La crisi del Sud agricolo. C’è un modo sottile, ma estremamente efficace, di assistere alla crisi dell’agricoltura meridionale senza mai dichiararsene responsabili. Non consiste nell’attaccare frontalmente gli agricoltori, nè nel negare apertamente le loro difficoltà. Consiste in qualcosa di più raffinato e, per questo, più pericoloso: normalizzare il loro impoverimento, amministrarlo come un fatto inevitabile, accompagnarlo con parole rassicuranti e infine dissolverlo dentro la retorica della filiera, della competitivita e della modernizzazione.
E’ questa la vera cifra della politica agricola che da anni grava sul Mezzogiorno. Una politica che non ha il coraggio di colpire apertamente chi produce, ma che ne accetta il sacrificio come prezzo implicito di equilibri costruiti altrove, in luoghi dove il valore agricolo viene distribuito secondo rapporti di forza sempre più sbilanciati.
La crisi dei produttori non è una parentesi, ma un sistema
I dati economici, letti senza ipocrisie, raccontano una realtà difficile da smentire.
L’ortofrutta meridionale chiude campagne sempre più spesso segnate da riduzioni nei volumi, instabilità climatica, caduta dei prezzi medi di vendita e aumento dei costi di produzione. In alcune colture la perdita di resa è tale da compromettere non solo il margine, ma la stessa sostenibilità dell’impresa agricola. Le fragole, i carciofi, le drupacee – con intensità diverse – mostrano la vulnerabilità di un sistema esposto insieme alla volatilità del mercato e alla fragilità del contesto ambientale.
Ma il dato più grave non è soltanto la crisi produttiva. E’ il fatto che il rischio continui a concentrarsi quasi interamente sul primo anello della filiera. L’agricoltore sopporta il clima, il costo dell’energia, dei fertilizzanti, del carburante, del lavoro, del credito, della logistica. Eppure resta il soggetto meno remunerato e meno protetto.
Questo non è un incidente, è un modello.
Il grano duro e la rappresentazione rovesciata della filiera
Il caso dei cerealicoltori è ancora più emblematico. Quando il grano duro al Sud viene pagato a livelli incompatibili con i costi reali di produzione e, nello stesso tempo, le rese si abbassano, la conclusione non dovrebbe essere controversa: il produttore viene spinto fuori equilibrio economico.
Eppure, anche in questo scenario, il racconto pubblico tende a rovesciare la realtà. Si insiste sulle virtù del sistema, sulle potenzialità della filiera, sulla forza del made in Italy, sul successo della trasformazione agroalimentare. Tutto vero, in parte. Ma solo se si omette il dato essenziale: quel successo si regge troppo spesso sulla compressione del reddito agricolo.
Il grano perde valore quando è nelle mani di chi lo coltiva.
Lo riacquista, e abbondantemente, quando entra nei circuiti della trasformazione, della commercializzazione e della distribuzione.
Questa asimmetria non è episodica, è il cuore del problema.
La forbice che nessuno vuole nominare
Negli anni si è allargata in modo sempre più evidente la distanza tra il prezzo riconosciuto all’origine per il grano e il prezzo pagato dal consumatore per la pasta e gli altri prodotti trasformati.
Questa forbice dice molto più di tante dichiarazioni ufficiali. Dice che il valore economico non scompare affatto lungo la filiera: viene redistribuito in modo sempre più sfavorevole per chi produce la materia prima. I margini degli agricoltori si comprimono; quelli dell’industria di prima e seconda trasformazione tendono a consolidarsi. Il rischio resta a monte, il potere di prezzo si concentra a valle.
In un sistema sano, una filiera dovrebbe correggere gli squilibri. In quello che vediamo, troppo spesso, li istituzionalizza, spesso con la complicità dei sindacati.
E’ per questo che non basta evocare la competitività o la necessità di stare sul mercato. Occorre chiedersi quale mercato, regolato da quali condizioni, e a vantaggio di quali soggetti.
Una politica che frequenta i forti e parla a nome dei deboli
Non è secondario osservare chi occupa il centro della scena nelle grandi occasioni pubbliche dedicate all’agricoltura. Attorno al Ministro dell’agricoltura si raccolgono con regolarità industriali della pasta, trasformatori, esponenti del credito, operatori finanziari, rappresentanti delle strutture forti della filiera e qualche pseudo sindacalista a caccia di selfie. E’ una geografia del potere che parla da sola.
Non c’è nulla di scandaloso, in astratto, nel confronto con l’industria. Diventa però politicamente rivelatore quando, a fronte di una crisi conclamata dei produttori, il linguaggio pubblico continua a privilegiare le ragioni della trasformazione, dell’export, del marchio, dell’efficienza di sistema, lasciando sullo sfondo il tema dirimente del reddito agricolo.
Si celebra la filiera, ma si tace sul prezzo pagato a chi la rende possibile.
Si esalta il prodotto finito, ma si marginalizza chi ne sostiene l’origine.
Si invoca il mercato, ma si evita accuratamente di discutere dei rapporti di forza che quel mercato organizza.
