Blocchi in Puglia, Italmopa lancia l’allarme. Ma chi ha creato questa situazione?

Replica di Granosalus al comunicato Italmopa del 15 ottobre 2026

Italmopa — Associazione Industriali Mugnai d’Italia, aderente a FederPrima e Confindustria — lancia l’allarme: i blocchi stradali in Puglia rischiano di paralizzare la filiera del grano duro, di fermare i molini, di ritardare le consegne di semola ai pastifici, di danneggiare l’economia del comparto. Il Presidente Martinelli invoca le Istituzioni perché venga ripristinata la libera circolazione delle merci, garantiti corridoi sicuri per i mezzi della filiera agroalimentare, tutelata la “sicurezza alimentare del Paese”.

Siamo d’accordo su una cosa, e la diciamo subito: il diritto di manifestare è sacro, e nessuno lo mette in discussione. Ma leggere l’appello di Italmopa senza collocarlo nel contesto che lo ha generato significa accettare una narrazione parziale, che rovescia le responsabilità e presenta come vittima chi, in questa filiera, ha dettato le regole per decenni.

La filiera non è in crisi da domenica

Italmopa dice che i blocchi “mettono a rischio la tenuta di un intero comparto produttivo“. È vero che un blocco prolungato crea danni. Ma il comparto non è entrato in crisi domenica 11 ottobre. È in crisi da anni — per ragioni che nulla hanno a che vedere con i mezzi pesanti fermi sulle strade in questi giorni.

I numeri che Italmopa non cita mai sono questi: la bilancia agroalimentare italiana, nel periodo 2015-2024, ha visto il comparto industriale passare da un saldo di +1,13 miliardi a +14,22 miliardi — un miglioramento di oltre 13 miliardi di euro. Nello stesso arco di tempo, il comparto agricolo è passato da −7,13 miliardi a −13,2 miliardi, con un peggioramento di oltre 6 miliardi.

Due filiere, due destini, uno stesso Paese. L’industria di trasformazione ha moltiplicato il proprio valore. L’agricoltura ha perso terreno, reddito, sovranità.

Quando si invoca la “tenuta del comparto“, quindi, occorre chiedersi: di quale comparto si sta parlando? Di quello che produce semola e pasta con margini in crescita — o di quello che produce il grano e vede i prezzi all’origine fermi o in calo da decenni?

Chi ha bloccato cosa, e da quando

I blocchi sono un fatto visibile, di questi giorni, e se ne può discutere. Ma c’è un blocco molto più lungo e molto più silenzioso che Italmopa non menziona: il blocco del reddito agricolo.

  • Sostegno accoppiato al grano duro del Centro-Sud: 12,92% dei pagamenti diretti, con un tetto massimo di 102,86 euro per ettaro.
  • Pagamenti diretti complessivi al grano duro: −36% a regime rispetto al settennato precedente.
  • Monitoraggio Ismea dei costi di produzione del frumento: annullato dal TAR Lazio con la sentenza n. 13264/2026, su ricorso di quasi quaranta società molitorie riunite in Italmopa. Il TAR ha annullato per vizio formale e ha salvato il potere dell’Amministrazione di rifare il monitoraggio in forme partecipate — ma l’effetto immediato è che i produttori hanno perso il loro principale strumento di trasparenza sui costi.
  • CUN del grano duro: nata con rappresentanza sbilanciata, senza i garanti previsti dall’art. 6, con conflitti d’interesse non dichiarati. Impugnata da Granosalus al Consiglio di Stato. E il Ministero, a oggi, non ha ancora provveduto alla notifica al Consiglio di Stato.

Il blocco delle strade pugliesi durerà altri giorni. Il blocco del reddito dei cerealicoltori dura da trent’anni.

L’egoismo e lo strapotere

Qui va detto con chiarezza, perché è il punto politico vero.

Chiedere la riapertura dei corridoi per far transitare il frumento dai porti verso i molini, mentre si è osteggiato con ogni mezzo legale la pubblicazione dei costi di produzione del frumento stesso, è una posizione che non regge. Non si può pretendere trasparenza dagli altri e negarla su di sé.

