Lo schema Coldiretti è ormai fin troppo prevedibile: quando i prezzi crollano e gli agricoltori sono con l’acqua alla gola, spuntano le bandiere gialle nei porti. Si sbandiera la retorica del “Made in Italy” e si scende in piazza contro le navi cariche di grano straniero. Ma queste manifestazioni di puro folclore servono solo a gettare fumo negli occhi della base produttiva, distraendola dal vero grande inganno. Insomma, propaganda per buggerare gli agricoltori.
È scandaloso vedere Coldiretti fare la voce grossa sulle banchine dei porti, quando poi, nei palazzi del potere e ai tavoli della CUN (Commissione Unica Nazionale) dove siede per “rappresentarci”, non riesce minimamente a imporre il rispetto del divieto di pagare il grano al di sotto dei costi di produzione, come prevedono le norme sulle pratiche sleali.
E sia chiaro: in questo schifo le responsabilità sono trasversali. Questo sistema è avallato dal silenzio o dalla complicità di tutte le organizzazioni di categoria storiche, ivi compresi Cia, Confagricoltura, Copagri e Liberi Agricoltori. Usano il megafono per scaricare le colpe esclusivamente sulle navi estere, mentre dall’altra parte accettano senza battere ciglio un sistema istituzionale di quotazioni che sta portando i cerealicoltori italiani dritti al fallimento.
Il gioco della pagliuzza e della trave
L’ultima trovata per giustificare il crollo dei prezzi è la caccia al capro espiatorio interno. Certo, è giusto segnalare l’evidente conflitto d’interessi del commissario in quota Confcooperative e puntare il dito sui suoi atteggiamenti ribassisti in sede CUN, più degli industriali. Ma accanirsi su questa pagliuzza non aiuta a risolvere i problemi del mercato, perché serve ad ignorare volontariamente la trave.
La trave, infatti, è gigantesca: la CUN del grano duro è stata stravolta alla nascita da un Decreto Ministeriale profondamente illegittimo, con la concertazione sindacale, che calpesta la trasparenza e l’unitarietà del mercato volute dalla Legge originaria del 2015. Dividendo i listini in macro-aree territoriali e blindando i criteri di rappresentanza, il Ministero ha creato un’architettura fatta apposta per favorire le asimmetrie informative e le speculazioni dell’industria.
Dove sono le battaglie vere?
Non ci sembra affatto che Coldiretti, su questo tema dirimente, si sia pronunciata in modo chiaro e netto per demolire un sistema istituzionale illegittimo. Anzi, la presenza delle sigle storiche a quei tavoli non fa altro che legittimare la distorsione del mercato. Non basta recriminare sull’atteggiamento di un singolo commissario se non si contesta l’intero impianto della Commissione che permette tali storture, come ha ben evidenziato l’ interrogazione parlamentare della Sen Aloisio.
Nè appare legittimo o concorrenziale chiedere fondi pubblici (40 milioni di euro) per abbattere i costi di produzione solo per chi sta in filiera. Mica glielo ha ordinato il medico agli agricoltori Coldiretti di mettersi in filiera? Se ciò accadesse sarebbe anticoncorrenziale e faremmo subito una segnalazione all’ Antitrust per disparità di trattamento e concorrenza sleale!
Per ripristinare la legalità nel mercato del grano duro non servono le proteste a favore di telecamere. Serve l’impegno di tutti. Serve il coraggio di impugnare i decreti sbagliati, di disertare i tavoli truccati, di pretendere un prezzo unico nazionale trasparente e di denunciare chiunque compri al di sotto dei costi di coltivazione.
Invitiamo tutti i sindacati agricoli, Coldiretti in primis, a smetterla con il fumo negli occhi. La legalità non si difende al porto sventolando una bandiera, ma nei ministeri e nei tribunali, esigendo regole giuste che non condannino alla fame chi lavora la terra.

