Il Sian, la partita silenziosa sui 22 miliardi dell’agricoltura

Mentre i trattori e i camion bloccano le strade di Cosenza, della via Aurelia e del lungomare di Bari, a Roma si gioca una partita che nessuno vede e che vale molto più di un taglio di accise. Riguarda chi controlla i 22 miliardi di fondi europei all’agricoltura nel prossimo triennio. E c’è un dettaglio che merita attenzione: il perimetro della gara è stato riscritto in corsa, e chi si prepara a vincere potrebbe essere, allo stesso tempo, anche uno dei controllati.

Non è un tecnicismo. È la differenza tra un sistema che funziona e uno autoreferenziale.

Cos’è cambiato, in concreto

Fino a oggi la gara sui controlli del Sistema informativo agricolo nazionale (Sian) — l’infrastruttura che verifica la regolarità dei fondi Pac su mandato di Agea — era gestita da Consip e divisa in quattro lotti distinti: controlli satellitari, controlli a terra affidati agli agronomi, informatizzazione e gestione applicativa, controllo della qualità dei lavori.

Quell’articolazione non era un capriccio burocratico. Serviva a garantire due cose: la concorrenza, perché più lotti significano più imprese in grado di partecipare, e soprattutto l’indipendenza tra le funzioni. Chi ispeziona un’azienda agricola non dovrebbe essere, nemmeno indirettamente, lo stesso soggetto che scrive il software che stabilisce chi ispezionare.

Oggi la procedura è passata a Invitalia e i quattro lotti sono diventati un unico lotto da 384,2 milioni di euro netti. La struttura economica prevede 226 milioni a base d’asta e opzioni, proroghe ed estensioni per altri 158,2. La scadenza per le offerte è fissata alle ore 12 del 22 ottobre. L’accordo quadro dura due anni, con possibilità di estensione a un terzo.

C’è un secondo numero che dice molto sulla platea effettiva dei possibili concorrenti: la garanzia provvisoria da prestare per partecipare è di 2,684 milioni di euro, il 2% del valore massimo stimato. È una soglia che esclude di fatto le piccole e medie imprese. Un lotto unico con barriera d’ingresso alta non rende la gara più efficiente: la rende più corta.

La cordata che si sta preparando

Secondo quanto riferiscono fonti giornalistiche, all’appalto si presenterebbe una cordata già pronta a offrire. Il raggruppamento unisce Geos — controllata di Telespazio, a sua volta nel perimetro Leonardo — per i controlli satellitari, e due società di Diagram (Agriconsulting e Abaco), rispettivamente per i controlli tecnico-agronomici e l’informatica.

Diagram è legata a Bf, la holding del gruppo Bonifiche Ferraresi, a sua volta connessa per via indiretta alla galassia Coldiretti. E qui la composizione azionaria smette di essere una nota a piè di pagina e diventa il cuore della questione: tra i soci di Bf ci sono Ismea, l’istituto di servizi del Masaf, con il 4,21% del capitale e il 6,14% dei voti, ed Eni, con il 5,3% delle azioni e il 6,5% dei voti. Primo azionista è la holding dell’industriale farmaceutico Sergio Dompé, con il 25% dei titoli.

Il corto circuito diventa evidente quando si guarda alla governance. Diagram possiede al 100% sia Agriconsulting, che esegue i controlli sul campo, sia Abaco, che gestisce software, mappe e dati territoriali. Federico Vecchioni presiede Bf e Diagram, è stato presidente nazionale di Confagricoltura ed è presidente di Arum, holding secondo azionista di Bf, il cui amministratore delegato è Raffaele Grandolini, responsabile finanza di Coldiretti. Roberto Capone presiede il collegio sindacale di Bf e ha presieduto quello di Abaco, Diagram e Agriconsulting negli anni immediatamente precedenti.

E poi c’è il dato che chiude il ragionamento: Bf coltiva 11.000 ettari ed è tra i principali percettori di contributi Pac in Italia, erogati proprio da Agea. Se la cordata vincesse, le controllate di Diagram gestirebbero algoritmi, cartografia e ispezioni che decidono la regolarità dei fondi percepiti anche dalla casa madre.

Non è un’ipotesi di scuola. È la descrizione di un perimetro in cui chi verifica e chi riceve fanno capo allo stesso albero societario.

Perché il lotto unico è la parte che conta di più

Sarebbe un errore ridurre la questione alla composizione della cordata. Il punto strutturale è un altro, e riguarda il disegno della gara.

Un bando diviso in quattro segmenti crea separazione tra le funzioni: quattro soggetti diversi, con quattro mandati diversi, che si controllano anche a vicenda. Un lotto unico fa l’opposto — concentra in un unico soggetto, o in un raggruppamento coordinato, la produzione dei dati, la loro interpretazione attraverso algoritmi e la verifica sul terreno. Sono tre anelli della stessa catena di garanzia, e in un lotto unico finiscono nella stessa mano.

Vigilare su un flusso di fondi pubblici richiede, per definizione, una discontinuità tra chi controlla e chi beneficia delle risorse. È il principio che sta alla base di ogni sistema di audit pubblico, ed è quello che il nuovo bando ha attenuato: non eliminato per iscritto, ma reso molto più facile da aggirare nella pratica.

C’è poi un aspetto che nessuna clausola di gara può neutralizzare: un algoritmo è una scelta di merito travestita da formula. Il software che decide quali aziende finiscono in un campione di controllo, quali anomalie catastali segnalare, come incrociare le dichiarazioni con i dati satellitari, stabilisce di fatto chi verrà ispezionato e chi no. Chi scrive quell’algoritmo esercita un potere enorme, anche senza toccare un fascicolo. Se a scriverlo è un soggetto che appartiene a un gruppo che beneficia dei fondi, il conflitto non è potenziale: è strutturale.

