I piani di Prandini sono un’altra cosa. La nostra riforma parte dalla terra e dalla rappresentanza

Quando il presidente di Coldiretti Prandini parla al Corriere di “un grande piano dell’Ue per la filiera agro-alimentare“, usa le parole giuste per un problema che non affronta. Parole che evocano altri piani Mattei nell’immaginario collettivo.

Una nuova riforma agraria, se è davvero tale, non è una linea di credito agevolato, non è un fondo per l’innovazione, non è un pacchetto di misure fiscali per chi investe. Una nuova riforma agraria risponde a due domande molto più radicali: chi possiede la terra, e chi ha il diritto di rappresentare chi la lavora.

Su nessuna delle due, la proposta di Prandini dà una risposta. E la ragione è semplice: rispondere a quelle domande significherebbe mettere in discussione il modello che Coldiretti ha contribuito a costruire e a difendere per decenni.

Cosa manca al piano di Prandini

La proposta che circola — liquidità, sgravio sul gasolio, credito, aggregazione, innovazione, semplificazione — è una politica di sostegno alle imprese agricole esistenti, con un orizzonte di breve e medio periodo. Nulla di scandaloso, in sé. Ma non è una riforma agraria, per tre ragioni.

Primo: non tocca la proprietà della terra. È il nodo che in Italia nessuno vuole nominare. Un terzo dei terreni coltivabili è abbandonato — circa 3,7 milioni di ettari secondo AGEA. Nello stesso tempo, la proprietà fondiaria si concentra sempre di più nelle mani di soggetti che non coltivano: industriali, commercianti, operatori finanziari e — come accertato dalla magistratura in più occasioni — anche organizzazioni criminali, diventate gli effettivi latifondisti di quest’epoca. Una politica che non si chiede come riportare quella terra a chi la lavora non è una nuova riforma agraria: è un piano per la gestione dell’esistente.

Secondo: non tocca la rendita. Il tema del canone, del controllo sui grandi proprietari non coltivatori, delle terre pubbliche e demaniali non utilizzate, delle aziende abbandonate: tutto assente. Senza toccare la rendita, qualsiasi misura di sostegno (anche un altro Pnrr straordinario) finisce per essere assorbita da chi già possiede la terra, non da chi ha bisogno di coltivarla.

Terzo: non tocca la rappresentanza. Ed è il punto che rende molte proposte, anche quelle generose sulla carta, sostanzialmente inapplicabili.

Le regole della rappresentanza: la parte che nessuno vuole rivedere

Qui dobbiamo essere diretti. La riforma agraria non funziona se non si riforma anche la rappresentanza sindacale agricola. Perché sono le regole della rappresentanza a decidere chi siede ai tavoli dove si scrivono le misure, chi accede ai fondi, come questi fondi vengono distribuiti sul territorio, chi è ascoltato dal Ministero.

Le regole attuali hanno un difetto strutturale: premiano la dimensione e la storia, non la rappresentatività reale. Il risultato è che:

• i fascicoli sono diventati merce di scambio, trasferiti da una sigla all’altra, con numeri rivendicati che in alcuni casi si reggono su deleghe altrui — un dato che emerge dalla documentazione del ricorso Granosalus al Consiglio di Stato;

• le sigle minori non accedono ai tavoli, benche rappresentino territori e filiere reali;

• le organizzazioni “antisistema” nella narrazione si comportano come le altre nei fatti: aderiscono ai Centri di Assistenza Agricola delle sigle maggiori per ottenere informazioni di seconda mano dall’Organismo di Coordinamento AGEA, e tacciono sui conflitti d’interesse nelle sedi decisionali;

• la componente industriale entra nei tavoli delle quotazioni attraverso propri esponenti, con un conflitto d’interesse mai dichiarato: al tavolo della CUN del grano duro siedono rappresentanti di Confagricoltura e di Granaria, cioè soggetti che operano nel mercato di cui il tavolo determina i prezzi.

