Bollino Qualità sulla birra, silenzio sul grano: il paradosso di un Paese che tutela l’aperitivo ma non il pane

In Italia è in arrivo il bollino di qualità per la birra. Finalmente un aggiornamento alla normativa del 1970, in un settore che nel frattempo è esploso: micro birrifici, consumi in crescita, nuovi stili, premi internazionali. Bene.
Ma c’è un problema gigantesco, che nessuno sembra voler toccare: la birra avrà il suo bollino, il grano no.
Il prodotto da cui dipendono pane, pasta e una fetta enorme dell’identità agroalimentare italiana continua a navigare in un far west normativo che grida vendetta, con importazioni fuori controllo che deprimono la qualità e la salute.

È difficile non vedere il paradosso: regole precisissime sul luppolo, vaghezza assoluta su ciò che finisce nel piatto ogni giorno.

Il grano? Trattato come una materia prima qualsiasi

Da anni il settore cerealicolo vive tra:

  • volatilità dei prezzi
  • importazioni massicce
  • assenza di standard della qualità trasparenti
  • controlli disomogenei sul territorio e limitati al 6% delle navi nei porti

Si parla di “grano italiano d’eccellenza”, ma non esiste un sistema pubblico di certificazione della qualità paragonabile a quello che ora si sta costruendo per la birra.
Risultato? Il mercato premia indistintamente tutto: dalla materia prima premium al grano importato da migliaia di chilometri, stesso nome, stesso prezzo, nessuna informazione per il consumatore.

Il che è assurdo, considerando che il grano è la base dell’alimentazione nazionale, non un prodotto di nicchia per intenditori.

Perché tanta attenzione sulla birra e nessuna sul grano?

Le ragioni sono molte, e nessuna particolarmente edificante.

  • La filiera del grano è enorme, frammentata, difficile da uniformare: toccarla significa fare scelte politiche vere, assumersi responsabilità, scontentare mugnai e pastai che non vogliono rendere trasparenti nè i prezzi (la Commissione unica nazionale prezzi è ancora in alto mare) nè i volumi (Granaio Italia è ancora una chimera).
  • La birra, invece, è un settore più giovane, più compatto, più comunicativo: facile intervenire, difficile sbagliare.
  • E soprattutto: la birra non muove equilibri agricoli e industriali pesantissimi come quelli collegati al grano.

Insomma, sulla birra si può fare politica senza rischi, sul grano no.

Il risultato? Un Paese in cui l’etichetta ti dice tutto sulla birra, ma quasi niente su semole e farine

Il consumatore italiano, quando compra birra artigianale, sa esattamente cosa ha nel bicchiere.
Quando compra pane o pasta, molto spesso non ha idea dell’origine e della qualità del grano.
E non è colpa sua: semplicemente, lo Stato non gli dice se ci sono residui di Don, Glifosate e/o metalli pesanti.

Spaghetti al Don: il test conferma la presenza anche nelle paste 100% grano italiano

Il grano viene trattato come un semplice ingrediente industriale, non come un prodotto agricolo con caratteristiche e rischi specifici.
Questo vuoto normativo favorisce chi punta al ribasso, non chi investe in qualità. Ed è un vuoto che costa centinaia di milioni di euro per curare le intolleranze alimentari, come abbiamo sempre denunciato con la nostra Associazione.

Un bollino sulla birra, ma non sul grano: simbologia perfetta del nostro tempo

La politica preferisce premiare ciò che fa notizia, non ciò che fa nutrizione.
E così:

  • la birra ottiene standard nuovi e chiari
  • il grano resta senza una disciplina moderna sulla qualità tossicologica
  • i produttori di cereali continuano a competere in un mercato opaco e abbandonano la coltivazione
  • i consumatori vengono tenuti all’oscuro

È come se il Paese dicesse: “Per l’aperitivo ti proteggiamo. Per la tavola di ogni giorno arrangiati”.

La retorica delle “filiere più forti”: tante parole, pochi fatti e niente qualità

Da anni si parla di filiere “organizzate”, “cooperative”, “competitive”. Poi però gli agricoltori continuano a essere l’anello debole della catena, schiacciati tra prezzi bassi alla produzione e costi sempre più alti.

La verità è semplice: senza un riequilibrio reale del potere contrattuale nella filiera, la competitività rimane uno slogan.

Il Governo non ha il coraggio di toccare i rapporti di forza nella filiera: lo dimostra l’ atteggiamento sulla CUN e sulla Tracciabilità.

La domanda di qualità che dovrebbe dare fastidio

In un Paese che vive di pasta, pane e pizza, come si può accettare che non esista una politica seria sulla qualità del grano, mentre si costruiscono norme raffinate per il settore brassicolo?

Il risultato è un sistema sbilanciato, in cui si regolamenta ciò che conviene politicamente, non ciò che serve alla collettività. Per fortuna la nostra Associazione si stà attrezzando – con la certificazione Granosalus – per indicare ai consumatori la qualità che non fa male alla salute…

 

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