Il palco è elegante, il titolo accattivante: “Fagri Digital – Innovazione e Futuro”.
Tema dell’incontro: crediti di carbonio e blockchain.
Obiettivo dichiarato: aprire “nuovi flussi di reddito per le aziende agricole”.
Alcune iniziative recentemente promosse nel settore dei carbon credit in agricoltura utilizzano un linguaggio promettente. Riteniamo essenziale che gli agricoltori ricevano dal sindacalista informazioni complete e trasparenti sui rischi (addizionalità, permanenza, penali contrattuali), specie in aree siccitose del Mezzogiorno.
Quello della transizione verde sarà anche un linguaggio seducente, che però nasconde un interrogativo cruciale: chi difende gli agricoltori quando i sindacalisti diventano anche intermediari commerciali?
Siamo di fronte ad una nuova generazione di sindacalisti multitasking: pronti a cambiare abito pur di commercializzare grano, pasta, blockchain, pannelli solari, crediti di carbonio, pacchetti turistici, lavori contoterzi (attività secondarie che poco hanno a che vedere con la rappresentanza agricola) e altri servizi: tipo presenze istituzionali ai tavoli ministeriali spesso più formali che sostanziali ….
Il nuovo business della CO₂
La macchina dei carbon credit promette di premiare chi cattura anidride carbonica nel suolo. In teoria, un agricoltore virtuosamente “carbon neutral” può monetizzare ogni tonnellata di CO₂ sequestrata.
In pratica, però, servono broker, certificatori, verificatori e piattaforme digitali per tradurre quei dati in contratti di vendita.
E serve superare il test di addizionalità, perno della credibilità nei progetti di compensazione: il progetto quindi deve produrre una riduzione/rimozione di emissioni che non sarebbe avvenuta nello scenario di riferimento plausibile.
Se per i seminativi ci si limita a monetizzare pratiche comuni o già incentivate (minime lavorazioni generiche, rotazioni standard, cover crop saltuarie) difficilmente si supera il test di addizionalità. Se la misura è già richiesta o pagata (eco‑schemi, BCAA, PSR), rischia di non essere addizionale.
Inoltre l’addizionalità va mantenuta per tutta la durata del credito e siccome il carbonio nel suolo è reversibile; rotazioni, lavorazioni o eventi siccitosi possono azzerare i guadagni.
Al Sud la siccità è ricorrente; a nostro avviso, ogni proposta dovrebbe illustrare con chiarezza anche i rischi connessi (perdita di crediti in caso di stress idrico, reversal, penali contrattuali). Invitiamo gli agricoltori a richiedere sempre documentazione completa sui rischi.
Quando può essere addizionale il progetto?
Quando si adottano pratiche non coperte da obblighi o sussidi esistenti e documentate come non usuali nell’area (es. semina su sodo/no‑till dove prevale l’aratura, cover crops multispecie su superfici che storicamente svernano nude, agroforestazione lineare in pianure cerealicole prive di siepi), nella speranza che non ci siano siccite.
Una piattaforma come Fagri Digital, per quanto legittima, a nostro avviso pone temi di opportunità quando la stessa organizzazione che offre rappresentanza assume anche ruoli di intermediazione commerciale. È cruciale preservare la terzietà della consulenza. Ciò solleva, a nostro giudizio, interrogativi in termini di equilibrio tra consulenza e intermediazione.
La piattaforma, spiega la promozione, “aiuta gli agricoltori a certificare il sequestro di carbonio e a venderne il valore di mercato”.
Ma per iniziare – secondo dichiarazioni pubbliche rese in occasione dell’evento in locandina, l’adesione comporterebbe un costo iniziale indicativo di 10 €/ha. Invitiamo gli interessati a richiedere condizioni scritte, durata degli impegni e clausole in chiaro, prima di aderire.
Giusto obiettivo di modernizzazione? Forse. Ma la domanda scomoda resta:
se chi dovrebbe difendere il socio è anche partner commerciale di chi gli vende il servizio, dov’è finita la terzietà sindacale?
Contratti lunghi, clausole piccole
I crediti di carbonio non sono bonus ecologici a perder d’occhio: sono accordi privati. Impegnano le aziende per 10, 15 o anche 20 anni, con penali, vincoli sulla gestione dei terreni e sulla libertà di coltivazione. I contratti possono essere pluriennali e contenere vincoli gestionali; condizioni avverse (es. siccità) possono compromettere i risultati attesi e, in alcuni casi, ridurre o azzerare i crediti maturati.
Chi spiega questi rischi agli agricoltori?
I sindacalisti liberi o i promotori di piattaforme?
In generale, quando la rappresentanza sindacale assume anche funzioni commerciali, il confine può diventare meno nitido: la consulenza rischia di sovrapporsi al marketing. In questo scenario l’agricoltore può sentirsi più cliente che socio, con l’effetto di spostare il baricentro verso servizi e dati piuttosto che verso la tutela sindacale collettiva.
La missione sindacale in bilico
Un tempo il sindacalista difendeva i produttori dai contratti capestro, dalle filiere opache, dalle tasse. Oggi rischia di legittimare i nuovi intermediari digitali, sostituendo la contrattazione collettiva con offerte commerciali standard.
La doppia veste di mediatori e rappresentanti può creare una zona grigia etica, secondo alcuni osservatori:
• può un’organizzazione critica verso le distorsioni del mercato diventare parte del mercato stesso?
• può garantire autonomia quando guadagna sulle stesse operazioni che dovrebbe vigilare?
Il conflitto non è solo d’interessi. È di missione.
Un sindacalista che si misura a colpi di loghi e codici QR smette di essere scudo politico per trasformarsi in agente di servizi.
E quando a dominare sono gli algoritmi e i flussi di dati, l’agricoltore perde la voce, restando l’anello più debole di una filiera sempre più digitalizzata … ma non per questo più giusta.
Ritorno alla realtà: il grano sotto costo
Mentre si promettono guadagni futuri nei mercati della CO₂, nei campi il grano duro continua a essere pagato meno del costo di produzione.
Forse la vera innovazione non è inventare piattaforme per vendere dei crediti che sono strumenti complessi e dal valore molto variabile, ma riprendere la battaglia per un prezzo equo, per politiche che restituiscano valore al lavoro agricolo reale e fiducia verso i sindacati.
“Chi controlla il controllore?”
È la domanda da porre ogni volta che l’interesse collettivo rischia di essere sostituito dal possibile profitto di piattaforma del sindacalista. Il nostro auspicio è che la rappresentanza resti focalizzata sulla tutela collettiva (prezzi equi, regole di mercato), evitando sovrapposizioni che possano generare conflitti di interessi.
C’era una volta Di Vittorio
Messaggio per i giovani agricoltori: Di Vittorio è considerato il più importante sindacalista del Novecento italiano, perchè fu capace di unire la difesa dei diritti alla proposta politica e legislativa, mantenendo sempre fede ad una lotta concreta.
I sindacalisti del passato operavano in un contesto profondamente diverso; nell’attuale scenario la funzione di difesa degli interessi collettivi sembra talvolta cedere il passo a un’impostazione più economica o gestionale.
