C’è una regola semplice nella difesa degli agricoltori: le parole contano, gli atti ancora di più. Nel 2016 Giuseppe L’Abbate sottoscriveva in Commissione Agricoltura (Risoluzione 7-01045 del 28/09/2016) un impegno chiaro al Governo: costruire nella CUN del grano duro una griglia di valutazione per classi di qualità che andasse oltre i meri parametri merceologici e reologici, includendo anche caratteristiche chimiche e microbiologiche — micotossine, residui di glifosato ed erbicidi, pesticidi post-raccolta, metalli pesanti, radioattività.
Tradotto: prezzo e qualità dovevano camminare insieme, premiando il grano pulito e sicuro prodotto in Italia.
Oggi, da un articolo apparso sul sito dell’ Informatore Agrario da titolo “Sulla Cun grano duro troppe illusioni“, sembra un’altra storia: si minimizza il ruolo della CUN sul prezzo, si sposta il discorso su dinamiche generiche di mercato, si archivia l’idea di una CUN che premi davvero la qualità sanitaria della granella. Amnesia sopravvenuta? O semplice convenienza?
Perché quel cambio di rotta è grave
• Coerenza tradita: non si può prima impegnare il Governo a differenziare il grano per qualità sanitaria e poi, quando la CUN arriva, accettare un impianto che ignora proprio quei criteri. La qualità senza prezzo è retorica; il prezzo senza qualità è ingiustizia.
• Danno competitivo ai produttori virtuosi: senza una griglia che premi assenza di DON, glifosato, residui e contaminanti, il grano pulito italiano resta schiacciato dalla concorrenza di miscele anonime. Si livella al ribasso, non si valorizza.
• Consumatori e sanità pubblica fuori dall’equazione: qualità chimico-microbiologica non è un vezzo “da laboratorio”, è prevenzione lungo la dieta quotidiana. Toglierla dal perimetro di prezzo e trasparenza significa rinunciare a un pezzo di tutela collettiva.
• CUN ridotta a termometro stanco: una Commissione nazionale che non integra qualità verificabile, tracciabilità e criteri sanitari è solo un luogo di rilevazione, non uno strumento di correzione delle asimmetrie.
Cosa prevedeva la linea 2016 (che oggi L’Abbate finge di non ricordare)
• Classi di qualità legate a:
◦ parametri merceologici e reologici (peso ettolitrico, proteine, glutine),
◦ profilo chimico-microbiologico (DON, residui di glifosato, pesticidi, metalli, radioattività),
◦ tracciabilità certa dei lotti e del processo di conservazione.
• Prezzo che riconosce i costi della qualità: differenziali premiali per chi produce pulito, con controlli e audit terzi, non con autocertificazioni.
Granosalus chiede meno retorica, più fatti
• La CUN va rifatta sui binari del 2016: griglia pubblica, classi trasparenti, dati aperti e verifiche indipendenti. Altrimenti è maquillage istituzionale.
• Foggia sede naturale: vicino al cuore produttivo, con laboratori e controlli accessibili. La sede non è campanile: è garanzia operativa.
• Stop alle macro-aree che confondono: un benchmark Italia unico, poi eventuali scostamenti informativi; non quattro listini che disarticolano il potere contrattuale e replicano i vecchi difetti delle Borse merci locali.
• Rappresentanza contendibile: tavolo aperto con deleghe verificabili, non cartelli di sigle che hanno dimenticato gli impegni presi in Parlamento nei confronti dell’ Antitrust.
Un promemoria a L’Abbate
Nel 2016 la sua firma diceva: qualità significa anche sicurezza sanitaria misurabile, e la CUN deve premiarla nel prezzo. Oggi, di fronte a un decreto che questa ambizione l’ha rimossa, serve coerenza: o si rivendica quella risoluzione e si chiede di correggere l’impianto, o si spiega perché gli agricoltori e i consumatori dovrebbero accontentarsi di un listino che ignora ciò che mangiamo.
La nostra posizione
• Il ricorso di Granosalus al Consiglio di Stato chiede proprio questo: riportare la CUN alla volontà del legislatore, con classi di qualità che includano i profili sanitari e una sede a Foggia, come per le altre CUN collocate nei distretti leader.
• Chiediamo a chi ha responsabilità pubbliche di scegliere: stare con gli atti che hanno promesso qualità e legalità, o con le scorciatoie che spengono la trasparenza del mercato e quotano sottocosto per favorire i contratti capestro delle filiere.
Le parole del 2016 non scadono perché è passato del tempo. Scadono quando si smette di difenderle, come ama fare qualche sindacato che si professava diverso dagli altri e da cui gli agricoltori prenderanno le distanze. La CUN che serve agli agricoltori e ai cittadini è quella che misura e remunera la qualità vera, anche sanitaria. Tutto il resto sono illusioni. Granosalus non le compra, le rinvia al mittente.


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