Il Ministro Lollobrigida celebra oggi sulla stampa la “svolta” dell’agroalimentare italiano, sbandierando record di esportazioni e fatturati in crescita. Ma mentre i palazzi della politica e i salotti dell’industria brindano, le campagne languono. C’è un equivoco di fondo, spesso alimentato ad arte, che Granosalus intende smontare: l’agroalimentare non è l’agricoltura.
Mentre l’industria della trasformazione macina profitti, il settore primario — chi la terra la lavora e produce la materia prima — perde colpi, reddito e dignità ogni anno che passa.
Il trucco semantico che nasconde la crisi
Quando il Ministro Lollobrigida parla di successi “agroalimentari”, parla dei bilanci dei grandi marchi della pasta, della trasformazione industriale e della Grande Distribuzione Organizzata. Nessuno dice quanta parte di quel fatturato sia costruita pagando la materia prima italiana (come il grano duro) ben al di sotto dei costi di produzione.
La narrazione del “Made in Italy” trionfante nasconde una filiera profondamente squilibrata, dove l’anello debole finanzia i profitti dell’anello forte.
I veri numeri dell’agricoltura
• Grano sotto costo: i cerealicoltori continuano a vendere il proprio raccolto a prezzi che non coprono nemmeno le spese di semina, gasolio e fertilizzanti. Altro che svolta di Lollobrigida.
• Terre abbandonate: la mancanza di redditività spinge alla chiusura delle aziende agricole, all’abbandono dei terreni e al disinteresse dei giovani.
• Importazioni insostenibili: l’industria che oggi vanta record di export continua a riempire i silos di grano estero, spesso trattato con glifosato in preraccolta, usandolo come clava per tenere bassi i prezzi del prodotto nazionale sano e tracciabile.
Se l’agroalimentare vola e l’agricoltura affonda, significa che c’è un travaso di ricchezza dai campi ai bilanci dell’industria. E le Istituzioni stanno a guardare, mentre i comunicati del Ministro Lollobrigida non incantano più nessuno.
Cosa serve per una vera svolta agricola
Una politica agricola seria non fa da megafono all’industria, ma difende la base produttiva del Paese. Per parlare di “svolta” reale nei campi servono fatti, non comunicati stampa:
1 Prezzo equo garantito: divieto reale e sanzionato di acquisto dei prodotti agricoli al di sotto dei costi di produzione. Serve un benchmark nazionale unico e trasparente.
2 CUN funzionante e nei luoghi giusti: una Commissione Unica Nazionale del grano duro che fissi il prezzo in modo trasparente, con sede a Foggia (capitale del grano), senza frammentazioni in macro-aree che favoriscono le speculazioni.
3 Qualità premiata dal prezzo: classi di qualità che non guardino solo alle proteine, ma includano l’assenza di contaminanti (DON, micotossine, residui di glifosato). Il grano pulito italiano deve valere di più.
4 Etichette definitive: trasparenza assoluta sull’origine della materia prima e del molino. Il consumatore deve sapere se il “Made in Italy” che acquista salva un agricoltore italiano o finanzia navi provenienti da oltreoceano.
Esultare per l’agroalimentare dimenticando l’agricoltura è come compiacersi della solidità del tetto mentre le fondamenta della casa stanno crollando. Finché il lavoro nei campi non tornerà a generare reddito dignitoso, nessun record di export potrà nascondere il fallimento delle politiche agrarie: non c’è mai stato un divario così elevato tra pasta/pane e il nostro grano.
Granosalus continuerà a misurare la “svolta” non dai fatturati dell’industria, ma dai conti in tasca agli agricoltori che aspettano una risposta all’ interrogazione parlamentare della Sen Aloisio. Tutto il resto è propaganda … che sarà bocciata nelle urne.