Non sarebbe però onesto fermarsi alle sole responsabilità della politica nazionale. In questa vicenda pesa anche il ruolo delle principali organizzazioni di rappresentanza agricola. Coldiretti, Cia, Confagricoltura_Liberi Agricoltori e Copagri non possono continuare a collocarsi in una zona di sostanziale irresponsabilità, come se il progressivo impoverimento dei produttori fosse un fenomeno esterno alla qualità della loro azione sindacale.
Quando il prezzo all’origine si comprime, i costi aumentano, la forbice con il valore finale si allarga e il potere contrattuale degli agricoltori si assottiglia, la rappresentanza è chiamata a una verifica di verità. Perchè se non riesce a contrastare questi processi, o finisce per accompagnarli con prudenza, compatibilità e mediazioni senza esito, smette di essere difesa del lavoro agricolo e rischia di trasformarsi in amministrazione del suo ridimensionamento.
Il caso dei Liberi Agricoltori, sempre più nell’ orbita di Confagricoltura, è ormai eclatante…e spiega il loro silenzio anche sulla Granaria (il borsino dei privati che vuole fare concorrenza alla CUN).
Il Mezzogiorno come periferia produttiva di un ordine deciso altrove
Il tratto più inquietante di questa vicenda è forse proprio questo: il Mezzogiorno agricolo continua a essere considerato indispensabile sul piano produttivo, ma secondario sul piano politico.
Lo si mobilita quando occorrono materia prima, consenso territoriale, retorica identitaria, numeri da esibire nelle narrazioni sul made in Italy. Ma lo si lascia ai margini quando si tratta di decidere davvero come redistribuire il valore, come costruire i prezzi, come difendere la produzione primaria, come garantire reciprocità competitiva rispetto ai mercati esteri.
In questo senso, il Sud non viene semplicemente trascurato.
Viene funzionalizzato.
Gli si chiede di produrre, resistere, adattarsi, essere competitivo, innovare, aggregarsi, fare sistema, puntare sui crediti facili di carbonio. Ma intanto si mantiene intatto un assetto che trasferisce valore fuori dai campi e concentra benefici lontano dai territori che quel valore generano.
La retorica della competitività come alibi
Tra tutte le parole usate per raccontare questa crisi, ce n’è una che merita più diffidenza delle altre: competitività.
Non perchè l’agricoltura non debba essere efficiente, organizzata, innovativa. Ma perchè questa parola viene troppo spesso impiegata come un alibi ideologico. Si dice ai produttori che devono diventare competitivi, senza dire che competono in un mercato in cui i costi, le regole, gli standard ambientali, la fiscalità e le condizioni sociali non sono affatto uguali per tutti.
In assenza di reciprocità e di regole comuni, la competitività non è una virtù neutra. Diventa la formula elegante con cui si giustifica la vittoria del più forte e la resa del più debole.
E allora il problema non è se gli agricoltori debbano essere moderni. Il problema è se lo Stato abbia ancora l’ambizione di garantire un terreno di gioco non truccato.
Non è un declino naturale: è una scelta politica
La crisi dell’agricoltura meridionale non è una calamità astratta, nè il semplice prodotto di trasformazioni globali incontrollabili. E’ anche, e forse soprattutto, il frutto di una lunga serie di scelte politiche, sindacali, omissioni istituzionali, violazioni di norme, asimmetrie tollerate, priorità rovesciate.
Quando si accetta che il primo anello della filiera sia quello sacrificabile, quando si considera fisiologico che chi coltiva viva ai margini della sostenibilità, quando si applaude la trasformazione senza interrogarsi sulla desertificazione economica delle campagne, allora non si sta governando il cambiamento. Lo si sta orientando contro i produttori.
E’ qui che prende forma la figura dei veri custodi del declino: non caricature folkloristiche, ma classi dirigenti, apparati di rappresentanza, strutture di mediazione e interessi organizzati che, invece di correggere lo squilibrio, lo amministrano e lo rendono accettabile.
Conclusione
L’agricoltura meridionale non ha bisogno di essere compatita. Ha bisogno di essere difesa. Difesa da un sistema che ne usa il lavoro, ma non ne riconosce adeguatamente il valore. Difesa da una retorica che celebra la filiera mentre svuota il reddito agricolo. Difesa da una politica che frequenta i forti e parla, troppo spesso a vuoto, in nome dei deboli.
Difesa da un sindacato autofinanziato che torni alla sua missione originaria, mettendo in secondo piano la corsa ai fascicoli aziendali. Questa è la vera rivoluzione che serve!
Finchè non si avrà il coraggio di affrontare il nodo vero – la distribuzione del valore, il riequilibrio del potere contrattuale, la reciprocità delle regole, la giustizia economica lungo la filiera – ogni discorso sulla rinascita agricola del Sud resterà incompleto.
E, in assenza di questo coraggio, la modernizzazione continuerà a essere raccontata come progresso anche quando assomiglia sempre di più a un funerale amministrato con linguaggio elegante. Ma c’è chi dice NO…
Senza agricoltori non c’è futuro: perchè tornare alla terra è necessario

