Prezzo del grano duro: perché la retorica del Durum Day e dell’on. La Salandra non basta

Dalla retorica dell’“abbondanza” alla realtà dei campi: cosa non torna su prezzi, potere di mercato e regole della CUN. Durum Day sotto la lente.

C’è grano per tutti” non significa che il sistema funzioni per chi lo produce. La quantità fisica disponibile è una fotografia parziale: il vero nodo è il prezzo riconosciuto agli agricoltori, come si forma lungo la filiera e chi trattiene il valore. Le dichiarazioni rese al Durum Day dipingono un quadro rassicurante, ma ignorano tre criticità strutturali: potere di mercato concentrato a valle, volatilità importata tramite le importazioni e una cronica asimmetria informativa. È da qui che bisogna ripartire.

Il paradosso del prezzo: il “mercato” non copre i costi reali

• Costi in salita, margini in caduta: sementi, gasolio, concimi, assicurazioni e interessi sono cresciuti più dei listini all’origine. Un raccolto buono non paga mutui e manodopera se il prezzo è sotto i costi medi.

• Origine vs scaffale: mentre il grano duro sui mercati locali spesso scende, a scaffale pasta e derivati calano lentamente. Il differenziale si ferma tra stoccaggio, trasformazione e GDO, non nei conti delle aziende agricole.

• Elasticità asimmetrica: quando la materia prima sale, i rincari al consumo arrivano rapidi; quando scende, i prezzi finali rientrano con lentezza. Segnale chiaro di squilibrio contrattuale.

“C’è grano per tutti”: sì, ma di che origine e a quali condizioni?

• Dipendenza dalle importazioni: parlare di “abbondanza” senza distinguere origini, standard fitosanitari e costi esterni è fuorviante. Se l’offerta aggiuntiva arriva da Paesi con standard più bassi, si crea dumping regolamentare che deprime il prezzo interno.

• Qualità e tracciabilità: mescolare partite con proteine diverse e profili di residui per inseguire lo spot price penalizza le filiere di qualità e svuota di senso i disciplinari. L’abbondanza a ogni costo non è strategia: è resa.

L’ “inflazione in calo” come specchietto per le allodole

• L’IPC generale non misura la sofferenza agricola: i redditi dipendono da input specifici e dalla stagionalità. Citare l’inflazione che rallenta per dire che “il sistema funziona” è una semplificazione che non fotografa i margini in azienda.

• Senza indicatori di reddito agricolo netto e ripartizione del valore, l’ottimismo è propaganda.

Dove si forma davvero il prezzo: asimmetrie e rendite

Oligopoli a valle: pochi grandi acquirenti, stoccatori e trasformatori determinano tempi e condizioni. Il produttore resta price-taker, spesso stretto tra capitolati opachi e aste al ribasso mascherate.

• Informazione imperfetta: differenziali tra piazze, premi di qualità e basis contrattuali poco trasparenti. Senza dati aperti e tempestivi, l’informazione diventa potere concentrato.

Cosa serve davvero, oltre gli slogan

Contratti di filiera veri: indicizzazione automatica ai costi (concimi, energia, tassi), premi qualità non discrezionali, pagamenti certi e clausole di revisione trasparenti.

Tracciabilità e origine obbligatorie e verificabili: QR unificato, audit terzi, interoperabilità dei registri. Il consumatore deve poter scegliere, il produttore deve essere riconosciuto.

• Gestione del rischio: fondi mutualistici, coperture sugli input e strumenti di hedging accessibili anche alle imprese agricole, non solo agli operatori finanziari.

Antitrust lungo la filiera: vigilanza effettiva su pratiche commerciali sleali, concentrazioni logistiche e bandi che drogano la concorrenza.

Clausole di reciprocità: non protezionismo cieco, ma parità di regole su residui, lavoro e ambiente. Altrimenti vince chi esternalizza i costi sociali.

Dati di mercato aperti: quotazioni per qualità/proteine, qualità/tossicologica, volumi, basis, tempi medi di pagamento. Senza trasparenza non c’è concorrenza.

Risposta punto per punto alle dichiarazioni di Mercuri al Durum Day

• “Il grano abbonda.” La quantità non è giustizia economica. Se l’offerta extra schiaccia i prezzi sotto i costi medi, si erode la capacità produttiva futura e si alimenta dipendenza estera.

• “I prezzi si stanno normalizzando.” Normalizzazione per chi? Senza pass-through simmetrico e senza indicatori aggiornati dei costi, “normalizzare” significa scaricare la volatilità sull’anello più debole: l’agricoltore.

• “Il consumatore è tutelato.” Una tutela di breve periodo che compromette la resilienza. Distruggere i margini nei campi oggi significa pagare volatilità e dipendenza domani.

• “Le regole ci sono.” Se non riequilibrano il potere contrattuale, vanno riformate: sanzioni rapide sulle pratiche sleali, standard di trasparenza obbligatori e CUN che rifletta qualità e tempi reali.

