Quando l’agricoltura muore, muoiono i Comuni: l’appello di Granosalus ad ANCI

La battaglia sulla CUN del grano duro non riguarda solo gli agricoltori: riguarda la sopravvivenza economica e sociale dei Comuni rurali italiani che aderiscono all’ANCI.

C’è un momento in cui il silenzio delle istituzioni locali smette di essere prudenza e diventa complicità. Quel momento, per i territori rurali italiani, è arrivato.

La crisi del grano duro non è piu’ soltanto una questione agricola. E’ diventata una questione economica, sociale, democratica e territoriale. Quando il prezzo del prodotto scende sotto i costi di produzione, non crolla solo il reddito degli agricoltori: si spezza l’equilibrio dei piccoli Comuni, si impoverisce il commercio locale, si svuotano i borghi, si accelera l’abbandono delle campagne.

Per questo l’iniziativa di Granosalus rivolta ad ANCI nazionale e alle ANCI regionali ha un valore che va ben oltre il piano tecnico del ricorso. E’ un appello politico e istituzionale a difendere la sopravvivenza delle economie rurali italiane.

Il nodo vero: la CUN del grano duro e un decreto che altera gli equilibri

Al centro della contestazione vi è il Decreto Direttoriale MASAF del 16 gennaio 2026, che ha inciso profondamente sulla Commissione Unica Nazionale del grano duro.

Secondo Granosalus, quel provvedimento non ha rafforzato trasparenza e giustizia nella formazione del prezzo, ma ha finito per alterare la funzione stessa della CUN, compromettendo il principio di equilibrio tra parte agricola e industria di trasformazione.

Le criticità sollevate sono pesanti e non possono essere archiviate come una disputa tra addetti ai lavori:

• alterazione della rappresentanza paritaria tra produttori agricoli e industria;

• ritorno a logiche territoriali frammentate, simili a quelle delle vecchie borse merci;

• assenza di criteri qualitativi completi, in particolare sul piano reologico e tossicologico, in grado di garantire una “differenziazione” del prodotto nazionale, a tutela non solo dei produttori ma anche dei consumatori;

• legittimazione di dinamiche di prezzo sotto i costi di produzione, in contrasto con i principi di tutela contro le pratiche commerciali sleali.

Qui non siamo davanti a un dettaglio amministrativo. Qui siamo davanti a una questione che tocca il cuore del mercato e il destino di migliaia di aziende agricole.

Se gli agricoltori vendono sottocosto, i Comuni collassano

Chi amministra un Comune rurale conosce bene questa verità: quando l’agricoltura entra in crisi, l’effetto non resta confinato nei campi.

Significa meno reddito nelle famiglie.
Significa meno spesa nei negozi.
Significa meno lavoro per artigiani, trasportatori, piccole imprese.
Significa giovani che se ne vanno e anziani che restano in territori sempre più fragili.
Significa desertificazione economica e sociale.

Per questo la battaglia sulla CUN del grano duro non è una battaglia corporativa che riguarda soltanto i cerealicoltori. Riguarda l’intero tessuto dei territori interni e rurali del Mezzogiorno e di tutta l’Italia cerealicola.

Il ricorso di Granosalus e il ruolo dei Comuni

Di fronte a questo scenario, Granosalus ha promosso un Ricorso Straordinario al Presidente della Repubblica per chiedere l’annullamento del decreto.

Ma il punto politicamente più interessante è un altro: l’associazione ha chiesto ad ANCI di fare la sua parte, diffondendo ai Comuni il modello già adottato dal Comune di Sant’Agata di Puglia, che ha approvato in Giunta una delibera di adesione formale al ricorso.

Si tratta di un passaggio tutt’altro che simbolico.

L’adesione dei Comuni significa:

• riconoscere che la crisi del grano duro è una crisi del territorio;

• dare copertura istituzionale a una battaglia di legalità;

• far pesare la voce delle comunità locali contro scelte che rischiano di danneggiare le economie agricole;

• riaffermare che la politica non può restare spettatrice mentre il mondo produttivo viene schiacciato da derive oligopolistiche, abusi di posizione dominante e cartelli.

I sindaci non possono restare a guardare

I sindaci sono la prima linea dello Stato nei territori. Sono quelli che vedono per primi le serrande abbassate, i campi abbandonati, i giovani costretti a partire, le aziende che non ce la fanno più.

Per questo non basta dichiararsi vicini agli agricoltori nei convegni o nelle ricorrenze ufficiali. Serve un’assunzione di responsabilita’ concreta.

La richiesta rivolta ad ANCI è chiara:

• prendere posizione a tutela delle economie agricole locali;

• inviare ai Comuni la delibera modello e il ricorso;

• sollecitare le Giunte ad approvare atti di adesione o almeno di sostegno politico formale.

E’ una chiamata alla responsabilità istituzionale che nessuno dovrebbe sottovalutare.

Serve anche una svolta nella rappresentanza agricola

Questa vicenda dice anche un’altra cosa, che da tempo molti agricoltori pensano ma che troppo spesso nessuno ha il coraggio di dire fino in fondo: occorre una profonda revisione delle rappresentanze agricole e sindacali.

Troppo spesso chi dovrebbe difendere chi lavora la terra si è trasformato in un apparato burocratico multitasking più attento alla gestione dei fascicoli SIAN, delle pratiche amministrative, dell’ intermediazione commerciale (vendita di pannelli fotovoltaici o crediti di carbonio) e di una rete di servizi accessori, che alla tutela reale del reddito agricolo.

Gli agricoltori non hanno bisogno di strutture che li trasformano in utenti, pratiche o numeri da amministrare. Hanno bisogno di rappresentanze capaci di battersi su prezzo, mercato, importazioni, legalità, contratti, trasparenza e sovranità produttiva.

Se i sindacati agricoli vogliono tornare credibili, devono smettere di somigliare a sportelli burocratici travestiti da corpi intermedi e tornare a essere ciò che dovrebbero: strumenti veri di difesa di chi vive del proprio lavoro nei campi.

Ditelo anche a quei sindacati che ‘sembravano’ diversi ma hanno smarrito la propria bussola…e di fronte alle urgenze e priorità sono diventati una fotocopia degli altri sindacati.

La politica locale deve scegliere da che parte stare

La questione, in fondo, è semplice.

O i Comuni, ANCI e le istituzioni territoriali decidono di stare dalla parte delle comunità rurali, sostenendo chi chiede trasparenza, legalità e rispetto delle regole nella formazione del prezzo del grano duro, senza cedere alle sirene disfattiste, oppure accettano che il declino agricolo diventi declino civile dei territori.

Non ci sono piu’ alibi.

Difendere il grano duro italiano non significa fare propaganda di settore.
Significa difendere lavoro, economia locale, presidio del territorio, salute pubblica e coesione sociale.

Quando l’agricoltura muore, i Comuni muoiono.
E se i Comuni tacciono, il danno non è più solo economico: diventa politico e storico.

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