumatore non è un destinatario passivo di rassicurazioni dall’alto.
Ha il diritto di sapere:
• da dove viene davvero il grano;
• con quali standard sanitari viene trasformato;
• quali residui di glifosate o micotossine sono presenti, anche se sotto soglia;
• se una promessa di italianità assoluta sia confermata da indicatori coerenti.
Chi liquida tutto questo come slogan o paura cavalcata, finisce per difendere più l’opacità del sistema che la trasparenza del mercato.
Anche i tribunali hanno riconosciuto la legittimità di questi dubbi
Non è irrilevante ricordare che, in passato, anche i tribunali italiani hanno riconosciuto non solo la legittimità dell’attività informativa di Granosalus, ma anche la fondatezza di un ragionamento semplice:
la presenza di contaminanti, pur sotto i limiti di legge, può legittimamente indurre a dubitare della miscelazione del prodotto italiano con grani esteri, soprattutto quando sul territorio nazionale certe presenze risultano tendenzialmente da escludere o comunque non coerenti con il profilo dichiarato.
Questo punto è fondamentale.
Perché dimostra che il tema non è inventare pericoli inesistenti, ma sollevare dubbi tecnicamente e giuridicamente legittimi sulla coerenza tra dichiarazione commerciale, origine promessa e profilo analitico del prodotto.
E’ molto diverso da come lo racconta La Pira.
Il prezzo non può essere globale se i costi non lo sono
C’è poi un altro nodo che l’articolo sfiora appena, ma che per i produttori italiani è decisivo: la concorrenza internazionale non è neutra se regole, costi e standard non sono uguali per tutti.
Non basta dire che in Canada certe pratiche sono ammesse e in Italia no, per poi liquidare tutto come un equivoco comunicativo. Se i costi di produzione, le norme ambientali, i trattamenti consentiti, la fiscalità e gli obblighi sociali sono profondamente diversi, allora il mercato globale non è un campo da gioco equilibrato.
In queste condizioni, pagare il grano – e a cascata il prodotto trasformato – come se tutto si producesse alle stesse condizioni significa falsare la concorrenza.
Ma il punto è ancora più grave.
Negli anni si è aperta una forbice sempre più vistosa tra il prezzo del grano all’origine e il prezzo della pasta al consumo.
Agli agricoltori viene riconosciuto un corrispettivo sempre più compresso, spesso insufficiente a coprire davvero l’aumento dei costi di produzione. Al contrario, sugli scaffali la pasta continua a mantenere prezzi ben più alti, segno che il valore lungo la filiera non scompare affatto: semplicemente si sposta e si concentra altrove.
Il risultato è evidente: i margini dei cerealicoltori si assottigliano, mentre quelli dell’industria di prima e seconda trasformazione tendono a rafforzarsi. Il rischio, la volatilità e il peso della concorrenza si scaricano soprattutto su chi coltiva; la possibilità di difendere i margini resta invece molto più forte a valle, dove si forma il prezzo finale pagato dal consumatore.
Questa non è una fisiologia di mercato.
E’ il segno di una catena del valore squilibrata, nella quale il segmento agricolo continua a essere l’anello sacrificabile. Sotto questo aspetto, le critiche nei confronti verso la neonata Granaria a Foggia sono giustificate perchè si pone in continuità con le vecchie borse merci. E se il grano viene pagato poco quando si compra, ma la pasta viene venduta cara quando si incassa, allora è chiaro che il problema non è il mercato in astratto: è chi dentro quel mercato ha la forza di imporre il prezzo e chi invece è costretto a subirlo.
Il principio dovrebbe essere semplice:
- o si uniformano regole, costi e standard;
- oppure si introducono misure di riequilibrio per tutti, non solo per chi fa filiera;
- e soprattutto si impedisce che la forbice tra prezzo agricolo e prezzo finale continui ad allargarsi a danno dei produttori.
Altrimenti si chiede agli agricoltori italiani di correre una gara dei 100 metri lasciando altri partire 10 o 20 metri avanti.
Questo non è liberismo.
E’ una distorsione travestita da mercato: l’ interrogazione parlamentare della Sen Aloisio ha chiesto la sospensione in autotutela della CUN per evitare che un assetto discutibile si consolidi per inerzia.
Il grano vale poco solo quando lo si compra dagli agricoltori.
Non vale mai poco quando, trasformato in pasta, lo si vende ai consumatori.
Non servono slogan rassicuranti. Servono etichette più vere
L’articolo di La Pira sembra suggerire che la discussione debba fermarsi ai dati ufficiali disponibili e che da quei dati emerga una rassicurazione sufficiente.
No.
Da quei dati, semmai, emerge che il tema va affrontato meglio.
Perché il consumatore non chiede solo di sapere se un prodotto è formalmente conforme. Chiede di sapere che cosa sta davvero comprando. E se la pasta italiana o 100% italiana vuole distinguersi dal resto del mercato, allora deve accettare un livello di trasparenza superiore.
La proposta di Granosalus va esattamente in questa direzione:
• due marcatori attendibili;
• indicazione chiara dei residui in etichetta;
• controlli mirati su DON e glifosato;
• verifiche stringenti sulle filiere che dichiarano 100% grano italiano;
• coerenza tra contributi pubblici, qualità promessa e qualità dimostrata.
Questa non è propaganda.
E’ una proposta di civiltà alimentare.
Conclusione
La Pira sbaglia quando contrappone dati ufficiali e diritto al dubbio, come se chiedere più trasparenza significasse per forza diffondere paura.
La questione non è dire che la pasta italiana è pericolosa.
La questione è molto più seria: dire tutta la verità sulla sua origine reale e sulla sua qualità sanitaria.
Gli industriali sono liberi di importare il grano che ritengono opportuno. Ma se vogliono vendere pasta come 100% grano italiano, allora servono prove all’altezza di quella promessa. E quelle prove devono essere leggibili, verificabili e comunicate al consumatore. La CUN ne deve stimare la differenza di prezzo con le premialità di griglia, come avevano suggerito varie risoluzioni del Parlamento.
Granosalus non chiede allarmismi.
Chiede una cosa molto più scomoda: trasparenza vera.
Dire che tutto è a posto perché i residui sono sotto i limiti di legge è il modo più comodo per non affrontare la domanda decisiva: quella pasta è davvero fatta con il grano che promette?
Finché a questa domanda non si risponde con marcatori seri, etichette chiare e controlli trasparenti, il problema non è l’allarme. Il problema è l’opacità, la trasparenza negata ai consumatori.
E in un mercato che vive di fiducia, la trasparenza vera vale molto più di qualsiasi rassicurazione generica.


Articolo da 101 minuti di applausi!
Grazie per aver rafforzato la trasparenza attorno al diritto di sapere da parte dei consumatori.