• i fondi europei destinati agli agricoltori italiani vengono assorbiti principalmente dagli agricoltori del Nord, che infatti nemmeno protestano, a danno degli agricoltori del Sud.

Una riforma agraria seria deve cominciare da qui. E deve prevedere regole precise.

Le regole di rappresentanza che proponiamo

1. Rappresentatività misurata sui produttori attivi, non sui fascicoli trasferiti.

I criteri di accesso ai tavoli ministeriali e agli organismi di filiera vanno ancorati a indicatori verificabili: imprese effettivamente iscritte, superfici dichiarate in domanda PAC, produzione conferita. Basta con il ricatto dei fascicoli! Un fascicolo trasferito non fa rappresentanza se dietro non ci sono aziende reali. Per superare il ricatto occorre:

Separare la funzione di assistenza alla domanda dalla funzione di rappresentanza sindacale. 

Non perché il legame sia in sé illecito, ma perché quando la rappresentanza si misura sul numero di fascicoli assistiti, quel numero è strutturalmente inquinato. Chi assiste domande non può essere anche il soggetto che dichiara quanti agricoltori rappresenta.

Le alternative possibili sono tre, e tutte hanno precedenti europei:

• assistenza pubblica tramite un servizio dell’organismo pagatore o delle Regioni, come in Polonia e in parte in Francia;

• assistenza camerale pubblica, con camere a iscrizione obbligatoria e governance pubblica, come in Austria;

• mercato aperto dell’assistenza, con accreditamento non esclusivo e separazione dal vincolo associativo, come in Spagna.

Qualsiasi di queste tre strade spezzerebbe l’intreccio de soggetto privato italiano (C.A.A.) tra sportello, sindacato e numero.

2. Divieto di utilizzare deleghe altrui per il computo della rappresentanza.

Le deleghe conferite a un’associazione non possono essere conteggiate da un’altra. Serve un sistema di verifica incrociata presso AGEA e INPS, con sanzione per chi dichiara numeri non propri.

3. Separazione rigorosa tra rappresentanza dei produttori e interessi industriali.

Chi siede in un organismo che determina o influenza i prezzi del grano non può al tempo stesso rappresentare l’industria che quel grano lo trasforma. È un principio di diritto antitrust elementare, e nella CUN del grano duro oggi non è rispettato.

4. Composizione paritetica della CUN del grano duro, con nomina effettiva dei garanti previsti dall’art. 6 del decreto istitutivo.

Il problema della CUN non è la sua esistenza: è la composizione e la mancata attuazione delle garanzie. Granosalus lo ha denunciato con il ricorso al Consiglio di Stato, e la sede della CUN — l’unica del Mezzogiorno — va stabilita a Foggia, applicando i criteri già seguiti per le altre sette Commissioni a Verona, Mantova, Parma e Forlì.

5. Accesso delle sigle minori ai tavoli tecnici.

Un tavolo in cui manca una componente reale della filiera non è un tavolo rappresentativo: è un tavolo governato. E il grano duro del Mezzogiorno, senza le voci che lo rappresentano davvero, resta — come oggi — rappresentato male.

La terra: le proposte operative

Se la rappresentanza è la precondizione, la terra è il contenuto. La nuova riforma agraria che proponiamo si articola su cinque punti.

1. La terra non è una merce come le altre

Un suolo agricolo coltivato è un’infrastruttura strategica nazionale: produce cibo, trattiene carbonio, presidia il territorio, contiene incendi e dissesto, mantiene vive le comunità rurali. Chi lo abbandona non compie una scelta privata: produce un danno collettivo. Servono quindi vincoli effettivi al cambio di destinazione del suolo agricolo e disincentivi all’abbandono pluriennale — attraverso un’imposizione che cresca con gli anni di non coltivazione, fino a configurare l’esproprio per utilizzazione sociale in caso di abbandono prolungato.

