Per anni hanno provato a liquidare le denunce di Granosalus come allarmismo, estremismo o folklore polemico. Hanno detto che il problema non esisteva. Hanno ripetuto che i consumatori non dovevano preoccuparsi. Hanno fatto passare come irragionevole perfino la richiesta di sapere da dove arrivasse davvero il grano della pasta. Per gli industriali è irragionevole ancora oggi.
Poi è successo un fatto che da solo vale più di tante smentite interessate: la televisione pubblica canadese CBC / Radio-Canada ha dedicato un reportage approfondito proprio al crollo delle esportazioni di grano canadese verso l’Italia, collegandolo alla crescente diffidenza dei consumatori italiani verso i residui di erbicidi e, in particolare, verso il tema del glifosato.
In altre parole: ciò che in Italia veniva minimizzato o ridicolizzato era diventato, dall’altra parte dell’Atlantico, un caso giornalistico di rilievo nazionale e internazionale.
La battaglia di Granosalus
Al centro di quella vicenda c’è stata una battaglia chiara, scomoda e anticipatrice: quella portata avanti da Granosalus contro l’importazione di grano duro canadese trattato con glifosato in pre-raccolta.
Qui sta il punto politico e agricolo che non si è mai voluto affrontare fino in fondo. In Italia, dal 2016, l’uso del glifosato in pre-raccolta per accelerare maturazione e disseccamento artificiale è vietato. In Canada, invece, quella pratica è stata a lungo diffusa e legale. Dunque non eravamo e non siamo davanti a un dibattito astratto sul commercio internazionale, ma a una disparità concreta di regole agronomiche, con buona pace del principio di reciprocità.
Granosalus ha denunciato esattamente questo: non si può parlare di libera concorrenza, correttezza del mercato o parità di condizioni se i produttori italiani devono rispettare regole più rigorose mentre sul mercato arrivano materie prime ottenute con pratiche che da noi non sono consentite.
Il reportage canadese e il crollo dell’export verso l’Italia
Il reportage di Radio-Canada ha avuto un merito preciso: ha mostrato che la questione non era una fisima di pochi, ma un fattore capace di incidere realmente sui flussi commerciali. Il tema del glifosato, delle differenze normative e della crescente attenzione dei consumatori italiani ha contribuito a rendere più problematico l’accesso del grano canadese al mercato italiano.
Questo dato è politico prima ancora che commerciale. Significa che quando i cittadini vengono informati, quando emergono analisi, quando la discussione pubblica rompe il muro dell’ambiguità, perfino mercati considerati consolidati possono cambiare direzione.
Per questo la battaglia di Granosalus non va letta come una polemica di retroguardia, ma come una anticipazione strategica: aveva capito prima di altri che il vero terreno di scontro non era solo il prezzo del grano, ma il diritto dei consumatori a collegare origine, pratiche agronomiche, residui, salute e qualità della filiera.
Dalle analisi sulla pasta alla mozione in Senato
Quella battaglia non si è fermata alla denuncia pubblica. Facendo leva anche sulle analisi condotte sui lotti di pasta in commercio, il Sen. De Bonis, presidente di Granoalus, ha portato la questione dentro le istituzioni, fino a promuovere e far approvare in Senato una mozione parlamentare che impegnava il Governo a tutelare i produttori locali e ad applicare con rigore il principio di precauzione sulla sicurezza alimentare.
Questo passaggio è decisivo. Perchè dimostra che Granosalus non si è limitata a sollevare allarmi: ha trasformato una questione tecnica e agricola in un tema di interesse nazionale, legato alla tutela del settore primario, alla trasparenza del mercato e alla protezione dei consumatori.
Il silenzio successivo sul glifosato apre nuove domande
C’è però un elemento che merita oggi una riflessione più approfondita. Dopo quella forte esposizione mediatica internazionale e dopo la crescente attenzione sul glifosato, nelle successive analisi della pasta il residuo di glifosato è risultato molto meno visibile o addirittura assente.
