Il teatrino della fine legislatura
L’ultimo lungo intervento sul Sole 24 Ore del segretario generale Coldiretti Vincenzo Gesmundo sembra aver trovato a fine legislatura la soluzione ad un problema che esiste da tempo: modificare la regolamentazione doganale sull’ultima trasformazione di un prodotto affinché possa fregiarsi del Made in Italy.
Dice Gesmundo: «…una moltitudine di prodotti alimentari trasformati, si fregiano del Made in Italy anche grazie ad una assurda norma, quella della cosiddetta ultima trasformazione sostanziale, che consente con poche lavorazioni di cambiare il codice doganale e quindi l’origine di un prodotto».
Le promesse elettorali e il vento di Vannacci
Ebbene far contare gli agricoltori e i consumatori non significa alzare la voce (tardivamente) sul giornale degli industriali, ma portare tutti in Europa sulle tue posizioni. Parliamo di problemi che da anni tutti conoscono, ma nessuno risolve.
Sarà forse il vento di Vannacci che spaventa Coldiretti e che ha indotto il Governo a fare uno spot sulla pasta 100% grano italiano per salvare un bacino elettorale? Ma se l’unica opposizione che cresce è la destra estrema di Vannacci qualche motivo ci sarà?
I fatti contro la propaganda
In Italia, egregio Gesmundo, chi ha sollevato dieci anni fa la presenza di glifosato nella pasta difendendosi nei tribunali è stata l’Associazione Granosalus, non la Coldiretti.
In Italia l’economia è ferma, l’industria è crollata, i salari hanno perso il 6% e i beni alimentari sono aumentati del 30%.
L’Istat ci fa sapere che i consumi sono in calo. Le vendite al dettaglio calano da due mesi consecutivi sia in valore che in volume. A giugno si parlava di una piccola flessione (-0,1%) dovuta in particolare ai beni alimentari; il dato di luglio è già più netto: -0,4% in valore e -0,5% in volume. Insomma gli italiani spendono di più per comprare però meno prodotti. Infatti, a luglio 2026 i consumatori hanno pagato lo 0,8% in più rispetto a luglio 2025 per comprare però lo 0,6% in meno di cibo.
La risposta di Italmopa: importare è inevitabile?
Accanto al suo intervento, per favorire il contraddittorio, la redazione del Sole24Ore ha pubblicato anche quello di Vincenzo Martinelli Presidente di Italmopa che ripete sempre le stesse cose: “senza l’import di grano estero non è possibile produrre pasta a causa dei limiti produttivi“.
Secondo Martinelli «il mondo agricolo ridurrebbe l’annosa e complessa questione delle importazioni di grano a un mero complotto nei riguardi dei produttori agricoli o una truffa ai danni dei cittadini».
La narrazione insomma è sempre la stessa. L’esigenza di importare deriva da un deficit (quantitativo) strutturale della produzione e dalla necessità di disporre di frumento duro ad elevato tenore proteico (qualitativo). Non vi sarebbero motivi di speculazione perchè il grano estero costa di più. Sotto il profilo della sicurezza alimentare sarebbero rispettati i severi standard previsti dall’UE sui contaminanti.
Le domande a cui Italmopa non risponde
Ma allora per quale motivo occorre nascondere l’origine del grano se la qualità del prodotto, come sostiene Italmopa, non ne risente? Quali sarebbero le ragioni del contrasto con la necessità di un mercato più trasparente e di un consumatore più informato?
Conclusione
Se il grano estero è di qualità equivalente, se non ci sono problemi di sicurezza alimentare, se il costo è addirittura superiore… perché tanta resistenza all’etichettatura trasparente? La risposta, purtroppo, sta nei numeri che non tornano: nei profitti nascosti dietro l’opacità, nelle importazioni mascherate da italiane, nella speculazione che si nutre dell’ignoranza del consumatore.
Coldiretti cavalca i problemi da anni. Ma cavalcarli non significa risolverli. E intanto, chi produce grano italiano — quello vero, quello che paga le tasse e rispetta le regole — continua a perdere terreno.

