La vera sfida è sanare la crisi sociale e le diseguaglianze. Una proposta per la Basilicata

Quando le piazze si riempiono, la prima reazione delle istituzioni è sempre la stessa: parlare di ordine pubblico. Blocchi stradali, presidi, cortei di trattori — e subito si invocano i corridoi di viabilità, il ripristino della circolazione, la tenuta del sistema. È una lettura comoda, perché sposta il problema dal piano delle cause a quello dei sintomi. E permette di non rispondere.

Ma il disagio che attraversa questo Paese non è un problema di traffico. È il segnale visibile di una frattura molto più profonda: la crescita delle diseguaglianze, la compressione del reddito di chi lavora, la perdita di potere contrattuale di interi territori. Se ci si limita a contare i mezzi pesanti fermi su una statale, non si è capito nulla di ciò che sta accadendo.

La crisi non è congiunturale. È strutturale

Gli agricoltori del Mezzogiorno non protestano per vocazione. Protestano perché sono arrivati al limite.

Il grano duro, che è l’emblema produttivo del Sud, viene pagato oggi come trent’anni fa, mentre i costi di produzione sono raddoppiati. Il gasolio ha superato ogni soglia di sostenibilità, i fertilizzanti sono cresciuti in modo insostenibile, il credito è caro e difficile. E il prezzo di vendita resta fermo, perché a deciderlo è una filiera in cui il produttore è l’unico soggetto che non ha voce.

Questo non è un problema di un’annata sfortunata. È il risultato di decenni di scelte politiche che hanno premiato la trasformazione industriale e la distribuzione, e hanno scaricato il rischio su chi coltiva la materia prima. I numeri lo dicono con chiarezza: nella bilancia agroalimentare italiana tra il 2015 e il 2024, il comparto industriale è passato da un saldo positivo di 1,13 miliardi a 14,22 miliardi — un miglioramento di oltre 13 miliardi. Nello stesso periodo, il comparto agricolo è passato da un saldo negativo di 7,13 miliardi a un saldo negativo di 13,2 miliardi, con un peggioramento di oltre 6 miliardi.

Due filiere, due destini, uno stesso Paese. Mentre l’industria alimentare moltiplicava il proprio valore, l’agricoltura perdeva reddito, sovranità, futuro.

La diseguaglianza ha una geografia

C’è un aspetto che rende la questione italiana particolarmente grave: la diseguaglianza non è diffusa uniformemente. Ha una mappa precisa.

Il Mezzogiorno agricolo è caratterizzato da cerealicoltura asciutta, frammentazione produttiva e assenza di alternative colturali redditizie. Nel Nord, la crisi di un comparto può essere compensata da un altro: mais, soia, barbabietola, zootecnia, frutticoltura ad alto valore. Nel Sud, quando il grano cede, non c’è un altro settore che tiene in piedi l’azienda. E la distanza dai mercati di consumo e dai porti aggrava ulteriormente il costo logistico.

A questo si somma l’esposizione climatica: il Mezzogiorno è l’area italiana a maggiore rischio di siccità, desertificazione, incendi, salinizzazione. Le regioni meridionali sono le più esposte e le meno resilienti, perché scontano ritardi infrastrutturali accumulati in decenni che nessun fondo a bando può colmare.

Il risultato è che un terzo dei terreni coltivabili italiani è abbandonato — circa 3,7 milioni di ettari — e in gran parte l’abbandono si concentra nelle aree interne del Sud. Il terreno abbandonato non è solo superficie improduttiva: è un presidio che scompare, e con esso la manutenzione del territorio, il contrasto agli incendi, il contenimento del dissesto idrogeologico, la tenuta delle comunità rurali.

Quando un campo si abbandona, non si perde solo produzione. Si perde la possibilità di vivere in un luogo.

La crisi sociale che non si vuole nominare

Ecco il punto che la discussione sull’ordine pubblico non affronta: il disagio agricolo è la punta di un iceberg sociale molto più ampio.

Le famiglie italiane fanno i conti con il costo dell’energia, con l’inflazione che erode il potere d’acquisto dei salari, con bollette che crescono più dei redditi. Le piccole imprese vedono comprimersi i margini e non riescono ad accedere al credito. I giovani abbandonano le aree interne perché non trovano lavoro né prospettive. Le diseguaglianze territoriali si allargano: cresce la distanza tra i luoghi che attirano investimenti e i luoghi che li perdono.

E in questo quadro, il Paese ha scelto di non tassare gli extraprofitti di chi dalla crisi ha guadagnato. Nel primo semestre del 2026, otto grandi compagnie petrolifere globali hanno accumulato 7,5 miliardi di euro di extraprofitti nella sola Unione Europea. Nel solo mercato italiano, le compagnie petrolifere hanno generato circa 4 miliardi di euro di extraprofitti — con margini sul gasolio cresciuti in modo eccezionale. Nello stesso periodo, per il caro gasolio del comparto agricolo, sono stati annunciati pochi milioni di euro su scala nazionale: cifre che, distribuite, si dissolvono in poche decine di euro per azienda.

Da una parte quattro miliardi non tassati. Dall’altra pochi milioni di elemosina. Non è un problema di ordine pubblico. È un problema di giustizia.

La lezione dei territori: le royalty della Basilicata

C’è un caso che dimostra, in modo plastico, che le risorse esistono e il problema è come vengono distribuite.

La Basilicata estrae circa l’80% del petrolio e il 36% del gas prodotti in Italia. Tra il 1996 e il 30 giugno 2025 le società titolari di concessione hanno versato alla Regione e ai Comuni interessati 2,45 miliardi di euro in royalty. Nel solo 2024 le royalty complessive hanno raggiunto 141 milioni.

