Mercosur: l’Europa spalanca le porte, ma a farne le spese saranno agricoltori e consumatori. Ultima spiaggia Vannacci?

C’è una cosa che in Europa riesce sempre benissimo: fare gli interessi di tutti, tranne che dei propri cittadini. L’applicazione provvisoria del trattato Mercosur ne è l’ennesima dimostrazione. Mentre gli agricoltori scendono in piazza ovunque, la Commissione europea decide di aprire autostrade ai prodotti sudamericani senza dazi, senza controlli equivalenti e senza nemmeno aspettare il parere della Corte di giustizia. Una forzatura politica che ha un retrogusto amaro: le imitazioni.

La mossa della Commissione? Un colpo di mano

Il Parlamento europeo ha chiesto un controllo di legittimità. La Corte non si è ancora pronunciata. La logica direbbe: aspettiamo.
La Commissione dice: avanti tutta.

Von der Leyen sembra avere fretta di chiudere un accordo che fa felici le industrie tedesche e una parte del governo italiano, ma rischia di scaricare i costi su chi lavora la terra, produce qualità e tiene in piedi le aree rurali. È il solito copione: globalizzazione a geometria variabile, dove la concorrenza è “libera” solo quando a rimetterci sono gli altri.

E l’Italia? Applaude.

Mentre Francia, Austria e Belgio parlano di “tradimento politico”, Roma festeggia.
Il ministro Adolfo Urso sostiene che il Mercosur sarà “un volano per il made in Italy”. Peccato che il primo effetto, molto più probabile, sia tutt’altro: l’arrivo massiccio di prodotti agricoli a basso costo e l’invasione di cibi che imitano le nostre DOP.

Il rischio è chiaro: la nostra soia, il nostro mais, il nostro riso, già sotto pressione, verranno messi fuori mercato da merci prodotte con regole meno rigide e a costi ridicoli. Ma c’è di peggio.

Il grande business delle imitazioni

Parliamoci chiaro: il Mercosur non tutela il made in Italy, lo espone.
In Argentina gira già da tempo un florido mercato di imitazioni dei nostri prodotti tipici: Parmesan, provolone, mortadella, prosciutto “di Parma” ma senza Parma. Una finta Italia a basso costo che fa concorrenza sleale al nostro patrimonio enogastronomico Made in pianura padana.

Il Mezzogiorno è al riparo, anzi ha già avuto i suoi danni dal CETA di Pittella & Co, almeno fino a quando qualcuno (forse Vannacci?) non abbraccerà questo tema agricolo rilevante per la salute dei consumatori e la crescita esponenziale di intolleranze alimentari costose per le casse dello Stato.

Ora, con i nuovi scambi, questi prodotti rischiano di arrivare nella UE senza i filtri necessari, magari dopo essere passati per gli Stati Uniti. Una triangolazione perfetta che trasforma un falso in un affare.

Agricoltori europei contro, lobby finanziarie a favore

Il mondo agricolo europeo è compatto nel dire no: Copa-Cogeca, Coldiretti, CIA, Confagricoltura. Non capita spesso di vederli tutti d’accordo, e quando succede bisognerebbe prestare attenzione.

Ma la Commissione sembra più preoccupata dei dazi risparmiati dall’industria tedesca e dalle opportunità finanziarie degli investitori europei in Sud America. Ancora una volta, chi produce cibo viene trattato come un intralcio.

Una domanda semplice: chi controlla?

I controlli doganali?
In teoria dovrebbero essere la garanzia finale. In pratica, il principale hub europeo — Rotterdam — ne verifica meno del 3%.

Con questa soglia ridicola, parlare di “standard equivalenti” è quasi offensivo. Eppure a Bruxelles si ostinano a ripetere che tutto è sotto controllo, come le navi di grano che arrivano a Bari.

Il vero problema: l’autodistruzione europea

Il punto non è soltanto il Mercosur. Il punto è un’ Europa che demolisce la propria agricoltura mentre chiede agli agricoltori di essere più green, più sostenibili, più regolamentati… e poi spalanca le porte a chi non deve rispettare nessuna di queste regole.

Una schizofrenia politica che sta logorando la coesione interna e spingendo sempre più agricoltori a dire basta.

Conclusione: la partita non è chiusa

Il Mercosur può ancora saltare, se la Corte di giustizia o i Parlamenti nazionali lo bloccheranno. Ma la direzione intrapresa dall’UE mostra una fragilità inquietante: si parla di “mercati globali”, ma si dimenticano i territori. Si parla di “competitività”, ma si sacrificano le filiere agricole. Si parla di “valori europei”, ma si svende la qualità che il mondo ci invidia. Si parla di “sostenibilità”, ma si trascura l’impatto di queste importazioni (poco controllate) sulla salute dei consumatori e sulla bilancia sanitaria dello Stato.

Se davvero vogliamo un’ Europa che difenda il cibo sano e le produzioni oneste, è il momento di alzare la voce: Vannacci avrebbe una prateria sconfinata se decidesse di rappresentare il disagio di milioni di consumatori e di migliaia di agricoltori. Perché mentre Bruxelles festeggia i dazi risparmiati, rischiamo di ritrovarci i supermercati pieni di agro-imitazioni. E questa, per l’Italia, non sarebbe solo una sconfitta economica: sarebbe una resa culturale.

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