NGT: via libera da Ue a deregulation, opacità e un colpo ai diritti di agricoltori e consumatori

Il Parlamento europeo ha dato il via libera al nuovo quadro normativo sugli NGT (New Genomic Techniques), le nuove tecniche genomiche applicate agli organismi vegetali. Una decisione che viene presentata dai sostenitori come un passo avanti verso l’innovazione, ma che per molti agricoltori, associazioni civiche e difensori della sovranita’ alimentare rappresenta invece un arretramento grave sul piano democratico, sanitario e agricolo.

Dietro la retorica del progresso, infatti, si profila una realtà molto diversa: meno trasparenza, meno tutele, meno possibilità di scelta per i cittadini e più spazio alle grandi multinazionali sementiere.

Cosa ha deciso il Parlamento UE

Il nuovo impianto normativo introduce una distinzione tra due categorie di piante ottenute con NGT:

• Categoria 1: piante considerate “equivalenti” a quelle convenzionali. Per queste viene meno gran parte dell’attuale disciplina OGM. Non sarà prevista l’etichettatura per il prodotto finale, mentre resterà l’obbligo di etichettatura per le sementi.

• Categoria 2: piante con modifiche genomiche più complesse, che continueranno invece a rientrare in un regime più simile a quello OGM, con obblighi di etichettatura e regole specifiche.

Il punto politico e sostanziale è chiarissimo: una parte rilevante dei nuovi OGM uscirà dalla visibilità pubblica. Il consumatore non saprà piu’ con chiarezza cosa arriva nel piatto, e gli Stati membri non potranno esercitare liberamente il diritto di vietarne la coltivazione sul proprio territorio.

Il problema vero: si smonta il principio di precauzione

La questione non è tecnica. E’ politica.

Per oltre vent’anni, l’Europa aveva costruito una disciplina sugli OGM fondata su alcuni pilastri essenziali:

• valutazione del rischio

• tracciabilità

• etichettatura

• responsabilità

• possibilità di tutela territoriale

Con il nuovo impianto sugli NGT, questi pilastri vengono in larga parte indeboliti o rimossi proprio per le varietà inserite nella categoria 1. Il risultato è una deregulation mascherata da semplificazione.

Quando si elimina o si restringe la tracciabilità, non si accelera soltanto l’innovazione: si riduce la possibilità di controllo pubblico. Quando si indebolisce l’etichettatura, non si rende il mercato più moderno: si limita il diritto dei cittadini a scegliere consapevolmente. Quando si depotenzia la valutazione preventiva, si colpisce il principio di precauzione, che in Europa era stato una conquista di civiltà.

Consumatori all’oscuro, filiere esposte

Uno degli aspetti più inquietanti della riforma è l’effetto concreto sulla filiera agroalimentare.

Se una larga quota di prodotti NGT non dovrà essere indicata in etichetta, il consumatore perderà uno strumento fondamentale di conoscenza e autodifesa. Ma il problema non riguarda solo chi acquista: riguarda anche chi produce.

Le filiere biologiche, tradizionali e OGM free rischiano infatti di trovarsi esposte a contaminazioni difficili da prevenire, dimostrare e gestire. E qui si apre il nodo più esplosivo: quello dei brevetti.

Brevetti, contaminazioni e contadini più deboli

Secondo molte organizzazioni critiche verso il testo approvato, gli NGT vengono di fatto alleggeriti sul piano regolatorio, ma restano pienamente dentro la logica della proprietà intellettuale. Tradotto: meno controlli pubblici, ma brevetti privati ben saldi.

Questo significa che sementi e caratteri genetici riconducibili a grandi gruppi del settore potrebbero rafforzare ulteriormente il potere di mercato di poche multinazionali. Il rischio denunciato da più parti e’ netto: gli agricoltori contaminati potrebbero trovarsi paradossalmente nella posizione di dover difendersi, anzichè essere difesi.

Se mancano metodi di rilevazione accessibili, se la tracciabilità si allenta e se il peso della prova ricade sui soggetti più deboli, i piccoli produttori e le imprese sementiere locali entrano in una zona grigia pericolosissima. In quella zona, il diritto cede il passo alla forza economica.

