C’è chi pensa che il grano italiano non abbia bisogno di scienziati: “è già buono così”. Negli anni scorsi, i dati sui contaminanti del grano duro hanno scatenato polemiche e cause legali, grazie all’ opera di Granosalus.
Oggi la scienza italiana — dal Progetto Micocer ai laboratori universitari che ieri a Roma hanno illustrato alcuni progetti PRIN — dice qualcosa di chiaro: il nostro grano è pulito, ma va certificato.
Noi di Granosalus stiamo facendo la nostra parte, anche al fine di istituire un ente di certificazione, quale organo dell’Associazione.
Finanziare la ricerca, del resto, non è uno spreco, è una strategia: la scienza serve a difendere la nostra filiera cerealicola da chi importa materie prime “anonime” e le traveste da italiane.
Focus sui contaminanti
Ieri a Roma sono stati illustrati alcuni progetti relativi agli studi che la scienza conduce sui contaminanti del grano duro, in particolare DON e Cadmio, di cui si è molto parlato in questi ultimi anni.
A portare il tema sotto i riflettori sono state prima alcune inchieste indipendenti, poi i test condotti da Granosalus, e infine il Progetto Micocer, che ha fornito dati scientifici chiari: nei grani italiani del Mezzogiorno i livelli di questi inquinanti sono praticamente nulli.
Da allora, molti si chiedono: “Se i nostri grani sono così puliti, che senso ha continuare a spendere soldi pubblici per fare ricerca sui contaminanti?”
La risposta è semplice: perché la ricerca oggi serve non tanto a scoprire problemi, ma a dimostrare la qualità e difendere un patrimonio agricolo sotto attacco.
Quando l’assenza è un valore che va dimostrato
Il Progetto Micocer/PRIN ha già dimostrato che il grano duro del Sud Italia non presenta tracce significative di DON, mentre quelli provenienti da Canada, Stati Uniti e Kazakistan mostrano valori più alti a causa del clima umido e delle tecniche di essiccazione.
Ma nel commercio mondiale non basta avere ragione: bisogna dimostrarla, ogni anno, con dati aggiornati.
In assenza di un sistema di monitoraggio pubblico e scientificamente accreditato, chi esporta i propri grani contaminati può sempre ribaltare la narrazione — come già accaduto in passato — dipingendo l’Italia come un paese “protezionista” o “antieuropeo”.
E qui entrano in gioco i progetti di ricerca pubblica (PRIN, PNRR, Università, CREA), che danno base legale e scientifica alla reputazione della nostra filiera.
Ricerca come scudo, non come costo
Difendere il made in Italy significa anche investire per prevenire gli attacchi mediatici e commerciali.
La ricerca sui contaminanti è lo strumento che consente attraverso al scienza di:
• monitorare la qualità dei raccolti nel tempo,
• verificare che i magazzini e gli impianti di molitura non reintroducano impurità,
• certificare l’origine dei grani nelle miscele di semola e pasta.
Questi studi producono fatti misurabili: dati analitici, protocolli di tracciabilità, mappe di rischio aggiornate.
Senza di essi, ogni dichiarazione di “grano italiano pulito” resterebbe un’affermazione politica, non una prova scientifica.
Micotossine e clima: un equilibrio che cambia
C’è poi un altro punto: il clima.
L’aumento dell’umidità primaverile e le piogge fuori stagione stanno modificando i cicli delle muffe del genere Fusarium, responsabili del DON.
Ciò che oggi non è un problema potrebbe diventarlo domani.
Investire in ricerca significa giocare d’anticipo, sviluppando varietà di grano resistente, sistemi di diagnosi precoce e pratiche agronomiche meno vulnerabili agli eccessi climatici.
Il paradosso del grano: eccellenza che va difesa da sé stessa
L’Italia è il secondo produttore mondiale di pasta, ma continua a importare oltre 3 milioni di tonnellate di grano duro all’anno, spesso da Paesi meno rigidi sui limiti dei contaminanti.
Questa dipendenza apre una questione cruciale: chi controlla veramente cosa finisce dentro al piatto degli italiani?
Gli studi sui contaminanti servono allora a fare luce sulla composizione reale delle semole, distinguendo chi lavora con 100 % grani italiani da chi si nasconde dietro la parola “blend”.
I giudici, in recenti vertenze, hanno riconosciuto la validità di questi marcatori (DON, metalli pesanti, Glifosate) come strumenti per individuare i grani esteri nelle miscele industriali: un precedente enorme, che trasforma una scoperta di laboratorio in uno strumento di giustizia alimentare.
Ricerca pubblica come garanzia di libertà alimentare
Certo, si può dire che “il problema non esiste nei campi del Sud”.
Ma è proprio grazie alla ricerca pubblica che quegli stessi campi hanno un valore riconosciuto in tutto il mondo.
Negare fondi alla ricerca significherebbe disarmare il Paese di fronte alle sfide del mercato globale, rinunciare alla possibilità di certificare la salubrità del grano italiano in sede internazionale e, in pratica, consegnare la narrazione ai grandi esportatori di materia prima.
La ricerca non è un costo da tagliare: è la prova che le eccellenze esistono davvero.
In conclusione
Il Progetto Micocer e le analisi di Granosalus hanno messo in chiaro una verità: il grano duro del Mezzogiorno è sano, pulito e può diventare esempio mondiale di agricoltura sostenibile.
Ma ogni eccellenza va difesa quotidianamente: con la verifica dei dati, con la trasparenza, con la scienza e con il giusto valore. La nostra associazione è impegnata a ridare dignità all’agricoltura, in questo percorso la trasparenza vale più di qualsiasi slogan pubblicitario.
Finanziare la ricerca significa, oggi, dare voce alla verità del nostro grano, in un mondo dove la verità – senza prove – rischia di valere meno di un tweet.
