Intervento dello Stato sul grano: unica via per salvare la filiera del duro

Lo Stato deve intervenire. La filiera del grano duro nazionale è in una situazione ormai fuori controllo: i prezzi non coprono i costi di produzione, le superfici coltivate continuano a diminuire e la dipendenza dalle importazioni aumenta mentre il prodotto italiano perde valore.

La Commissione Unica Nazionale (CUN) avrebbe dovuto ristabilire trasparenza e riequilibrio contrattuale tra produttori e industria con la sede a Foggia.
Ma oggi, dopo l’emanazione del decreto direttoriale del MASAF del 16 gennaio 2026, quello strumento esiste solo sulla carta: è stato snaturato, indebolito e trasformato in un organismo che non rappresenta più gli agricoltori.

Questo non è ciò che prevedeva la legge.
Non è ciò che il Parlamento aveva chiesto al Governo.
Non è ciò che i produttori italiani avevano atteso per anni.

Se l’industria continua a rifiutare regole trasparenti, lo Stato deve intervenire: o corregge il decreto, o torna a comprare e stoccare il grano italiano.

Il decreto va modificato: la legge e il Parlamento indicano un’altra strada

Il quadro normativo originario – legge istitutiva delle CUN e successive risoluzioni parlamentari – stabiliva chiaramente che la parità tra componenti della filiera e la rappresentanza effettiva dei produttori fossero principi inderogabili.
Il decreto MASAF del 16 gennaio 2026, invece, ha:

• ridotto il peso e la voce degli agricoltori nei listini;

• concentrato la rappresentanza nelle mani delle industrie molitorie e di poche sigle di comodo;

• introdotto modalità di formazione del prezzo che ignorano i costi di produzione e i parametri qualitativi del grano italiano salubre, secondo gli indirizzi delle risoluzioni parlamentari.

È un tradimento dello spirito della legge. In Regione Puglia è già stata depositata una Mozione.

Se il ministro dell’Agricoltura non intende riformare il provvedimento, allora l’articolo 41 della Costituzione e il principio di sovranità alimentare impongono un intervento statale diretto sul mercato, oggi distorto da pratiche speculative.

Due strade possibili per ristabilire la giustizia nel mercato del grano duro

1️⃣ Modificare subito il decreto MASAF

Serve un decreto correttivo che:

• restituisca reale parità di rappresentanza tra produttori, cooperative e industria;

• introduca un meccanismo trasparente di formazione del prezzo basato su una griglia di qualità reologica e tossicologica, a partire dai costi minimi riconosciuti da ISMEA;

• renda la CUN veramente pubblica, aperta e verificabile, con verbali, tracciabilità delle votazioni e partecipazione effettiva degli agricoltori liberi, con sede a Foggia.

Questa è la via prevista dal legislatore. Tutto il resto significa piegare il mercato alla finanza industriale e sottrarre valore al lavoro nei campi.

2️⃣ Se l’industria si rifiuta, lo Stato deve intervenire come acquirente pubblico

Se i molini continueranno a rifiutare regole eque, l’unica alternativa è che lo Stato torni protagonista come imprenditore, realizzando:

• acquisto diretto del grano duro nazionale a prezzi di salvaguardia (sulla base dei costi reali ISMEA);

• gestione pubblica degli ammassi tramite l’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura (AGEA) o direttamente attraverso il Ministero dell’Agricoltura, Sovranità Alimentare e Foreste (MASAF);

• creazione di una rete di silos e magazzini statali in grado di garantire la tenuta del mercato nei periodi di crisi;

• utilizzo del grano negli appalti pubblici nazionali (mense scolastiche, ospedali, forze armate) per valorizzare la produzione interna;

• fornitura del grano per gli approvvigionamenti industriali (molini, pastifici e panifici) con apposte aste per valorizzare la produzione nazionale.

Non sarebbe un ritorno al passato, ma un atto di sovranità economica in difesa del Made in Italy e della sicurezza alimentare.

Il crollo della Federconsorzi e la mancanza di politiche a sostegno dei produttori hanno consegnato il controllo della filiera a lobby commerciali e industriali, favorendo la dipendenza dall’estero e l’abbandono delle campagne.

Ecco perchè quando i mercati sono dominati da poche mani, il pubblico ha il dovere di riequilibrare.

L’alternativa è chiara: lo Stato torni protagonista nel mercato del grano duro, come già avviene negli Stati Uniti, in Francia e in Canada.

Il fattore tempo: intervenire prima dei nuovi raccolti

Il raccolto 2026 è alle porte e ogni giorno di ritardo può trasformarsi in un danno irreparabile.
Senza un prezzo minimo e una domanda stabile, molti produttori del Sud rischiano di abbandonare la semina del duro, aprendo la strada definitiva al grano d’importazione canadese e americano.

L’Italia non può permettersi di perdere l’autosufficienza cerealicola: significherebbe consegnare l’intera filiera della pasta a interessi esteri.

Conclusione: lo Stato come garante, non spettatore.

Non è “interventismo”, è sovranità alimentare ed economia sociale di mercato

Il grano duro non è una commodity qualunque.
È la base della pasta italiana, un simbolo nazionale e un settore strategico che sostiene migliaia di famiglie agricole.

Quando il mercato diventa distorto, quando gli agricoltori non hanno più voce, quando le quotazioni non riflettono il valore reale del lavoro nei campi, lo Stato ha il dovere di intervenire.

Il Governo deve scegliere:
o ripristina la logica pubblica e paritaria della CUN, modificando il decreto del 16 gennaio
2026, secondo lo spirito della legge e gli indirizzi del Parlamento, oppure entra in campo come acquirente e stoccatore unico, per stroncare ogni speculazione e restituire valore al grano e ai territori.

Perché quando il mercato smette di essere libero e trasparente, lo Stato ha il dovere di tornare arbitro e produttore, non semplice spettatore.

Un commento

  1. sono daccordissimo a presentare il ricorso ed addirittura sono dispinibile a firmare denunce per il mal funzionamento della C.U.N.

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