Senza agricoltori non c’è futuro: perchè tornare alla terra è necessario

Perchè tornare alla terra?

Per troppo tempo si è parlato della terra come di un residuo del passato.
Come se coltivare, allevare, custodire il suolo e vivere del proprio lavoro agricolo fosse una condizione minore, quasi arcaica, destinata a essere superata da un modello di sviluppo più moderno, più veloce, più efficiente.

Era una bugia.
E oggi quella bugia si sta sgretolando sotto il peso della realtà.

Tornare alla terra

Il ritorno alla terra non è un rifugio romantico per anime stanche della città. Non è una moda da fine settimana, non è una fotografia da social, non è il sogno estetico di chi idealizza la campagna senza conoscerne la fatica. Il ritorno alla terra è, sempre di più, una scelta di resistenza, di dignità e di libertà.

Perchè la terra, prima di tutto, non è uno scenario.
La terra è produzione, identità, radicamento, sovranità alimentare, presidio del territorio, tutela della salute, equilibrio sociale. Dove muore l’agricoltura non si perde soltanto reddito: si spegne un pezzo di civiltà.

La grande illusione della modernita’ senza radici

Ci hanno raccontato che il futuro sarebbe stato altrove.
Nella finanziarizzazione dell’economia, nella delocalizzazione della produzione, nella dipendenza crescente dai mercati globali, nell’idea che tutto potesse essere comprato ovunque, in qualunque momento, al prezzo più basso possibile.

In questo disegno l’agricoltore doveva diventare marginale.
Un soggetto debole, schiacciato tra costi in aumento e prezzi decisi da altri. Un produttore sempre più dipendente da filiere lunghe, da importazioni incontrollate, da mercati opachi e da regole scritte lontano dai campi.

Eppure proprio le crisi degli ultimi anni – economiche, geopolitiche, climatiche, energetiche – hanno dimostrato il contrario: senza una base agricola solida un Paese è fragile. Senza chi coltiva, nessuna società è davvero sicura. Senza terra, senza acqua, senza semi, senza reddito per chi produce, la modernità si rivela per quello che spesso è: un gigante senza fondamenta.

Tornare alla terra significa tornare alla realta’

Il ritorno alla terra non vuol dire tornare indietro.
Vuol dire tornare alla sostanza.

Significa rimettere al centro ciò che conta davvero: il cibo sano, il lavoro, la qualità, il rapporto tra comunità e territorio, il valore della produzione reale contro l’economia della rendita e della speculazione.

In un tempo in cui tutto sembra virtuale, intermediato, artificiale, la terra resta il luogo più concreto che esista. Non mente. Non trucca i numeri. Non si presta facilmente alle finzioni di chi parla di crescita senza produzione, di sviluppo senza comunità, di sostenibilità senza agricoltori.

La terra ti obbliga al tempo lungo, alla responsabilità, alla misura.
Ti insegna che nulla nasce dal nulla e che ogni raccolto è il risultato di lavoro, rischio, conoscenza e pazienza.

Per questo il ritorno alla terra è anche un ritorno al limite, in una società che ha smarrito il senso del limite. E proprio per questo è una scelta rivoluzionaria.

La terra non si celebra: si difende

C’è però un equivoco da spezzare.
Non basta esaltare la terra a parole. Non basta riempirsi la bocca di ruralità, tradizione, made in Italy e paesaggio.

La terra si difende se si difendono gli agricoltori.

Si difende se si garantiscono prezzi giusti.
Si difende se si impedisce che le produzioni nazionali vengano schiacciate da importazioni usate come leva per deprimere il mercato.
Si difende se si contrasta la svendita del prodotto agricolo.
Si difende se si spezza il meccanismo per cui chi produce è l’anello più debole e chi intermedia o trasforma concentra forza, margini e potere.

Senza reddito agricolo, il ritorno alla terra resta uno slogan vuoto.
Senza giustizia economica, ogni celebrazione del mondo rurale è ipocrisia.

