Leggiamo con un misto di stupore e sdegno le recenti dichiarazioni di Marini, ex presidente di Coldiretti, che oggi folgorato sulla via di Damasco definisce l’agricoltura italiana “una tragedia incartata da favola”. Dalle sue parole emerge una critica severa: gli agricoltori non verrebbero più compresi perché alternano la disperazione dei trattori in piazza alla narrazione edulcorata delle eccellenze da “cartolina” in televisione. Una schizofrenia mediatica che, a suo dire, fa perdere credibilità a tutto il comparto.
Tutto condivisibile, se non fosse per un dettaglio enorme che Marini omette di ricordare: quella “favola” in televisione, fatta di folclore, passerelle istituzionali, narrazioni rassicuranti e bandiere al vento, ha prosperato esattamente quando lui era saldamente alla guida del principale sindacato agricolo italiano dal 2007 al 2013.
Il paladino della verità e l’eredità nascosta
Oggi l’ex presidente si erge a paladino della verità, pontificando su un’agricoltura che “non ha bisogno di slogan, di vittimismo o di rappresentazioni rassicuranti“. Ma dov’era la lucida analisi quando i cerealicoltori e i produttori di grano duro venivano sistematicamente immolati sull’altare del compromesso con l’agroindustria? La politica delle “narrazioni” e dei successi da sbandierare nei salotti televisivi, messa in campo per coprire le crepe di un sistema che stava già collassando, è un’eredità diretta della stagione sindacale di cui lui stesso è stato massimo interprete e garante.
La tragedia del grano duro non è nata ieri.
I produttori del Sud Italia denunciano da anni un sistema malato: prezzi che non coprono nemmeno i costi di produzione, speculazioni selvagge, importazioni massicce di grano estero e, non ultimo, lo stravolgimento di strumenti che avrebbero dovuto essere di garanzia, come la Commissione Unica Nazionale (CUN), dopo aver dimostrato nei tribunali che i listini delle borse merci erano nulli. Mentre le imprese agricole morivano “una dopo l’altra” — per usare le sue stesse parole — la nomenclatura sindacale preferiva incartare la crisi col fiocco delle presunte eccellenze del Made in Italy, voltando le spalle a chi portava i calli sulle mani per garantire la sovranità alimentare del Paese.
Cercare oggi, a scoppio ritardato, una “verginità perduta” scaricando la colpa della confusione mediatica sugli agricoltori o sulle dinamiche attuali è un esercizio di clamorosa ipocrisia. Non si può essere stati architetti e registi della “favola” per poi accomodarsi in platea e recensire aspramente lo spettacolo quando si trasforma in dramma.
La doppia morale non funziona
Come Granosalus, non abbiamo mai smesso di denunciare questa doppia morale. Noi non facciamo narrazioni da cartolina: lottiamo nei tribunali (come dimostrano le nostre numerose sentenze e l’ultimo ricorso al Consiglio di Stato) e nelle sedi istituzionali per strappare diritti concreti e denunciare le pratiche sleali.
Se Marini ha finalmente capito che “le aziende agricole non vivono di applausi e di servizi televisivi, ma vivono di reddito”, gli diamo il benvenuto nella realtà. Ma ci risparmi le lezioni ex post. Il conto di queste narrazioni passate lo stanno pagando oggi i nostri cerealicoltori, e non basterà un articolo a cancellare le impronte digitali di chi ha contribuito a svuotare i granai per riempire i palinsesti.

