Extraprofitti e accise: come abbassare davvero il prezzo del carburante

Il dibattito sugli extraprofitti è importante in un momento di crisi per famiglie e imprese. Nel 2023 gli italiani hanno speso 70,9 miliardi di euro per i carburanti. Di questi, 38,1 miliardi sono finiti nelle casse dello Stato tra accise e IVA. Oggi le imposte pesano per il 61,1% sul prezzo finale della benzina e per il 57,2% sul gasolio. Più della metà di ciò che paghiamo alla pompa non è merce: è imposta.

Dall’altro lato dello stesso conto, secondo l’osservatorio di Transport & Environment, raffinazione e distribuzione hanno realizzato nel 2026 circa 4 miliardi di euro di extraprofitti sui carburanti venduti in Italia. A livello europeo, gli utili straordinari upstream superano i 13 miliardi dallo scoppio del conflitto, in proiezione fino a 67 a fine anno.

Non è innovazione, non è produttività, non è rischio d’impresa. È rendita nata da uno shock internazionale dei prezzi. E c’è un modo per usarla bene.

Il problema delle proroghe

Da marzo 2026 il governo è intervenuto tre volte con tagli diretti alle accise — 20, 10 e 5 centesimi al litro — più una proroga da 17 centesimi sul gasolio. L’ultima scadenza, il 3 luglio, ha prodotto l’effetto che ogni misura a termine produce: i prezzi hanno ricominciato a salire di 1-2 centesimi al giorno, fino a superare di nuovo i 2 euro al litro.

Il punto non è economico, è di aspettative. Un taglio prorogato mese per mese non cambia il comportamento di nessuno: né dei consumatori, che sanno che è temporaneo, né delle imprese di autotrasporto, che non possono pianificare investimenti su un orizzonte di venti giorni.

E qui sta la parte che conta. Il gasolio entra nel trasporto merci, nell’agricoltura, nella pesca, nell’edilizia, nella logistica dell’ultimo miglio. Quando oscilla, l’oscillazione entra nei costi di produzione di quasi tutto il paniere, con il ritardo di qualche trimestre necessario a trasferirla a valle. Il carburante non è un prezzo tra i tanti: è la variabile che indicizza silenziosamente il resto. È questa combinazione — fiscalità pesante su un input che si propaga a tutto il sistema generando inflazione — a rendere l’Italia un caso particolare in Europa, non l’aliquota in sé.

Norvegia: si può tassare il 78% senza fermare gli investimenti

Il sistema norvegese è il più frainteso. Sulla carta è durissimo: aliquota ordinaria del 22% più un’imposta speciale del 71,8%, per un carico marginale combinato del 78% sui profitti petroliferi. Gettito stimato 2026: circa 386 miliardi di corone.

Se l’argomento “tassare troppo fa fuggire gli investimenti” (come sostiene il giornalista Verderami del Corriere) avesse valore generale, la Norvegia non avrebbe un’industria petrolifera. Ne ha una, e attiva. Il motivo è preciso: l’imposta è costruita per essere neutrale rispetto alle decisioni di investimento. Un progetto redditizio prima delle imposte resta redditizio dopo. Si ottiene scontando l’imposta ordinaria dalla base della speciale e rendendo deducibili gli investimenti qualificati. I costi di finanziamento, invece, non lo sono.

Il risultato: la rendita viene prelevata quasi integralmente, ma il margine all’investimento non viene toccato. Lo Stato norvegese è un socio, non un pedaggio.

C’è un secondo pilastro, che in Italia non si cita mai. Il gettito non finanzia la spesa corrente: alimenta il fondo sovrano. Il prelievo sulla rendita fossile si converte in un asset che rende in perpetuo, mentre il reddito dello Stato smette di dipendere dall’esaurirsi del giacimento.

Regno Unito: la tassa c’era, il disegno no

Il precedente britannico viene citato come fallimento, ma i numeri dicono altro. L’Energy Profits Levy è passato dal 25% del 2022 al 35% del 2023, poi al 38% dal novembre 2024, con aliquota combinata al 78% — identica a quella norvegese.

La differenza è nell’architettura, e ha rotto l’esperimento: nel 2024 è stata abolita l’Investment Allowance, e l’imposta ha colpito tutti i profitti delle società coinvolte, non solo la quota attribuibile alla rendita eccezionale. Ha tassato il livello ordinario di redditività, non solo l’eccesso. In termini tecnici: non era neutrale.

Le compagnie hanno reagito con il repertorio prevedibile — Harbour Energy ha tagliato l’organico di Aberdeen invocando il clima fiscale “punitivo”. Ma le previsioni dell’OBR di marzo 2026 collocano i ricavi complessivi da petrolio e gas a 4,1 miliardi di sterline nel 2025-26, in calo fino a circa 100 milioni nel 2030-31 — declino dovuto in larga parte all’esaurimento del bacino e ai prezzi, non all’imposta.