Il nodo CUN, il ricorso Granosalus e le parole dell’on. La Salandra

Che i prezzi internazionali influenzino il grano duro è fuori discussione. Ma dire che “il calo non dipende dalla CUN” e chiudere lì è un alibi che confonde due piani diversi: la direzione del prezzo (guidata dal mercato globale) e la sua formazione domestica (qualità, tempi, spread tra piazze, potere contrattuale, trasparenza). La CUN non deve “fissare prezzi politici”, ma se non riduce le asimmetrie e non rende osservabile come e dove si forma il differenziale, finisce per certificare, non per riequilibrare. È esattamente qui che si inserisce il ricorso di Granosalus al Consiglio di Stato: non per chiedere una calmierazione amministrativa, ma per correggere governance, metodo, trasparenza della CUN e sede a Foggia affinché il prezzo rilevato sia davvero rappresentativo e verificabile lungo la filiera.

Replica alle affermazioni dell’ On La Salandra

• “Dipende dalle dinamiche internazionali.” Vero sul trend medio, insufficiente sul livello domestico. A parità di scenario globale, la forbice tra quotazioni all’origine e prezzi industriali/GDO, i basis tra piazze e i premi per qualità proteica sono variabili “di sistema Italia”. La CUN è lo strumento che dovrebbe renderle misurabili e ridurle quando riflettono squilibri di potere più che costi reali.

• “La CUN non serve a fissare prezzi politici, ma a garantire trasparenza e correttezza.” D’accordo sull’obiettivo. Ma trasparenza non è un comunicato del mercoledì: è pubblicare criteri, campione, pesi, volumi trattati, distinguere per classi proteiche e tossicologiche, esporre gli aggiustamenti e i tempi medi di pagamento. Se questi dati non sono pienamente accessibili e auditabili, la “correttezza” resta indimostrata. Il ricorso Granosalus chiede precisamente questo: standard aperti, governance bilanciata e metriche verificabili.

• “I primi mesi dimostrano efficacia, con piena partecipazione e rappresentanza nazionale.” La rappresentanza non si misura con le sedie occupate, ma con la simmetria informativa prodotta. Se le piccole e medie aziende agricole non vedono riflessi i premi qualità e se la volatilità si scarica solo a monte, l’ “efficacia” è percepita a valle, non nei campi. Una CUN efficace segmenta per qualità, mostra il basis e riduce i tempi di rientro nei contratti.

• “Chi chiede al Governo di determinare il prezzo ha nostalgia del dirigismo.” È una falsa dicotomia. Nessuno chiede prezzi amministrati: si chiede un mercato che funzioni davvero. E un mercato funziona quando le regole (trasparenza, antitrust, dati aperti, contratti equi) – fissate dalle norme e dagli indirizzi del Parlamento – limitano le rendite da opacità. Invocare il “libero mercato” senza garantire condizioni minime di concorrenza e informazione è un modo elegante per proteggere status quo e potere contrattuale concentrato nelle mani di pochi oligopolisti.

Cosa dovrebbe fare, davvero, la CUN se vuole essere “mercato” e non rituale

• Pubblicare il metodo: criteri di campionamento, pesi, esclusioni, volumi e fonti, con report settimanale e dataset aperti.

• Distinguere per qualità: classi proteiche, glutine, impurità/umidità, origine, residui tossicologici, con range e mediana, non solo un valore “di riferimento”.

• Rendere visibili i basis regionali: differenziali tra piazze e premi per qualità, così che il produttore non sia price-taker al buio.

• Integrare i tempi di pagamento e le condizioni contrattuali standard: perché il prezzo netto dipende anche dal capitale immobilizzato.

• Governance bilanciata e audit indipendenti: rotazione nelle rappresentanze, verbali pubblici, verifica terza dei dati.

Perché il ricorso di Granosalus conta e va sostenuto da tutti gli agricoltori liberi

Non è una crociata contro la CUN, ma un tentativo di raddrizzarne la rotta: se la CUN diventa un luogo di mera omologazione di quotazioni già decise altrove, perde la sua ragion d’essere. Se invece diventa un’infrastruttura di dati aperti, metrica di qualità e disciplina contrattuale, allora sì, contribuisce a far funzionare il mercato e a far sì che l’ “abbondanza” non equivalga a carestia di reddito per chi produce.

Granosalus è l’unica associazione in Italia che in passato ha aperto il vaso di Pandora dimostrando le distorsioni di mercato. Bisogna sostenere la sua azione senza se e senza ma.

Conclusione

La domanda vera non è se abbiamo abbastanza grano oggi, ma se il sistema riconosce un prezzo giusto a chi lo produce, salvaguarda qualità e sovranità alimentare e distribuisce il valore in modo trasparente. Finché le risposte ufficiali aggirano questi nodi, continueremo a chiamare “abbondanza” ciò che, per i produttori, somiglia a un’emergenza strutturale. Non è il mercato a essere inevitabile: è il risultato di regole. Mettiamo il contatore sulla giustizia del prezzo, non solo sui silos pieni. E ripartiamo da tre priorità: CUN trasparente, rappresentativa e sede a Foggia, contratti di filiera indicizzati ai costi e dati aperti per tutti gli attori. Solo così dal deserto della retorica si torna a coltivare reddito e futuro.

Il mondo può spingere i prezzi verso il basso; sta a noi impedire che opacità, ritardi e squilibri di potere li spingano ancora più giù qui, a casa nostra.

Non chiediamo prezzi politici: chiediamo mercati puliti. Una CUN trasparente, che rispetti la legge, metodologicamente solida e verificabile è parte della soluzione, non del problema.

Il resto è retorica.

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