Il Fatto Alimentare attacca lo spot del MASAF, ma difende l’ambiguità sul grano della pasta

C’e’ qualcosa di profondamente rivelatore nell’attacco de Il Fatto Alimentare alla nuova campagna istituzionale del MASAF che invita i cittadini a leggere l’etichetta e a scegliere pasta 100% grano italiano. Non tanto per quello che dice, ma per quello che evita accuratamente di dire.

Ancora una volta, quando si prova a valorizzare il grano duro nazionale (sia pur tardivamente), scatta il riflesso condizionato di chi considera sospetta qualunque difesa esplicita della filiera agricola italiana. Guai a suggerire che il consumatore possa preferire una materia prima nazionale. Guai a mettere in discussione il dogma secondo cui il mercato globale, le miscele internazionali e la tecnica industriale bastino da soli a chiudere ogni discorso. Guai, soprattutto, a riconoscere che dietro la richiesta di 100% grano italiano non c’è una superstizione identitaria, ma una domanda sempre più forte di trasparenza, fiducia e sovranità alimentare.

Il solito gioco: ridurre tutto a una caricatura

L’operazione del Fatto Alimentare è chiara: prendere una campagna che punta a sostenere la filiera nazionale e ridurla a una presunta manipolazione della paura. Secondo questa lettura, associare la scelta del grano italiano a “più sicurezza” e “più salute” sarebbe scorretto, perchè non esisterebbero prove di una superiorità sanitaria automatica del grano nazionale rispetto a quello estero.

Ma il punto che il Fatto Alimentare finge di non capire è un altro. Nessuno, se non per comodità polemica, sostiene che basti il passaporto del grano a trasformare una pasta qualsiasi in un alimento miracoloso. La questione reale riguarda il diritto del consumatore a orientarsi dentro filiere diverse, a conoscere l’origine della materia prima e a preferire, se lo ritiene, una filiera interamente italiana per ragioni che riguardano non solo il gusto o la qualità tecnologica, ma anche la vicinanza del controllo, la leggibilità della catena produttiva, la coerenza agronomica, le ricadute economiche e la fiducia complessiva nel prodotto.

Chi riduce tutto a un confronto da laboratorio tra campioni conformi e fuori norma sta volutamente spostando il problema. I consumatori non sono macchine da regolamento. Non chiedono soltanto di sapere se un residuo rientra in un limite di legge. Chiedono di capire cosa stanno mangiando, da dove viene, come è stato prodotto e quale modello agricolo ed economico stanno sostenendo con il loro acquisto.

L’ambiguità vera sono le etichette opache, non lo spot

Per anni milioni di italiani sono stati lasciati dentro una nebbia informativa costruita da diciture come UE/Non UE o Italia e altri Paesi UE e/o non UE. Formule burocratiche, astratte, pensate per rispettare un adempimento minimo senza offrire una comprensione reale.

Il Fatto Alimentare si scandalizza per due parole di uno spot – “più sicurezza” e “più salute” – ma non sembra turbato da anni di etichette che non consentono al cittadino di sapere con chiarezza la composizione geografica della materia prima. Eppure è proprio lì che si annida il cuore del problema: non nella promozione del 100% italiano, ma nell’opacità sistematica che ha accompagnato per anni la commercializzazione della pasta.

Perchè se davvero tutto è così limpido, se davvero l’origine non cambia nulla, se davvero il sistema non ha nulla da nascondere, allora per quale motivo non si è mai voluto compiere fino in fondo il passo della trasparenza radicale? Perchè si continua a difendere formule che non aiutano il consumatore a distinguere tra una pasta fatta interamente con grano italiano e una pasta ottenuta da una miscela internazionale? I consumatori non sono stupidi o ingenui e, diversamente dal Fatto Alimentare, hanno capito l’importanza strategica della difesa delle nostre materie prime in un mondo globale che sembra impazzito. Si chiama sicurezza degli approvvigionamenti alimentari. E serve a non fare la stessa fine della dipendenza energetica.

Quando il formalismo normativo diventa ideologia

Il Fatto Alimentare si rifugia nei dati ufficiali sui controlli e nelle classifiche comparative per sostenere che non esisterebbe alcuna evidenza di una superiorità oggettiva delle paste ottenute da solo grano italiano. Ma qui emerge un vizio di fondo: l’idea che ciò che non viene fotografato come irregolarità sanzionabile debba essere considerato irrilevante.

E’ una forma di formalismo ideologico. Come se la conformità ai limiti di legge esaurisse il tema della qualità, della precauzione, della fiducia e della trasparenza. Come se i cittadini dovessero limitarsi a prendere atto che “è tutto a norma” e smettere di fare domande. Come se il diritto di scegliere una filiera più vicina, più riconoscibile e più coerente con le regole agronomiche nazionali fosse una deviazione emotiva da correggere.

Noi non accettiamo questa impostazione editoriale. Perchè siamo liberi, non ci finanzia nessuno. Perchè il cibo non è soltanto una somma di parametri chimici entro soglia. E’ anche tracciabilità, rapporto con il territorio, modello produttivo, filiera economica, impatto sul settore primario nazionale, possibilità di controllo democratico e sociale.

Il convitato di pietra: la crisi della cerealicoltura italiana

Nel ragionamento del Fatto Alimentare c’è un grande assente: la crisi strutturale del grano duro italiano. Si parla di export, di efficienza industriale, di capacità storica di miscelare grani provenienti da varie parti del mondo, ma si rimuove il dato politico più scomodo: questo modello ha coinciso con una progressiva marginalizzazione del settore primario nazionale.

