Dal Senato a Terra e Vita: la contraddizione di Frascarelli sulla CUN

La CUN del grano duro non era un’illusione. L’illusione vera è fingere che legge, Parlamento e pratiche sleali non esistano

Il professor Frascarelli, nel suo intervento su Terra e Vita, liquida la delusione degli agricoltori con una formula apparentemente realistica: la CUN non decide il prezzo, lo rileva; non può imporre minimi, non può obbligare a comprare sopra i costi di produzione, non può trasformare un mercato eccedentario in uno deficitario. E conclude che l’errore sarebbe stato quello di diffondere l’illusione che la CUN potesse risolvere i problemi del grano duro italiano.

Detta così, sembra una lezione di sano realismo economico. In realtà, e’ una ricostruzione parziale, riduttiva e politicamente fuorviante, perchè omette proprio i nodi decisivi della vicenda: la legalità dell’impianto della CUN, il divieto di vendita sottocosto, la volontà espressa dal Parlamento sulla differenziazione del grano italiano e i rilievi Antitrust sulla rappresentanza.

Il punto, infatti, non è mai stato attribuire alla CUN poteri magici. Il punto era un altro: pretendere che la CUN del grano duro nascesse e operasse nel rispetto della legge, del Parlamento e dell’interesse pubblico agricolo nazionale.

Nessuno ha mai detto che la CUN crea il prezzo dal nulla

Cominciamo da qui, per sgomberare il campo da un equivoco comodo.

Nessuno dotato di serietà ha mai sostenuto che una Commissione Unica Nazionale potesse, da sola, “trasformare un mercato eccedentario in un mercato deficitario“. Nessuno ha mai pensato che bastasse una commissione a risolvere strutturalmente tutti i problemi della cerealicoltura italiana.

Ma questa è una semplificazione polemica che evita il cuore del problema.

Perchè la CUN non era attesa come uno strumento taumaturgico, ma come un presidio di trasparenza, terzietà, uniformità nazionale e corretta formazione degli indicatori di mercato, in un settore segnato da opacità, frammentazione e squilibri storici nei rapporti di forza.

Ridurre tutto all’argomento “la CUN non può imporre il prezzo” significa spostare l’attenzione su un bersaglio facile, per non affrontare la vera domanda: la CUN del grano duro è stata costruita in modo coerente con la legge e con la sua funzione pubblica?

Ed è qui che il ragionamento del professor Frascarelli si ferma proprio un passo prima del punto essenziale.

Frascarelli al Senato non parlava di illusioni, ma di redditività e stabilità

C’è poi un elemento che rende ancora più debole la lettura proposta oggi.

Nel corso dell’ Affare assegnato n. 215 al Senato, lo stesso prof. Angelo Frascarelli, chiamato a intervenire in quella sede istituzionale, aveva concentrato la sua analisi sulla tutela della redditività degli agricoltori. E aveva evidenziato come, in un contesto segnato dall’aumento dei costi di produzione e dalla riduzione dei contributi PAC, i contratti di filiera offrissero una stabilità economica superiore rispetto al mercato spot.

Questo passaggio è importante per almeno due ragioni.

La prima: dimostra che, in sede parlamentare, il tema non veniva trattato come una banale questione teorica di “mercato che si limita a fotografare se stesso“, ma come un problema concreto di tenuta economica delle imprese agricole e di strumenti capaci di ridurre l’esposizione dei produttori alla volatilità.

La seconda: conferma che il Parlamento, nelle sue audizioni e nei suoi approfondimenti, ragionava in termini di governo della filiera, di riequilibrio e di protezione della parte più debole, non di semplice contemplazione passiva dei prezzi correnti.

Ed è qui che emerge una contraddizione evidente. Se nell’Affare assegnato il problema era la redditività degli agricoltori e la necessità di garantire strumenti di maggiore stabilità, come si può poi ridurre tutto, a posteriori, alla tesi per cui gli agricoltori si sarebbero fatti un’illusione sulla CUN?

Gli agricoltori non si sono inventati nulla.
Hanno letto e ascoltato un dibattito istituzionale in cui si parlava proprio di squilibri di mercato, sostenibilità economica e tutela del reddito agricolo.

Ma proprio qui si apre il nodo politico: stabilità per chi e a quali condizioni?

Naturalmente, il richiamo ai contratti di filiera non può essere assunto come risposta autosufficiente.

E’ vero che, in astratto, un contratto può offrire maggiore stabilità rispetto al mercato spot. Ma la domanda decisiva è: a quali condizioni? E dentro quale quadro di regole, di trasparenza e di libertà contrattuale?

Perchè se il mercato di riferimento è viziato da assetti opachi, da indicatori percepiti come squilibrati, da un meccanismo CUN contestato nella sede, nella rappresentanza e nella funzione, allora anche la filiera rischia di trasformarsi non in uno strumento di riequilibrio, ma in una via obbligata per produttori sempre più deboli.

