Remigrazione del grano estero: come i “passaporti falsi” della carta trasformano il grano straniero in italiano (e perché DON, glifosato e cadmio potrebbero svelare la verità)

C’è una parola che, in tempi recenti, sta tornando di moda tra gli addetti ai lavori del settore cerealicolo: remigrazione. Non indica il ritorno di persone, ma il ritorno apparente del grano straniero — quello partito dal Canada come esportazione — con un’identità nuova, “italianizzata” sulla carta. Un grano che entra come straniero e viene venduto come nazionale, grazie a un meccanismo di documenti, fatturazioni intermedie e movimentazioni logistiche che ne cambiano l’origine anagrafica senza cambiare la sua reale natura merceologica.

Il fenomeno non è teorico. Le cronache degli ultimi anni hanno documentato inchieste della Procura di Chieti su tonnellate di grano importato dalla Francia cui sarebbe stata cambiata origine, fatto risultare come pugliese. È il caso più noto, ma la pratica — quando accertata — segue uno schema ricorrente che merita di essere compreso.

Come funziona la “nazionalizzazione” cartolare

Il meccanismo si regge su una constatazione semplice: l’origine di un cereale, per la legge italiana ed europea, è attestata essenzialmente dalla documentazione commerciale. Fatture, documenti di trasporto, certificati fitosanitari, dichiarazioni di origine. Se quella documentazione dice “Italia”, il grano è italiano — almeno per il mercato e per l’etichetta del prodotto finito.

Ma la carta può raccontare una storia diversa dalla realtà. Le operazioni intermedie — passaggi di proprietà, riassemblaggi di partite, sostituzioni in magazzino, molitura parziale — possono trasformare, sul documento, un grano coltivato in Francia, in Canada o nel Kazakistan in un grano “italiano”. La filiera traccia la merce sulla base della carta; se la carta viene falsificata o manipolata, la tracciabilità crolla. Il grano straniero, contaminato in modo diverso da quello nazionale, entra in filiera e finisce nella semola e nella pasta vendute come “100% italiano”.

Perché il grano estero è, di solito, più contaminato

Non è una questione di razza del cereale, ma di clima, agronomia e pratiche colturali. Il grano coltivato in Paesi con climi umidi e freddi — il Nord Europa, il Canada, alcune aree della Francia — è più esposto alla fusariosi della spiga, l’infezione fungina che produce la micotossina DON (deossinivalenolo). Per controllarla, si ricorre spesso a trattamenti fungicidi più spinti e più frequenti. Analogamente, il diserbo chimico con glifosato è diffuso nelle grandi pianure cerealicole estere dove l’agricoltura di scala ha adottato da decenni il diserbo totale. Il cadmio, infine, metallo pesante che si accumula nel suolo, è più presente nei suoli di alcune aree geografiche soggette a pratiche agricole intensive e a fertilizzazioni fosfatiche di origine non sempre controllata.

Il grano italiano — in particolare quello coltivato nelle aree del Mezzogiorno, in Puglia, Basilicata, Sicilia, Molise — cresce in condizioni climatiche più secche e calde, meno favorevoli alla fusariosi; è spesso oggetto di pratiche agronomiche più rispettose; e viene coltivato su suoli che, nelle aree vocate, presentano profili di contaminazione da metalli pesanti più contenuti. Il risultato è un profilo analitico caratteristico: DON, glifosato e cadmio tendenzialmente assenti o sotto i limiti di rilevabilità, molto più bassi di quelli che si riscontrano nei grani di origine nordica o nordamericana.

Il paradosso: i marcatori “negativi” come prova di autenticità

Qui sta il punto che è stato al centro delle rilevazioni analitiche di Granosalus e che è stato richiamato anche dall’interrogazione parlamentare presentata il 16 luglio 2026 dalla Senatrice Aloisio: l’assenza o la presenza di questi marcatori non è solo un parametro sanitario — è anche un indicatore di origine.

Una pasta dichiarata “100% grano italiano” che presenti residui significativi di DON, glifosato o cadmio è una pasta che la carta dice italiana, ma l’analisi dice straniera. Non è una prova giudiziaria di frode — lo si dice con prudenza — ma è un segnale analitico forte, che suggerisce la necessità di verificare la coerenza fra la documentazione commerciale e il profilo reale della materia prima.

Di converso, un grano — o una pasta — che presenti marcatori sotto soglia o assenti è un prodotto che ha un profilo coerente con l’origine italiana dichiarata. La chimica, in altri termini, può funzionare come passaporto autentico, in contrapposizione al passaporto falso della carta.

Perché la sola documentazione non basta

Il sistema di controlli si fonda oggi quasi interamente sulla documentazione: la tracciabilità di filiera è attestata da fatture, DDT, certificati di molitura, dichiarazioni di origine. È un sistema importante — ma è un sistema che si regge sulla regolarità formale, e che si rivela insufficiente quando la frode si costruisce sulla manipolazione dei documenti.

L’esperienza delle inchieste degli ultimi anni — dalla Procura di Chieti in avanti — insegna che la “nazionalizzazione” cartolare del grano importato è una pratica che esiste e che la sola carta non è in grado di intercettare. Servono controlli sostanziali, fondati su riscontri analitici che attestino non solo la conformità formale del prodotto ai limiti di legge, ma anche la coerenza fra origine dichiarata e profilo merceologico reale.