Per anni ci hanno raccontato che il successo mondiale della pasta italiana giustificava tutto. Importazioni crescenti, riduzione dell’ autoapprovvigionamento, compressione dei prezzi alla produzione, indebolimento del potere contrattuale degli agricoltori, svalutazione sistematica del grano duro del Mezzogiorno e spopolamento di intere comunità rurali. In nome della competitività manifatturiera si è chiesto al settore agricolo di arretrare, di adattarsi, di sparire come variabile strategica.

E oggi, quando finalmente si prova – magari in ritardo e in modo discutibile – a orientare il consumatore verso il 100% grano italiano, arrivano i custodi dell’ortodossia globalista a dire che no, non si può, perchè si rischia di mettere in ombra la nobile civiltà della miscela.

Ma la domanda vera è un’altra: quanto ancora deve arretrare la cerealicoltura italiana prima che qualcuno smetta di considerarlo un dettaglio?

Non si difende il consumatore oscurando l’origine

Il Fatto Alimentare sostiene che il consumatore può legittimamente scegliere il 100% italiano per sostenere gli agricoltori o per preferenza personale, ma non perchè quello sarebbe “più sano” o “più sicuro“. E’ un’obiezione che cerca di apparire equilibrata, ma in realtà svuota il problema.

Perchè il consumatore non ragiona a compartimenti stagni. La scelta di una filiera nazionale non è mai puramente simbolica. Coinvolge anche una percezione di maggiore affidabilità, di minore distanza, di maggiore leggibilità delle regole, di più coerenza tra produzione e controllo. Liquidare tutto questo come privo di senso significa ignorare il modo reale in cui le persone valutano il cibo.

Soprattutto, significa ignorare un dato politico enorme: se una parte crescente di cittadini cerca pasta 100% grano italiano, non è perchè è stata ipnotizzata da una bandierina. E’ perchè non si fida più delle filiere lunghe, opache, indistinte, raccontate solo attraverso la rassicurazione burocratica dei limiti di legge. E’ una straordinaria consapevolezza a favore della sovranità del popolo, non dell’ élite.

Un’informazione che colpisce sempre nella stessa direzione

C’e’ poi un elemento che merita di essere detto apertamente. Ogni volta che si apre il confronto su grano italiano, etichette, importazioni, residui, tracciabilità o filiera, una certa informazione (poco indipendente) si schiera puntualmente nello stesso modo: contro ogni tentativo di dare più peso all’origine, contro ogni linguaggio che rafforzi il legame tra consumatore e produzione nazionale, contro ogni messa in discussione della neutralità del mercato globale.

Non è un caso. E’ una visione del mondo. Una visione nella quale – secondo queste testate on line – il consumatore va difeso dalla “propaganda identitaria”, ma non dall’ambiguità delle etichette. Va protetto dagli slogan istituzionali, ma non dall’opacità strutturale della filiera. Va educato a fidarsi del sistema, non a pretendere più informazioni dal sistema.

Noi stiamo dall’altra parte e facciamo battaglie vere, anche nei tribunali.

La vera battaglia: più verità in etichetta, più forza al grano italiano

Il problema non si risolve con uno spot, questo è chiaro. Ma è altrettanto chiaro che fa comodo a molti attaccare lo spot e lasciare intatto il meccanismo di fondo. Quel meccanismo si chiama ambiguità informativa, dipendenza strutturale dall’estero, svalutazione della materia prima nazionale e marginalizzazione del consumatore come soggetto consapevole.

Per questo la risposta non è arretrare, ma andare avanti. Molto più avanti.

Serve abolire le diciture generiche come UE/Non UE. Serve indicare in etichetta, in modo chiaro e frontale, la percentuale della miscela di grano e i Paesi di provenienza. Serve rafforzare la tracciabilità. Serve dire con nettezza quando una pasta è davvero 100% grano italiano. Serve dimostrare il profumo dei campi quando si apre una busta di pasta. Serve smettere di considerare l’origine della materia prima un dettaglio fastidioso da tenere nascosto sotto il tappeto della tecnica industriale.

E serve anche una scelta politica: decidere se il grano duro nazionale debba continuare a essere la vittima sacrificabile della globalizzazione agroalimentare oppure tornare a essere una risorsa strategica del Paese.

Noi scegliamo da che parte stare

Tra chi invita i consumatori a non guardare solo il prezzo e chi da anni li abitua a non capire cosa comprano, noi non abbiamo dubbi.

Tra chi difende il diritto a scegliere pasta 100% grano italiano e chi si affanna a spiegare che l’origine in fondo non conta, noi non abbiamo dubbi.

Tra chi considera la filiera agricola nazionale un bene da difendere e chi la tratta come una variabile subordinata all’export, noi non abbiamo dubbi.

Il Fatto Alimentare può continuare a fare la guardia al paradigma della miscela globale. Noi continueremo a fare una cosa molto più semplice: contrastare la Disfatta Alimentare, difendendo il diritto dei cittadini a sapere cosa mangiano e il diritto degli agricoltori italiani a non essere cancellati in nome dell’efficienza altrui.

Perchè il vero problema non è che oggi si parli troppo di grano italiano.
Il vero problema è che per anni se n’è parlato troppo poco – e troppo male … anche per colpa dei sindacati agricoli.

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