In altre parole: non basta dire che i contratti di filiera sono più stabili del mercato spot. Bisogna chiedersi se quella stabilità sia costruita su basi eque, trasparenti e coerenti con la legge, oppure se diventi il riflesso di rapporti di forza che spingono gli agricoltori ad aderire per necessità, non per libera convenienza.

Ed è proprio questo il punto che Granosalus e molti cerealicoltori hanno posto sin dall’inizio: una CUN costruita male rischia di diventare non un presidio di equilibrio, ma un ingranaggio funzionale a orientare la filiera secondo interessi diversi da quelli dei produttori.

La questione non è economica soltanto: è giuridica e istituzionale

La CUN del grano duro non può essere valutata solo con categorie astratte di economia di mercato, come se fosse un semplice termometro neutrale. E non può essere difesa o sminuita ignorando il quadro normativo in cui dovrebbe operare.

Qui c’è un fatto dirimente: lo Stato italiano ha introdotto norme contro le pratiche commerciali sleali che vietano l’acquisto dei prodotti agricoli a prezzi inferiori ai costi di produzione.

Allora la domanda è inevitabile: come può un organismo pubblico o para-pubblico limitarsi a “fotografare il mercato” se quella fotografia restituisce, legittima o accompagna prezzi incompatibili con la legalità sostanziale della filiera?

Dire che la CUN si limita a rilevare il mercato equivale, in questo caso, a sorvolare sul punto più delicato: non ogni prezzo di mercato è neutro solo perchè esiste. Se un prezzo matura dentro rapporti di forza squilibrati, meccanismi opachi e pratiche che comprimono strutturalmente il reddito agricolo sotto la soglia della sostenibilità, il problema non è soltanto economico. E’ anche normativo e politico.

La neutralità descrittiva, quando si parla di filiere strategiche e di divieti di vendita sottocosto, rischia di diventare una forma elegante di deresponsabilizzazione.

Il Parlamento aveva indicato un’altra strada

C’è poi un secondo punto che nell’analisi del professor Frascarelli scompare quasi del tutto: la volontà espressa dal Parlamento.

Nel corso dell’affare assegnato sulla filiera del grano duro, la Commissione Agricoltura del Senato aveva delineato una cornice politica precisa. Non una CUN pensata come fredda registratrice di un mercato qualsiasi, ma uno strumento inserito in una strategia di riequilibrio, trasparenza e valorizzazione del grano duro italiano.

Quella strategia indicava chiaramente almeno tre direttrici:

• superare la frammentazione e l’opacità del vecchio sistema che solo Granosalus aveva evidenziato con le sentenze del TAR Puglia;

• costruire una CUN realmente nazionale, equilibrata e coerente con il peso economico dei territori;

• differenziare il grano italiano attraverso una griglia tossicologica e reologica, capace di valorizzarlo per qualità merceologica e sicurezza sanitaria.

Ecco il punto che non può essere cancellato con un’alzata di spalle.

Se il Parlamento aveva indicato la strada della qualificazione del prodottoproteine, glutine, peso specifico, ma anche residui di glifosato, DON, metalli pesanti e altri parametri di salubrità – allora la CUN non doveva limitarsi a registrare un prezzo indistinto. Doveva contribuire a creare condizioni di trasparenza e differenziazione, affinchè il grano italiano non fosse trattato come merce anonima e intercambiabile. Insomma, non come una commodities.

Ma sia Frascarelli che Venarucci, purtroppo, non hanno ben capito il lavoro svolto in Parlamento dal Sen De Bonis, relatore dell’ Affare assegnato.

Dire oggi che gli agricoltori si sarebbero fatti illusioni significa rimuovere il fatto che quelle aspettative non nascevano dal nulla: nascevano da atti parlamentari, audizioni, approfondimenti istituzionali e da una precisa impostazione politico-legislativa.

L’illusione, semmai, è stata far credere che si potesse istituire una CUN svuotando proprio quegli elementi qualificanti che il Parlamento aveva posto al centro.

La griglia tossicologica e reologica non era un dettaglio

Qui tocchiamo forse il punto più rivelatore.

Per anni si è parlato della necessità di distinguere il grano duro italiano non solo per caratteristiche merceologiche, ma anche per standard sanitari e tossicologici. Non per mania burocratica, ma per una ragione molto concreta: dare valore economico alla qualità reale del prodotto nazionale, tutelare i consumatori e sottrarre il prezzo alla pura logica quantitativa e speculativa.

Se questa griglia viene accantonata o marginalizzata, si produce un effetto preciso: si appiattisce il mercato, si indebolisce la valorizzazione del grano italiano e si lascia più spazio a una competizione giocata sul prezzo più basso, spesso a danno dei produttori nazionali.

E allora il problema non è che la CUN non possa fare miracoli.
Il problema è che si è rinunciato a farla funzionare secondo la finalità per cui era stata politicamente immaginata.