Il vero scandalo: il contrasto con un settore che affonda

Ma c’è un contrasto che rende questa storia più amara di quanto sarebbe altrimenti.

Mentre a Roma si discutono lotti e garanzie provvisorie, in piazza ci sono i trattori e i camion. Il 9 ottobre la via Aurelia è tornata a essere teatro della protesta; a Cosenza il 10 ottobre si è tenuta una manifestazione nazionale contro caro carburanti e costi di produzione, con agricoltori, pescatori, autotrasportatori e studenti insieme; nei giorni precedenti presìdi e blocchi stradali in Puglia, Calabria, Sicilia e Basilicata. Oggi è bloccata la raffineria di Augusta e il tratto autostradale Termoli-Poggio Imperiale. Tanti altri Comitati sparsi sul territorio nazionale si stanno mobilitando.

Le rivendicazioni sono concrete e di una semplicità quasi brutale. Il costo del carburante agricolo non deve superare i 70 centesimi al litro, dicono. Chiedono interventi fiscali, garanzie sui prezzi di vendita, strumenti contro l’aumento dei costi. Denunciano che le istituzioni non hanno garantito un’adeguata tutela alla produzione nazionale, lasciando che la grande distribuzione e le dinamiche dei mercati internazionali comprimano i prezzi riconosciuti ai produttori.

Chiedono che fine abbia fatto la trasparenza sui meccanismi di formazione dei prezzi all’ origine? Che fine ha fatto la CUN del Grano, su cui il Mipaaf non ha ancora notificato il ricorso presso il Consiglio di Stato?

C’è una scena raccontata dalle cronache calabresi che vale più di qualsiasi statistica: “Compriamo grano da seme o gasolio?”. È la domanda a cui un’azienda agricola deve rispondere quando la liquidità non copre entrambi. È il punto in cui un settore smette di investire e comincia a sopravvivere.

E mentre il settore affonda, il grande dibattito pubblico sull’agricoltura italiana — quello che arriva sui giornali e in televisione — è quello sulle date dei pagamenti. Il Masaf rivendica di aver accelerato: quasi 3 miliardi di euro erogati da Agea dal 1° gennaio 2026, di cui circa 389 milioni dal 4 settembre, e si dichiara primi in Europa per rapidità dei pagamenti Pac. Sono numeri reali, e se i ritardi storici sono stati ridotti è un bene.

Ma è un vanto che ha un rovescio: se la qualità del sistema si misura sulla velocità con cui il denaro esce, la domanda su chi controlla come esce e a chi va non viene mai posta. Si celebra il flusso e si tace sul rubinetto.

La posta in gioco, oltre le elezioni

Il quadro politico non è un dettaglio, e non lo è nemmeno la sua tempistica. Siamo a un anno dalle elezioni, e i bacini elettorali di Coldiretti e Confagricoltura sono tra i più consistenti del Paese. Dimostrare “vicinanza” a quei mondi è un obiettivo politico dichiarato. Il patto tra Coldiretti, Eni, Leonardo e Bf che emerge da questa vicenda non è un’invenzione: è il perno degli interventi agricoli all’estero promossi dall’esecutivo nell’ambito del Piano Mattei, un’alleanza tra sindacati di categoria, colossi di Stato e finanza agroindustriale che ora punta a occupare anche l’infrastruttura di controllo interna sui fondi UE.

Su tutto questo, però, pesa un’obiezione che merita di essere presa sul serio, perché è quella che verrà sollevata: non è illegale. Le cordate tra imprese del settore esistono in ogni gara pubblica, la partecipazione di soggetti che ricevono fondi pubblici non è vietata per legge, e la scelta di un lotto unico è una decisione amministrativa legittima.

Ed è esattamente questo il punto. Il problema non è la violazione di una norma: è l’assenza di una norma che renda impossibile questa configurazione. Le regole attuali permettono a un percettore di contributi Pac di candidarsi a gestire i controlli sui contributi Pac. Non serve un reato per produrre un sistema in cui la terzietà si svuota dall’interno: basta una gara disegnata con un perimetro troppo largo.

La scadenza del 22 ottobre non è una data tecnica. È il momento in cui l’Italia decide se il sistema di controllo dei propri 22 miliardi sarà filtrato da un soggetto con interessi diretti nel risultato.

Le domande che restano aperte

Ci sono domande semplici a cui, al momento, nessuno ha risposto pubblicamente, e non è necessario ipotizzare nulla per formularle.

Perché la gestione della gara è passata da Consip a Invitalia? Perché i quattro lotti sono diventati uno? Esiste una valutazione di impatto sulla concorrenza che giustifichi la concentrazione? Sono state previste clausole di incompatibilità per i partecipanti che ricevono contributi Pac? E soprattutto: chi ha verificato, e come, l’assenza di conflitti di interesse nella fase di disegno della gara?

Nessuna di queste domande richiede di accusare qualcuno. Richiede solo di guardare la struttura di incentivi che il nuovo bando ha creato, e di chiedersi se sia quella che vogliamo per l’istituzione che decide quali aziende agricole ricevono i fondi europei.

Perché la vera storia, qui, non è la cordata. È che mentre l’agricoltura italiana protesta per sopravvivere, la discussione su chi controllerà i fondi che dovrebbero salvarla si sta chiudendo nel silenzio, con le regole riscritte a un anno dal voto e una scadenza fissata per incanalare i fascicoli PAC in due sole direzioni.

Vigilare su 22 miliardi non è un lavoro tecnico. È la condizione perché quei miliardi arrivino a chi coltiva, e non a chi ha capito per tempo come si scrivono le regole della gara.

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