Questo dato, da solo, non autorizza conclusioni automatiche. Ma autorizza certamente domande. E le domande, quando riguardano salute pubblica, trasparenza della filiera e importazioni, non sono mai fuori luogo.
Una delle piste che merita di essere esplorata con serietà scientifica riguarda l’eventualità che, accanto a colture OGM già note e diffuse in Canada come mais, soia e colza resistenti al glifosato, possano essere stati sviluppati o impiegati anche grani con caratteristiche di resistenza analoghe, pur in assenza di evidenze ufficiali nei registri varietali accessibili. Se così non fosse, a seguito dell’accumulo progressivo di glifosato nei terreni, il grano neppure germinerebbe o morirebbe subito dopo la semina.
E’ bene essere chiari: allo stato, questa è un’ipotesi di indagine, non un fatto accertato. Ma il sospetto tecnico-politico nasce da una circostanza che non può essere ignorata: se una sostanza diventa bersaglio di attenzione pubblica e commerciale, il mercato tende a riorganizzarsi. E a volte la riorganizzazione non elimina il problema: lo sposta.
Un nuovo fronte: analizzare il DNA della pasta
Ecco perchè oggi si apre un possibile nuovo filone di indagine, che sarebbe di enorme interesse pubblico: analizzare il DNA della pasta ottenuta da miscele con grano straniero per verificare l’eventuale presenza di componenti riconducibili a grani geneticamente modificati.
La questione è delicatissima. In Italia è vietata la coltivazione in campo aperto di piante OGM. Se da analisi molecolari emergesse che semole o paste ottenute da grani importati contengono materiale riconducibile a grano OGM proveniente dal Canada o da altri Paesi, ci troveremmo di fronte a una scoperta clamorosa, con implicazioni enormi sul piano normativo, commerciale, sanitario e politico.
Non si tratterebbe di una polemica ideologica, ma di un tema di trasparenza radicale. I consumatori hanno diritto di sapere non solo da dove arriva il grano, ma anche quale modello produttivo, genetico e agronomico sta dietro quella materia prima.
La vera domanda: chi controlla davvero?
Il punto finale, come sempre, non è solo tecnico. E’ politico. Chi controlla davvero le grandi filiere del grano? Chi verifica con continuità non solo i contaminanti noti, ma anche l’evoluzione delle pratiche agronomiche e delle tecnologie applicate alle materie prime importate? Chi tutela il diritto del consumatore a una informazione completa, e chi invece continua a rifugiarsi dietro formule vaghe, sigle opache e rassicurazioni di maniera?
La vicenda del reportage canadese dimostra una cosa essenziale: Granosalus aveva visto giusto. Aveva compreso che il problema del grano canadese non era una fissazione localistica, ma uno snodo cruciale tra agricoltura, regole diseguali, residui chimici, fiducia dei consumatori e sovranità alimentare.
Dalla denuncia alla nuova fase della battaglia
Oggi quella battaglia deve entrare in una fase nuova. Non basta ricordare che avevamo ragione. Bisogna spingere ancora più avanti la richiesta di analisi indipendenti, di tracciabilità vera, di controlli molecolari, di etichettatura trasparente e di piena applicazione del principio di precauzione.
Perchè il problema non è mai stato soltanto il Canada. Il problema è un sistema che pretende fiducia senza offrire verità. Un sistema che chiede ai consumatori di non fare domande. Un sistema che chiede ai sindacati di non disturbare (infatti ai tavoli alcuni rappresentanti sono dormienti). Un sistema che considera il grano una massa indistinta da comprare dove conviene, trasformare dove rende e raccontare come fa comodo.
Granosalus è nata proprio per rompere questo schema.
E se oggi si apre anche il fronte del DNA della pasta, allora significa che la battaglia per la verità non si è chiusa: sta solo entrando in un territorio ancora più decisivo.
Perchè quando si parla di cibo, di salute e di grano, la trasparenza non è mai troppa. E il diritto di sapere non può fermarsi sulla soglia del laboratorio.