Anche la rappresentanza conta. E l’Antitrust lo aveva detto

Il terzo grande rimosso del ragionamento del Prof. Frascarelli riguarda la rappresentanza nella CUN.

Come se la formazione di indicatori e prezzi potesse essere considerata neutra a prescindere da chi siede al tavolo, da come viene selezionato e da quali interessi rappresenta realmente.

E invece questo è un nodo decisivo.

L’ Antitrust, nel parere del 13 ottobre 2020, aveva posto questioni precise sulla oggettiva rappresentatività e sulla necessità di evitare assetti chiusi, distorsivi o tali da comprimere il pluralismo associativo.

Ignorare questo punto significa non capire – o non voler capire – che la credibilità della CUN dipende anche dalla legittimazione dei soggetti che vi partecipano. Se la rappresentanza agricola viene filtrata, irrigidita o resa dipendente da meccanismi che favoriscono sempre gli stessi attori, la CUN perde terzietà e finisce per riflettere rapporti di forza già squilibrati.

Non basta dire che la CUN “fotografa il mercato“.
Bisogna chiedersi chi tiene in mano la macchina fotografica, da dove scatta e cosa sceglie di mettere a fuoco.

Non è stato un errore degli agricoltori. E’ stato un errore dell’impianto

Attribuire agli agricoltori la colpa di aver creduto troppo nella CUN è una conclusione ingenerosa oltre che sbagliata. Abbiamo già evidenziato un’altra vittima di questa contraddizione, l’On L’Abbate, in questo articolo.

Gli agricoltori non hanno coltivato una fantasia. Hanno sperato che uno strumento pubblico venisse costruito in modo serio, coerente e utile. Hanno creduto che la trasparenza, la sede naturale della filiera, la rappresentanza effettiva, la valorizzazione qualitativa del prodotto e il rispetto del quadro normativo non fossero optional, ma condizioni minime.

Non sono stati gli agricoltori a sbagliare nel confidare in regole migliori.
E’ stato il sistema a deluderli, quando ha tradotto una promessa di equilibrio in un impianto che molti percepiscono come squilibrato, opaco e distante dagli interessi reali della cerealicoltura italiana.

Se oggi la CUN non corregge il mercato, il problema non è averlo detto.
Il problema è averla costruita in modo tale da non poterlo nemmeno orientare verso maggiore trasparenza, qualità e legalità, come invece era stato indicato nelle sedi istituzionali.

Strategia imprenditoriale e politica economica? Certo. Ma non contro la legalità

Sul punto finale il Prof Frascarelli afferma che la risposta alla crisi va cercata nelle strategie imprenditoriali e nella politica economica, non nell’illusione della CUN.

Su questo, in parte, è difficile dissentire: certo che servono politiche industriali, aggregazione dell’offerta, logistica, stoccaggio, marchi di origine, contratti equilibrati, ricerca varietale e strumenti di mercato più efficaci.

Ma proprio per questo il ragionamento non può essere monco.

Perchè strategia imprenditoriale e politica economica non possono essere costruite sulla rimozione delle violazioni di legge, del divieto di vendita sottocosto, del ruolo del Parlamento e dei rilievi Antitrust. Non si può chiedere agli agricoltori di essere moderni, efficienti e competitivi mentre si minimizzano le distorsioni istituzionali che incidono sulla formazione del prezzo.

La politica economica seria parte dal rispetto delle regole, non dalla loro sospensione di fatto.

Conclusione

Il professor Frascarelli ha ragione su un punto soltanto: la CUN, da sola, non può salvare il grano duro italiano.

Ma sbaglia quando usa questa verità parziale per archiviare il resto.

Perchè il nodo non è mai stato attendersi miracoli da una commissione.
Il nodo era e resta pretendere che la CUN del grano duro:

• nasca nel rispetto della legge: su questo Frascarelli tace;

• non legittimi prezzi incompatibili con il divieto di vendita sottocosto;

• rispetti la volonta’ del Parlamento sulla differenziazione qualitativa e tossicologica del grano italiano: su questo Frascarelli tace;

• garantisca una rappresentanza coerente con i rilievi Antitrust: su questo Frascarelli tace;

• operi davvero nell’interesse della filiera agricola nazionale e non come semplice cassa di risonanza dei rapporti di forza esistenti.

Colpisce, quindi, che proprio chi, in Senato, richiamava la necessità di tutelare la redditività degli agricoltori e di garantire maggiore stabilità economica attraverso strumenti di filiera, oggi riduca tutto a una generica “illusione della CUN”.

Se la redditività era il problema allora, non si può far finta oggi che legalità, rappresentanza, qualità e trasparenza siano dettagli secondari. Sono esattamente il cuore del problema.

Non era un’illusione chiedere questo.
Era il minimo.

L’illusione vera è pensare che si possa liquidare la crisi dei cerealicoltori dicendo che il mercato va solo fotografato, anche quando quella fotografia ritrae uno squilibrio che la legge, la politica e le istituzioni avrebbero il dovere di correggere.

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