I marcatori come strumento di tutela — non di sospetto generalizzato

È importante essere chiari: l’uso dei marcatori analitici non equivale a dire che tutti i produttori italiani siano sospetti, o che ogni pasta dichiarata italiana sia in realtà straniera. Sarebbe un’operazione scorretta e controproducente. Esistono filiere italiane serie, trasparenti, controllate, che producono una pasta di altissima qualità con grano realmente coltivato in Italia. Sono proprio queste filiere — e gli agricoltori che le alimentano — a essere penalizzate dalla concorrenza di pratiche di “nazionalizzazione” cartolare. 

Tuttavia, le nostre rilevazioni analitiche hanno dimostrato la presenza di questi marcatori anche in alcune filiere meno affidabili. In questi casi, probabilmente cresce il sospetto che alcuni agricoltori compiacenti si presterebbero ad operazioni cartolari, in cambio di 100 euro ad ettaro che lo Stato riserva ai contratti di filiera. Su questi contratti, lo Stato dovrebbe intensificare i controlli, anche alla luce dell’ interrogazione parlamentare.

I marcatori, infatti, servono a distinguere: a dare agli agricoltori onesti uno strumento di valorizzazione del loro prodotto, e alle autorità di controllo uno strumento di verifica che vada oltre la carta. Servono a tutelare il grano italiano di qualità, non a sospettare di tutti.

Cosa serve oggi

Perché i marcatori analitici diventino uno strumento reale di tutela, servono alcuni passi:

• Uno studio tecnico-scientifico, promosso dal Ministero dell’Agricoltura in collaborazione con enti pubblici di ricerca, istituti zooprofilattici, agenzie sanitarie e organismi di controllo, per validare l’attendibilità di DON, glifosato e cadmio quali indicatori di origine.

• Protocolli di verifica integrati nei piani straordinari e ordinari di controllo su grano, semola e pasta, che non si limitino alla regolarità documentale ma tengano conto anche della presenza e distribuzione dei marcatori.

• Criteri più stringenti per l’accesso a contributi e incentivi pubblici, subordinati alla dimostrazione analitica — e non solo documentale — della coerenza fra origine dichiarata e profilo sanitario.

• Maggiore trasparenza in etichetta, perché il consumatore possa disporre di elementi chiari e verificabili sull’origine reale del grano che acquista.

Sono, in larga parte, le richieste contenute nell’interrogazione della Senatrice Aloisio del 16 luglio 2026. Una interrogazione che parte proprio dalle rilevazioni di Granosalus e che, per la prima volta, porta in Parlamento la questione della coerenza analitica fra etichetta e materia prima. 

Granosalus è avanguardia

Granosalus è avanguardia in Italia perchè è un’associazione veramente libera (non ha fascicoli da proteggere, non ha pannelli da vendere, non insegue facili crediti di carbonio, non professa finte filiere basate sulle carte, non deve difendere equilibri in AGEA e non è ricattabile né dai commercianti né dagli industriali).

Insomma non ha conflitti d’interesse ed è credibile perchè fa politica agricola vera e tutela dei consumatori. 

Ecco perchè va sostenuta da tutti gli agricoltori, a prescindere dalle sigle sindacali, che vorrebbero mettere il cappello sulle nostre battaglie in maniera un pò goffa. 

Del resto, ha ottenuto la legittimazione nei tribunali, con numerose sentenze.

La posta in gioco

Dietro la questione tecnica c’è una posta in gioco economica e sociale enorme. Il divario fra il prezzo riconosciuto ai cerealicoltori all’origine e il prezzo finale della pasta al consumo è cresciuto negli anni, con un valore aggiunto che si concentra nelle fasi industriali e commerciali e una fase agricola sempre più compressa. Quando il grano straniero “diventa” italiano sulla carta e molti silos di cooperative ed Op fittano le strutture per stoccare grano estero, chi ne paga le conseguenze sono:

• gli agricoltori italiani onesti, che subiscono una concorrenza sleale sui prezzi;

• l’erario, per i possibili effetti distorsivi sull’orientamento dei sostegni pubblici;

• i consumatori, che pagano un prodotto presentato come italiano senza poterne verificare l’origine reale;

• e in ultima istanza la fiducia nell’intero sistema delle filiere Made in Italy, di cui il grano duro è uno dei presìdi più identitari.

La chimica, da sola, non risolve tutto. Ma può restituire al grano italiano — quello vero, quello coltivato nei campi di Puglia, Basilicata, Molise, Sicilia — un passaporto autentico, che la carta non può falsificare. Il punto è decidere se si vuole continuare a tutelare il grano “solo sulle carte” — o se si vuole, finalmente, dotare la filiera di strumenti oggettivi di verifica.

Granosalus, da anni, sta su questa strada. L’interrogazione parlamentare di questi giorni è un primo, importante segnale di attenzione istituzionale. Il passo successivo — l’avvio dello studio tecnico-scientifico e l’inserimento dei protocolli analitici nei controlli — è adesso. Ditelo agli agricoltori liberi e onesti…

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