E come sono state distribuite? Ai Comuni dell’area estrattiva sono andati circa 316 milioni, di cui 193 milioni al solo Comune di Viggiano — un borgo di circa 3.300 abitanti, che negli anni più recenti ha continuato a incassare tra gli 8 e i 14 milioni all’anno, superando i 200 milioni accumulati in quasi trent’anni.

La parte destinata alla Regione? La Corte dei conti ha documentato che oltre l’85% è stato assorbito da spesa corrente, anziché da investimenti di sviluppo. Il fondo sovrano regionale, proposto più volte sul modello norvegese, non è mai stato realizzato.

Nel frattempo la produzione cala: dai 2,79 milioni di tonnellate del 2024 ai 2,48 milioni del 2025, con una riduzione dell’11%. Il gettito è destinato a diminuire. Questa è l’ultima finestra utile.

Ecco perché prepareremo una proposta di legge regionale di iniziativa popolare che destina integralmente royalty e compensazioni, per legge, al sostegno delle famiglie e delle imprese di tutta la Basilicata: il 55% a interventi diretti su famiglie e piccole imprese, il 25% a un fondo sovrano patrimonializzato e non aggredibile per ripianare disavanzi, il 12% a investimenti strutturali, l’8% alla salute e alla prevenzione — con almeno il 40% di quest’ultima quota destinato ai territori non ricadenti nell’area di estrazione, perché l’esposizione sanitaria non è circoscritta ai luoghi dove stanno i pozzi, ma arriva sino a Taranto, dove il petrolio viene raffinato.

Non è un caso isolato. È un modello: dimostra che quando le risorse pubbliche scarseggiano e i vincoli di bilancio europei e nazionali rendono impraticabile ogni aumento di spesa, la strada non è chiedere più soldi allo Stato. È destinare diversamente, e integralmente, risorse che sono già del territorio.

Sanare le diseguaglianze: quattro passaggi necessari

Se la vera sfida non è l’ordine pubblico ma la coesione sociale, allora la politica deve rispondere con scelte di struttura. Ne indichiamo quattro.

Primo: riportare il valore dove si produce. Serve una nuova riforma agraria che restituisca terra a chi la coltiva — contro l’abbandono, contro la concentrazione fondiaria nelle mani di chi non produce, attraverso la banca della terra, la prelazione per giovani e piccoli imprenditori, i tetti alla concentrazione in capo a soggetti non coltivatori. E serve una riforma delle regole della rappresentanza agricola: quando la rappresentanza si misura sul numero di fascicoli assistiti, e i fascicoli sono merce di scambio tra sigle, il numero non rappresenta nulla.

Secondo: rendere trasparenti i costi e i prezzi. Non esiste tutela del reddito agricolo senza conoscenza dei costi di produzione. Il monitoraggio dei costi del frumento, fermato dal TAR Lazio su ricorso dell’industria molitoria, va riattivato in forme partecipate e reso stabile per legge. Senza dati, il produttore resta cieco: la controparte industriale conosce tutto, lui non conosce nulla.

Terzo: far pagare chi ha tratto profitto dalla crisi. Contributi straordinari sugli extraprofitti di energia, banche, assicurazioni, big pharma, industrie della trasformazione e grandi piattaforme digitali, con destinazione vincolata — riduzione dei costi energetici delle imprese, accesso al credito delle piccole aziende, infrastrutture rurali — e con una clausola di non sostituzione: questi proventi non possono ridurre né rimpiazzare gli stanziamenti già destinati all’agricoltura. Altrimenti il conto lo pagano ancora una volta i più deboli.

Quarto: difendere il suolo e le risorse come beni comuni. Un suolo agricolo coltivato è un’infrastruttura strategica nazionale: produce cibo, trattiene carbonio, presidia il territorio, contiene incendi e dissesto. E le risorse estrattive da un territorio — petrolio, gas, acqua, paesaggio — appartengono alla comunità che le ospita, non a un solo Comune né a chi le estrae. Il caso delle royalty della Basilicata è la prova che questa affermazione, oggi, resta disattesa.

Conclusione: il coraggio di chiamare le cose con il loro nome

Le proteste degli agricoltori e degli autotrasportatori non sono un problema di ordine pubblico. Sono un termometro sociale. Segnalano che una parte del Paese non riesce più a stare in piedi, che il lavoro che produce cibo è pagato meno di quanto costa, che interi territori stanno uscendo dalla mappa dello sviluppo e l’impatto sul bilancio sanitario dello Stato diventa sempre più insostenibile per l’aumento di intolleranze e patologie.

Se la politica risponde con i corridoi di viabilità e con i presidi delle forze dell’ordine, ha scelto di non vedere. Se risponde con pochi milioni di elemosina mentre lascia intatti 4 miliardi di extraprofitti, ha scelto di non scegliere.

La vera sfida è un’altra: sanare la crisi sociale e ridurre le diseguaglianze. E per farlo servono tre cose semplici e difficili insieme — redistribuire la terra a chi la coltiva, rendere trasparenti costi e prezzi, far pagare a chi ha guadagnato dalla crisi il conto di chi l’ha subita.

Un Paese che lascia affondare la propria agricoltura meridionale non perde solo una filiera. Perde la coesione, perde la sovranità alimentare e con essa la salubrità dei cibi, perde la credibilità di chi dice di governarlo.

E la coesione sociale non si compra all’estero.

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