Chiedere “corridoi sicuri” per i mezzi pesanti, mentre si costruisce una filiera in cui il rischio climatico, economico e finanziario resta interamente sul primo anello, è una richiesta che rivela una gerarchia di priorità: prima l’industria, poi — se resta tempo — il produttore agricolo.

Quella che Italmopa chiama “sicurezza alimentare del Paese” è, nella sostanza, la sicurezza degli approvvigionamenti dei propri impianti. È un interesse legittimo, per carità. Ma non è la stessa cosa dell’interesse generale della filiera. E presentarlo come tale è un esercizio retorico che i cerealicoltori conoscono bene, da tempo. E sono pure stanchi!

Chi non ce la fa più

Chi blocca le strade, in Puglia, in Basilicata, in Calabria, in Sicilia, non è un fannullone o un corporativo in cerca di visibilità. È un’azienda agricola che ha visto:

  • il prezzo del grano restare fermo o scendere mentre i costi raddoppiavano;
  • il clima presentare il conto ogni anno, con siccità e alluvioni alternate;
  • il monitoraggio dei costi di produzione venire spento proprio quando serviva;
  • la CUN quotare prezzi decisi in una sede in cui la propria voce è minoritaria;
  • il grano straniero arrivare ai porti e diventare “italiano” sulla carta, abbassando il valore del proprio prodotto;
  • gli aiuti pubblici annunciati, ma rinviati a decreti futuri, o destinati a chi trasforma e non a chi coltiva.

E chi trasporta la merce — gli autotrasportatori che Italmopa cita — non è certo il beneficiario degli extraprofitti della trasformazione. È un altro anello che paga il conto.

A non tollerare più questo sistema non sono solo gli agricoltori. Sono i consumatori, che pagano un prezzo per la pasta che incorpora una promessa di origine italiana senza avere strumenti per verificarne la verità. Sono i territori, che si desertificano quando i campi si abbandonano. È la sanità pubblica, che sostiene il costo di un sistema alimentare sempre più dipendente da materie prime importate e sempre meno controllato nella sostanza.

Le domande che Italmopa dovrebbe porsi

Se davvero l’industria molitoria italiana tiene alla “tenuta del comparto” e alla “sicurezza alimentare del Paese”, ci sono alcune domande che meritano risposta:

  1. Perché Italmopa ha impugnato un monitoraggio che serviva a rendere noti i costi di produzione del frumento?
  2. Perché l’industria non si è schierata a sostegno del ricorso sulla CUN, che chiede rappresentanza equa, sede a Foggia e nomina dei garanti?
  3. Perché non si è sostenuta la richiesta di marcatori analitici — DON, glifosato, cadmio — per verificare l’origine del grano dichiarato italiano?
  4. Perché non si è chiesto con la stessa urgenza un aiuto diretto al reddito dei cerealicoltori, come si chiede oggi la riapertura dei corridoi?
  5. Perché nessuno ha spiegato agli italiani che l’86% del valore dell’export agroalimentare è industria, mentre il comparto agricolo affonda il proprio saldo commerciale?

La replica di Granosalus

Granosalus riconosce a Italmopa il diritto di difendere i propri interessi e il diritto di chiedere che le merci circolino. Ma rivendica con la stessa fermezza il diritto dei cerealicoltori a non essere considerati l’anello sacrificabile di una filiera che, senza di loro, non esisterebbe.

Se si ferma il settore primario, si ferma tutto.

Invochiamo in ogni caso il rispetto delle regole. Bene. Allora cominciamo da quelle che riguardano il reddito di chi produce: la trasparenza sui costi, la rappresentanza equa in CUN, i controlli sostanziali sull’origine del grano, una PAC coerente con l’art. 39 TFUE, che da quasi settant’anni chiede di assicurare “un tenore di vita equo alla popolazione agricola“.

Chi invoca la sicurezza alimentare del Paese non può ignorare che la prima sicurezza alimentare è quella di chi il cibo lo produce. E che un Paese che lascia affondare i propri agricoltori non ha né sovranità, né filiera, né futuro.

Granosalus sta con chi produce. E con chi, dopo trent’anni, ha ancora la dignità di chiedere giustizia invece di elemosina. Domani mattina darà il suo sostegno al Corteo dei mezzi agricoli da Montescaglioso sino a Matera.

Volantino-Corteo-17-ottobre-2026

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