Mentre i prezzi crollano e la speculazione cresce, l’Italia importa grano duro come se non ne producesse più. La guerra del pane è già iniziata, e la stiamo perdendo.
Il grano duro, l’oro giallo da cui nasce la pasta italiana, vive una crisi globale silenziosa ma profonda. Dalla siccità del Canada alla speculazione sulle borse merci europee, si sta ridisegnando una mappa geopolitica che decide chi mangerà e chi produrrà.
L’Italia, che dovrebbe guidare la filiera mondiale delle semole di qualità, è invece ostaggio delle importazioni e dei listini imposti.
Il mercato internazionale: pochi Paesi, tanto potere
Secondo i dati FAO e International Grains Council, la produzione mondiale di grano duro nel 2025 si aggira intorno ai 26–27 milioni di tonnellate, concentrata in poche aree:
| Paese | Produzione (Mt) | Tendenza |
|---|---|---|
| Canada | 5,9 | -6% (siccità in Saskatchewan) |
| Unione Europea (Italia, Francia, Spagna, Grecia) | 7,2 | +3% |
| Turchia | 4,5 | stabile |
| USA | 1,6 | in crescita |
| Algeria | 1,4 | +10% |
| Kazakistan | 1,3 | -4% |
Il Canada domina ancora, ma sempre più vulnerabile ai cambiamenti climatici e al glifosate.
L’Italia, con 3,8 milioni di tonnellate, resta il primo produttore europeo, ma perde terreno ogni anno: superfici in calo, costi alti, associazioni agricole latitanti e industrie che comprano altrove.
Il commercio mondiale: il paradosso italiano
L’Italia è contemporaneamente uno dei primi produttori e il primo importatore mondiale di grano duro.
Nel 2025 le importazioni hanno superato le 2,4 milioni di tonnellate, il 40% dal Canada e quote crescenti dalla Russia e dalla Turchia.
Gli esportatori principali restano:
- Canada, con quasi 5 milioni di tonnellate l’anno;
- UE (Francia e Italia), circa 1,6 milioni;
- Turchia, in crescita come hub anche per il grano “di provenienza incerta” dal Mar Nero.
Sull’altro lato, i grandi acquirenti sono Algeria, Tunisia, Marocco e proprio l’Italia, schiacciata tra la dipendenza estera e la debolezza interna della sua filiera.
Prezzi fuori controllo, redditi sotto soglia
Nel 2025–2026 i prezzi internazionali del grano duro oscillano tra 430 e 480 $/t, ma il produttore italiano si vede liquidare 330 €/t, ben al di sotto dei costi medi ISMEA. Ma a qualche commentatore sfugge sottolineare questa distorsione, altrimenti cadrebbe il castello del libero mercato. Eppure ISMEA in passato aveva già evidenziato le distorsioni tra mercato nazionale e internazionale, a dimostrazione che il mercato non è libero come vuol far credere ingenuamente De Francesco.
La Borsa Merci di Foggia — che un tempo era il termometro del Mediterraneo — oggi riflette solo un mercato drogato da:
- importazioni low-cost,
- contratti opachi e listini falsati (anche dalle sentenze prodotte a seguito dei ricorsi di Granosalus)
- assenza di ammassi pubblici o politiche di equilibrio.
La volatilità non è più un rischio meteorologico, ma un meccanismo di rendita finanziaria: chi controlla la logistica e i terminal decide i listini, non il raccolto.
Consumi e contraddizioni
Il consumo mondiale cresce lentamente (+0,8% annuo), trainato da Mediterraneo e Nord Africa.
L’Italia resta leader dell’export di pasta con 3,7 milioni di tonnellate vendute all’estero, ma paradossalmente con grano estero in sette pacchi su dieci.
In altre parole:
“Facciamo la pasta migliore del mondo con il grano degli altri.”
Una resa culturale e politica, più che economica.
Le tendenze: cosa ci aspetta
- Rischio climatico crescente in Nord America e bacino mediterraneo;
- Speculazione finanziaria che sostituisce le politiche agricole;
- UE costretta a rivedere le sue regole, tra aiuti di Stato “de minimis” e sovranità alimentare;
- Italia senza rete pubblica di stoccaggio, unico grande Paese del grano a non avere una riserva nazionale.
Gli Stati Uniti, la Francia e il Canada intervengono ogni anno per sostenere i produttori, con sistemi pubblici di deposito e prezzo minimo di salvaguardia. Peccato che qualche commentatore di grano non se ne sia reso conto e continui a sminuire la CUN, frutto di una lunga battaglia politica per portare innovazione, differenziazione e trasparenza.
L’Italia, invece, lascia tutto al “mercato” — cioè a chi può piegarlo.
Sovranità alimentare o sovranità di facciata?
L’Italia del grano duro è al bivio: o recupera una strategia industriale e pubblica, come abbiamo evidenziato in questo articolo, o diventa un Paese trasformatore senza radici agricole.
Serve una filiera trasparente, una CUN credibile che valorizzi la nostra qualità, una rete di ammassi pubblici, anche con lo Stato pubblico acquirente e un prezzo basato sui costi reali e non sulla speculazione.
Il futuro del grano duro non è un problema di falsi sindacalisti (ormai tutte le sigle si equivalgono), controfigure ben costruite o commentatori improvvisati: è un tema di democrazia economica.
Perché chi controlla il pane, controlla la politica.
E non sempre lo fa da Roma.
Ecco perchè gli agricoltori devono difendersi da soli, insieme ai consumatori.