Ecco il nodo politico vero: non può esserci ritorno alla terra se il sistema continua a espellere dalla terra proprio coloro che la lavorano.

La terra si difende con una vera rappresentanza

Una riflessione seria dovrebbe investire anche il tema della rappresentanza agricola. Non può esserci ritorno alla terra senza un rinnovamento profondo delle organizzazioni chiamate a difenderla.

Quando la tutela degli agricoltori si riduce prevalentemente alla gestione di fascicoli SIAN, adempimenti e servizi collaterali, intermediazione, il rischio è che la rappresentanza smarrisca la sua funzione essenziale: difendere chi produce, chi investe, chi rischia, chi vive del lavoro nei campi.

E’ tempo di restituire centralita’ sindacale agli interessi reali dell’agricoltura produttiva, liberandola da logiche burocratiche che troppo spesso hanno finito per allontanarla dalla terra e dai suoi protagonisti. Si può tornare alla terra dopo aver riformato il ruolo dei sindacati…

I giovani torneranno davvero solo dove c’e’ futuro

Tutti dicono di volere i giovani in agricoltura.
Ma i giovani non si trattengono con i convegni, con la retorica o con i bandi scritti male. I giovani restano o tornano solo dove vedono prospettiva, reddito, rispetto, possibilità di costruire una vita.

Nessuno investe il proprio futuro in un settore dove si lavora in perdita, dove il prezzo lo fanno gli altri, dove le regole cambiano continuamente e dove la parte produttiva viene ascoltata solo quando serve una foto o una dichiarazione.

Se davvero si vuole favorire il ritorno alla terra, bisogna restituire all’agricoltura centralità economica e dignità politica.
Bisogna far capire che coltivare non è un ripiego, ma una funzione strategica nazionale.

Sovranità, comunità, libertà

La terra non è soltanto economia.
E’ anche un’idea di società.

Chi ha un rapporto vivo con la terra conserva una forma di indipendenza che il sistema spesso non ama. L’agricoltore sa cosa significa produrre valore reale. Sa cosa significa dipendere dal cielo, dalle stagioni, dalla fatica, ma non piegarsi facilmente alle mode ideologiche, ai giochi finanziari, alle narrative costruite nei palazzi.

Per questo il ritorno alla terra porta con sè una domanda scomoda:
chi controlla il cibo controlla la società.

Difendere l’agricoltura, allora, non significa soltanto difendere una categoria. Significa difendere spazi di autonomia collettiva, capacita’ produttiva nazionale, salute pubblica, coesione dei territori, tenuta democratica.

Il ritorno alla terra è la vera modernità

La vera modernità non e’ quella che cancella i campi in nome dell’astrazione.
E’ quella che sa unire innovazione e radici, tecnologia e fertilità, ricerca e identità, sostenibilità e reddito.

Tornare alla terra oggi significa capire prima degli altri dove si giocherà la sfida dei prossimi decenni: sull’acqua, sul cibo, sulla qualità, sull’energia, sulla salute, sul controllo delle filiere e sulla sopravvivenza delle comunità locali e di molti borghi rurali.

Chi considera tutto questo marginale non ha capito il presente, prima ancora del futuro.

Conclusione

Il ritorno alla terra non è un passo indietro.
E’ il contrario.

E’ il tentativo di rimettere ordine in un mondo che ha scambiato la dipendenza per progresso, la speculazione per efficienza, le regole per optional, la velocità per sviluppo, il prezzo più basso per il bene comune.

La terra resta il punto da cui tutto ricomincia.
Ma perche’ questo ritorno sia reale, e non solo evocato, bisogna scegliere da che parte stare: o dalla parte di chi produce, custodisce e rischia, oppure dalla parte di un sistema che usa l’agricoltura come serbatoio da spremere che noi vogliamo contrastare anche attraverso battaglie legali.

Noi sappiamo da che parte stare.

 

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