2. Banca della terra e restituzione ai coltivatori

Istituzione di una banca della terra regionale, con obbligo di censimento dei terreni pubblici e privati incolti, e riassegnazione prioritaria a giovani agricoltori e piccoli imprenditori agricoli. Non è un’utopia: esistono modelli già operanti, a livello regionale e nazionale, che possono essere estesi e resi obbligatori.

3. Prelazione per giovani e piccoli imprenditori

Ogni volta che un fondo agricolo viene immesso sul mercato, il diritto di prelazione va riconosciuto in via prioritaria a chi intende coltivarlo, rispetto a chi intende investirci. Serve una disciplina che attribuisca la preferenza all’insediamento produttivo rispetto all’investimento finanziario.

4. Tetti alla concentrazione fondiaria in capo a soggetti non coltivatori

Un limite massimo alla superficie agricola detenibile da soggetti che non esercitano direttamente l’attività agricola: fondi di investimento, operatori finanziari, grandi proprietà non coltivatrici. Non è una limitazione alla proprietà: è una condizione perché la terra resti terra e non diventi asset.

5. Riequilibrio del sostegno pubblico

Il sostegno pubblico non può premiare la dimensione in sé. Serve un riordino dei criteri di distribuzione dei pagamenti diretti che riconosca la specificità delle aree con svantaggio strutturale — cerealicoltura asciutta del Mezzogiorno, aree interne, zone svantaggiate — e che introduca un aiuto diretto di 800 euro per ettaro per il grano duro del Mezzogiorno, con condizionalità rafforzata e componente premiale legata alla qualità analitica del prodotto.

Perché le due riforme stanno insieme

E qui sta il punto che distingue la nostra proposta da quella di Prandini.

Si può scrivere una buona legge sulla terra senza toccare la rappresentanza? No. Perché le misure saranno costruite nei tavoli dove siedono le sigle che non hanno interesse a redistribuire terra, che hanno interesse a mantenere i fascicoli e i numeri così come sono, che hanno interesse a non toccare i conflitti d’interesse.

Si può riformare la rappresentanza senza toccare la terra? No. Perché aprire i tavoli a nuove voci non serve a nulla se poi la terra continua a concentrarsi nelle mani di chi non la coltiva.

Solo insieme le due cose cambiano il modello. E il modello oggi è quello che fa affondare chi produce e arricchire chi estrae — in agricoltura come nell’energia, nel credito come nelle piattaforme digitali. Da questo viene l’altra gamba della proposta: una riforma fiscale che tassi gli extraprofitti delle compagnie petrolifere ed energetiche, delle banche, delle assicurazioni, di big Pharma e delle grandi piattaforme digitali, con destinazione vincolata — riduzione dei costi energetici delle imprese agricole, accesso al credito delle piccole aziende, innovazione e infrastrutture rurali — e con una clausola di non sostituzione: il gettito non può ridurre né rimpiazzare gli stanziamenti già destinati all’agricoltura.

La differenza, in una riga

La riforma agraria di Prandini è una politica agricola: aiuti, credito, aggregazione, semplificazione, per chi c’è già.

La nostra è una nuova riforma agraria: terra a chi la coltiva, rappresentanza a chi la produce, un fisco che chieda il conto a chi ha incassato la crisi.

La prima migliora le condizioni di chi sta dentro il sistema così come è. La seconda cambia le regole del sistema.

Granosalus sta sulla seconda strada. Perché il Mezzogiorno agricolo non ha bisogno di un’altra misura di sostegno. Ha bisogno di terra, voce, giustizia e nuova rappresentanza. 

Solo così il cibo (agricolo) di qualità diventa elemento di prevenzione per la salute dei cittadini. Noi di Granosalus lo ripetiamo da dieci anni, anche nei tribunali, adesso se n’è accorta pure la Coldiretti… Meglio tardi che mai.

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