CUN grano duro: mentre i sindacati tacevano, Granosalus portava la battaglia in tribunale

C’è un modo per misurare il valore reale di un sindacato agricolo: osservarlo quando conta, quando i decreti ministeriali sbagliano e qualcuno deve alzare la voce. Sul decreto istitutivo della Commissione Unica Nazionale del grano duro, Coldiretti, Confagricoltura, CIA, Copagri e Liberi Agricoltori hanno scelto il silenzio. E la concertazione.

Il Tavolo di concertazione del Ministero dell’Agricoltura riunisce ministero, regioni e sindacati agricoli per definire le politiche nazionali, gestire le crisi di settore, discutere e concordare i decreti prima della loro emanazione ufficiale.

Il decreto che nessuno ha contestato (tranne noi)

Il decreto direttoriale del 16 gennaio 2026 ha istituito la CUN del grano duro – dopo il tavolo di concertazione del 15 dicembre 2025 – con regole che contraddicono apertamente la legge del 2015: listini frammentati in quattro macro-aree invece di un unico riferimento nazionale, criteri di rappresentanza ancorati ai fascicoli SIAN che escludono le sigle indipendenti, un Comitato dei garanti costruito senza le garanzie di terzietà che la norma imponeva.

Erano difetti visibili, rilevabili da chiunque leggesse il testo con attenzione e buona fede. Eppure le grandi confederazioni hanno preso posto al tavolo, firmato i verbali, espresso i propri commissari e incassato la rappresentanza. Nessuna contestazione formale. Nessun ricorso. Nessuna lettera al Ministero (da noi suggerita durante la riunione del 9 aprile a San Severo per salvare almeno la faccia) che non fosse tardiva e priva di conseguenze.

Il mercato del grano duro è rimasto distorto. I produttori del Mezzogiorno, quelli senza contratti di filiera, quelli che vendono grano al prezzo che altri decidono, sono rimasti soli.

Sindacato o timbro?

Chiamiamole con il loro nome, queste organizzazioni:

• Coldiretti: la più grande per numero di iscritti, la più silenziosa sui vizi del decreto, che ha pure esultato. Ha preferito la presenza istituzionale alla denuncia sostanziale.

• Confagricoltura: rappresenta storicamente le aziende medio-grandi. Sul sotto-costo del grano duro e sui listini per macro-aree, assenza totale.

• CIA – Agricoltori Italiani: stessa storia. Ai tavoli ministeriali sì, fuori dai tribunali ancora sì.

• Copagri: si definisce “voce dei produttori”. Sul DM CUN, quella voce non si è sentita.

• Liberi Agricoltori: ha potuto sedere alla sperimentazione della CUN grazie alle deleghe dei soci di Granosalus e di tutti gli agricoltori liberi che hanno creduto e credono tuttora nell’operato di Granosalus. Ha beneficiato della nostra rappresentanza, poi ha scelto di adeguarsi al sistema invece di contestarlo. Quando Granosalus ha divulgato le proprie analisi critiche con un documento nell’ Assemblea di marzo a Montesilvano e ha notificato il ricorso al Consiglio di Stato, il sindacato Liberi Agricoltori (nell’ imbarazzo) ha preferito interrompere i rapporti piuttosto che affrontare il merito e sottoscrivere il ricorso.

La domanda è semplice: se un sindacato non contesta un decreto illegittimo perché siede al tavolo di concertazione che quel decreto ha creato, di chi sta difendendo gli interessi?

Il ricorso che i sindacati non hanno fatto

Mentre le grandi sigle raccoglievano i fascicoli SIAN e presidiavano le poltrone istituzionali, i soci di Granosalus “studiavano” il decreto, analizzavano le norme, confrontavano la ratio della legge del 2015 con il testo del decreto direttoriale e costruivano un ricorso straordinario al Consiglio di Stato.

Un ricorso che ha messo nero su bianco ciò che tutti potevano vedere:

• la frammentazione in macro-aree svuota l’obiettivo di un prezzo unico nazionale trasparente;

• la sede a Roma invece che a Foggia, capitale del grano;

• i criteri di rappresentanza basati sui fascicoli SIAN violano la libertà associativa e cristallizzano rendite di posizione;

• le modalità di nomina del Comitato dei garanti configurano un eccesso di potere e una violazione dei principi di imparzialità;

• l’intero provvedimento è stato adottato senza la trasparente istruttoria che la legge 241/1990 impone.

Nel ricorso emerge anche la corresponsabilità delle sigle sindacali che hanno partecipato alla costruzione di questo sistema senza sollevare obiezioni, legittimando un assetto che penalizza i produttori agricoli. Essere parte di un tavolo non è una scusante: è una responsabilità.

La legalità non è un optional sindacale

Le regole scritte dal Parlamento e difese nei tribunali non sono dettagli amministrativi. Sono l’unico argine contro la prepotenza dei mercati e degli interessi forti.

Quando un sindacato sceglie di non impugnarle perché farlo potrebbe disturbare i rapporti istituzionali, sta scegliendo il proprio tornaconto organizzativo sopra la tutela degli iscritti, l’interesse pubblico e la salute dei consumatori.

Granosalus ha fatto la scelta opposta: meno relazioni, più legalità. Meno poltrone, più tribunali. Meno comunicati, più atti processuali.

Il ricorso al Consiglio di Stato è firmato da agricoltori, non da apparati. È finanziato dai soci, non da fondi pubblici. È costruito su argomenti giuridici, non su dichiarazioni di facciata. E porta con sé una domanda di sospensiva, sollevata anche nell’interrogazione parlamentare della Sen Aloisio, che chiede di:

congelare gli effetti del decreto prima che il sistema distorto si consolidi definitivamente.

Cosa chiediamo alle sigle sindacali

Non un’autocritica pubblica, che sarebbe troppo. Ma almeno:

• Prendere posizione chiara sul ricorso pendente: si stanno depositando atti che riguardano la legittimità di un sistema a cui hanno partecipato. Il silenzio è una risposta, ma non è quella giusta.

• Chiedere la sospensiva in autotutela al Ministero: se credono nella tutela degli agricoltori, supportino la richiesta di bloccare un decreto contestato.

• Aprire la rappresentanza: sostenere la riforma dei criteri di composizione della CUN per permettere deleghe libere, fuori dall’obbligo dei fascicoli SIAN.

• Tornare a fare i sindacati: contrattazione, prezzi, regole di mercato. Non piattaforme di servizi, non intermediazione commerciale, non presenze istituzionali che non producono tutela reale.

Un messaggio agli agricoltori

Se il vostro sindacato non ha contestato il decreto che ha distorto il mercato del grano duro, chiedetevi perché. Se siedeva al tavolo senza sollevare obiezioni, chiedetevi in cambio di cosa. Se oggi tace sul ricorso al Consiglio di Stato, chiedetevi da che parte sta.

I veri paladini della legalità del mercato del grano duro non portano la tessera delle grandi confederazioni. Sono i soci di Granosalus che hanno scelto di spendere energie, tempo e risorse per portare la battaglia del grano dove si vince o si perde davvero: davanti ai giudici amministrativi, con argomenti di diritto, nell’interesse di chi coltiva e di chi consuma (i due anelli deboli della filiera). E lo hanno sempre fatto mantenendo la barra dritta, nel rispetto dello Statuto.

Diffidate da chi è stato espulso dalla nostra Associazione e adesso tenta di scimmiottare i nostri temi.

Il grano duro merita un mercato trasparente. I produttori meritano un sindacato che li difenda davvero. Noi ci siamo. Gli altri, per ora, no.

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