Non è difficile immaginare le conseguenze:

• crescita del contenzioso

• aumento dei costi per chi vuole certificare filiere pulite

• difficoltà per i piccoli breeder

• rischio di espulsione dal mercato per le realtà meno strutturate

• ulteriore concentrazione del comparto sementiero

In altre parole, si crea un sistema in cui il vantaggio competitivo non premia chi custodisce biodiversità, territorio e qualità, ma chi controlla i brevetti, i laboratori e la leva finanziaria.

Comuni rurali e agricoltura locale sotto pressione

Per un Paese come l’Italia, il tema non riguarda solo la genetica vegetale. Riguarda il modello agricolo che si intende difendere.

I comuni rurali, le aree interne, le economie agricole di prossimità, le filiere corte e le produzioni identitarie vivono di differenziazione, reputazione, tipicità e fiducia. Tutto questo viene indebolito quando si introducono norme che opacizzano l’origine genetica delle colture e comprimono gli spazi di autodeterminazione territoriale.

Se un territorio non può difendere pienamente la propria vocazione agricola, se un’amministrazione locale perde strumenti di tutela, se un produttore deve sobbarcarsi costi e rischi aggiuntivi per dimostrare di non aver scelto ciò che altri hanno introdotto, allora non siamo davanti a una neutralità tecnologica. Siamo davanti a una scelta di campo.

E questa scelta, ancora una volta, sembra favorire l’agroindustria globale più che l’agricoltura contadina e territoriale.

L’altra narrazione: resilienza, rese e cambiamento climatico

I sostenitori della riforma insistono su un argomento preciso: gli NGT servirebbero a creare colture più resistenti, meno idroesigenti, più capaci di affrontare fitopatie e cambiamenti climatici.

E’ un argomento che merita di essere preso sul serio, ma non accettato in modo acritico.

Nessuno nega che l’agricoltura abbia bisogno di ricerca e innovazione. Il punto è un altro: innovazione per chi, sotto il controllo di chi e con quali garanzie? Non basta evocare la sostenibilità per rendere giusta una deregolamentazione. Non basta chiamare “futuro” un sistema che riduce la trasparenza, accresce i brevetti e marginalizza i produttori più fragili.

Se l’innovazione diventa un cavallo di Troia per smontare controlli, diritti e libertà di scelta, allora non è progresso: è subordinazione dell’agricoltura al potere industriale.

Una questione democratica prima ancora che agricola

La vicenda NGT pone una domanda fondamentale: chi decide il futuro del cibo?

Lo decidono i cittadini informati, i territori, gli agricoltori, il principio di precauzione e il bene comune? Oppure lo decidono le piattaforme brevettuali, le lobby sementiere e un impianto normativo costruito per ridurre gli ostacoli al mercato?

Quando si sottrae etichettatura, quando si attenua la tracciabilità, quando si depotenzia il potere degli Stati e si espongono i produttori locali a nuovi rischi legali ed economici, non si sta semplicemente aggiornando una normativa. Si sta ridefinendo il rapporto di forza tra cittadini e grandi interessi privati.

La battaglia non è chiusa

Il voto del Parlamento europeo non chiude la discussione politica e sociale. La apre ancora di più.

Restano sul tavolo il tema dei brevetti, quello della tutela delle filiere libere da OGM, quello della sovranità alimentare dei territori e quello del diritto dei consumatori a sapere cosa mangiano. Restano soprattutto le iniziative che Stati membri, Regioni e Comuni potranno ancora promuovere per difendere la trasparenza e l’identità produttiva locale.

Per questo la risposta non può essere la rassegnazione.

Serve una mobilitazione ampia che unisca agricoltori, consumatori, amministratori locali, tecnici indipendenti e associazioni civiche. Perchè difendere il grano, le sementi, le filiere locali e la salute pubblica significa difendere molto più di un settore economico: significa difendere autonomia democratica, biodiversità e diritto al cibo consapevole.

Conclusione

Il via libera del Parlamento UE agli NGT viene raccontato come una svolta moderna. Ma se modernizzare significa meno etichette, meno controlli, più brevetti e meno potere ai territori, allora e’ lecito chiamarla con il suo vero nome: una resa regolatoria.

E a pagare il prezzo rischiano di essere, ancora una volta, i più deboli: piccoli agricoltori, comuni rurali, filiere biologiche e consumatori.

Il futuro dell’agricoltura italiana non può essere deciso nel silenzio delle etichette e sotto il peso dei brevetti.

Deve restare nelle mani di chi coltiva la terra, custodisce la biodiversità e pretende verità su ciò che arriva in tavola.

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