Dalla campagna a Wall Street: la Coldiretti che parla il linguaggio della finanza

In Coldiretti c’erano una volta i contadini. Poi sono arrivati i manager.

Coldiretti – la stessa organizzazione che per decenni ha sventolato la bandiera dell’«Italia agricola», la difesa dei piccoli produttori, la guerra alle speculazioni e ai “poteri forti” – oggi gioca in Borsa. E a quanto pare, da protagonista.
Altro che casa dei contadini: la galassia Coldiretti si muove ormai come un vero gruppo finanziario, con partecipazioni, fondi, asset e operazioni milionarie che non hanno più nulla a che vedere con la terra, il raccolto, il prezzo del grano o del latte.

L’OPA di Coldiretti su BF S.p.A.: la prova del nove

L’ultima tappa di questa metamorfosi è l’offerta pubblica d’acquisto su BF S.p.A., colosso agroindustriale che controlla Bonifiche Ferraresi.
Dietro l’operazione – come ricostruito da Foodtimes e confermato da più fonti – si muovono società che gravitano nell’orbita di Coldiretti: Arum S.p.A.Dompé HoldingsGermina Campus, le stesse società Impresa Verde e diverse federazioni provinciali.
Un intreccio che somiglia ormai più a una holding finanziaria che a un’organizzazione agricola.

Il lessico parla chiaro: “asset”, “OPA”, “real estate”, “governance”.
Le parole dell’agricoltura contadina – semina, raccolto, valorizzazione, mutualità – sono scomparse dal vocabolario.

La retorica della qualità, la realtà delle concentrazioni

Coldiretti continua a raccontare una storia ordinata, rassicurante:
finalmente un sistema “trasparente”, una filiera che punta sulla “qualità”, grano e pasta italiani tutelati.
Ma che tipo di qualità?
Nelle sedi decisionali conta solo il parametro proteico, quello che interessa ai molini e alla grande industria.

La sanità della granella, l’origine territoriale, la sostenibilità agronomica e nutrizionale sono passate in secondo piano.
L’idea di qualità si riduce così a un numero, funzionale ai grandi impianti industriali, non ai campi del Sud né alle coltivazioni biologiche.

E non è un caso che proprio il Mezzogiorno, cuore del grano duro italiano, venga sistematicamente penalizzato da questo modello: siccità, costi più alti, rese inferiori, parametri più difficili da raggiungere.
Risultato: i prezzi restano bassi e le aziende agricole scompaiono, mentre i vertici Coldiretti parlano di “performance di filiera” o “esultano sulla CUN”.

 CUN grano duro: la Coldiretti esulta, ma il decreto viola la legge

 

Da movimento agricolo a conglomerato finanziario

La verità è che, negli ultimi anni, Coldiretti ha costruito una rete di società e partecipazioni che tocca quasi ogni ramo del sistema agroalimentare: dai Consorzi Agrari d’Italia (CAI) alle operazioni immobiliari di CAI Real Estate, fino ai progetti di BF International.

Un conglomerato che maneggia capitali, immobili, governance, fondi pubblici e strumenti finanziari con dinamiche che ricordano più una holding di investimento che una confederazione agricola.

E allora la domanda è inevitabile:

può un’organizzazione nata per rappresentare gli agricoltori trasformarsi in un “player” da centinaia di milioni senza snaturare la propria missione?

Chi resta nei campi?

Mentre si costruiscono holding e operazioni di acquisizione, nei campi italiani i piccoli e medi produttori continuano a scomparire.
Gli indici ISTAT lo dicono da anni: aziende agricole in calo, superfici concentrate, debiti in crescita.
Quella che una volta era la base sociale di Coldiretti oggi osserva da lontano una macchina che gioca partite di finanza internazionale.

Nelle assemblee territoriali si parla poco di prezzi, di crisi idriche o di accesso al credito.
Si parla di governance, di bilanci, di alleanze con industrie farmaceutiche o assicurative.

È questo il futuro dell’agricoltura italiana?
Una rete di società a partecipazione incrociata che specula su terreni e filiere mentre la terra vera si svuota?

Dalla campagna a Wall Street: un passo brevissimo per Coldiretti

L’OPA su BF S.p.A. segna un passaggio simbolico: la “campagna” entra nei circuiti della Borsa.
Ma non a beneficio degli agricoltori:
a beneficiarne sono i capitali, le rendite e i pochi centri decisionali che da Roma e Milano muovono leve finanziarie con il marchio dorato della Coldiretti.

Il rischio è ormai chiaro: da sindacato agricolo a cartello finanziario.
Una deriva che dissolve l’antica missione mutualistica in un capitalismo di relazioni, dove la parola d’ordine non è più “coltivare”, ma “scalare”.

Conclusione

Non c’è nulla di male, in sé, a investire o crescere.
Il problema è quando a farlo, con denaro pubblico e consenso politico, è chi dichiara di rappresentare chi non ha alcuna voce nei mercati: i contadini.

Finché Coldiretti continuerà a giocare partite da milioni fingendo di parlare a nome dei braccianti, la distanza tra chi lavora la terra e chi la finanzia crescerà ancora.
E, a quel punto, sarà difficile capire dove finisca la campagna… e dove cominci Wall Street.

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