Il vero errore britannico non è aver tassato troppo: è non aver mai reso la misura strutturale. Proroghe, aliquote cambiate, incentivi aboliti. La correzione è già allo studio: un nuovo prelievo che si attiva automaticamente solo sopra soglie di prezzo prefissate. È il disegno giusto — ed è applicabile subito anche da noi.

L’obiezione seria, e perché non chiude il discorso

L’industria invoca il disinvestimento. Vale la pena smontare l’argomento, non contestarlo a voce.

Con i prezzi attuali, il margine è tale che nessun prelievo ragionevole azzera la convenienza di essere presenti. Secondo T&E le compagnie ricavano 46 centesimi al litro sull’aumento del gasolio rispetto ai livelli pre-conflitto e 24 sulla benzina.

L’argomento confonde la tassa sull’eccesso con quella sul livello. Se lo Stato partecipa ai costi come in Norvegia, si può prelevare il 78% della rendita lasciando invariata la decisione di investimento.

C’è poi una critica più solida, che non viene dall’industria ma dagli economisti: nessuna tassa italiana cambia la quotazione Platts, quindi non abbassa il prezzo, redistribuisce solo la rendita. È vero, e non è un’obiezione: è la funzione di una politica fiscale. La Norvegia non abbassa il prezzo del petrolio per nessuno, incassa il 78% della rendita e la trasforma in energia accessibile per i propri cittadini. Non ha eliminato il mercato: ha deciso che una parte del valore tornasse a chi vive sul territorio.

E se il prezzo è determinato internazionalmente, allora la rendita non è il compenso per un rischio sostenuto: è il premio per essere posizionati sulla filiera giusta quando il prezzo sale. Un’economia che non la preleva la regala due volte: il consumatore la paga al distributore e la ripaga come contribuente quando lo Stato interviene a debito.

Il meccanismo

L’Italia ha già lo strumento giusto e non lo usa: il meccanismo delle accise mobili, introdotto da una norma del 2007 e riformato nel 2023. Prevede di ridurre l’accisa quando il prezzo supera una soglia, ma l’attivazione è discrezionale e funziona con un ritardo strutturale, perché l’extragettito IVA va prima incassato. Le stime parlano di 6-10 centesimi al litro: meno di qualsiasi taglio diretto applicato finora.

La proposta che funziona ha tre elementi.

Prelievo sulla rendita, non sul reddito. Base imponibile è la differenza tra margine realizzato e margine normale — la stessa logica del prelievo europeo del 2022, che definiva eccessivo il profitto oltre il 20% della media 2018-2021 e ha prodotto circa 28 miliardi in due anni. Con deducibilità piena degli investimenti, per replicare la neutralità norvegese.

Fondo dedicato, non spesa corrente. Il gettito alimenta un fondo vincolato alla riduzione permanente delle accise. È il principio norvegese in scala ridotta: la rendita fossile si converte in costo dell’energia più basso, non in un capitolo di bilancio.

Soglia automatica. Il prelievo si accende sopra un prezzo prefissato e si spegne quando scende. Regole annunciate con anni di anticipo, che non cambiano a ogni manovra. L’operatore sa in anticipo cosa accadrà, e nessuno può invocare l’incertezza regolatoria.

Un requisito, però, va detto: il beneficio deve arrivare al consumatore. Il taglio dell’accisa è una riduzione diretta del prezzo alla pompa, quindi per definizione arriva. Il prelievo va quindi calibrato sui margini downstream — raffinazione e distribuzione — dove l’effetto sul prezzo finale è immediato, evitando che l’industria scarichi il costo a valle.

Il conto della casalinga

Non è un piano contro l’industria. È una riduzione del costo dell’energia industrialmente rilevante, finanziata dalla rendita che l’industria realizza grazie a un prezzo internazionale di cui non è artefice.

Una riduzione permanente di 15-20 centesimi al litro modifica la convenienza di un investimento in un camion, in un trattore, in una nave. Un taglio prorogato di venti giorni non modifica nulla.

E la meccanica che il ministero dell’Economia già invoca per giustificare l’inerzia — l’extragettito IVA del caro-carburante che può finanziare il taglio dell’accisa — se completata giustifica il prelievo: se lo Stato incassa più IVA perché il prezzo sale e le compagnie incassano più margine perché il prezzo sale, gettito e rendita sono due lati dello stesso shock. Prelevare il secondo per consolidare il primo non è ostilità verso l’impresa: è il modo per non far gravare l’aggiustamento solo su bilancio pubblico e famiglie.

La Norvegia tassa così dal 1975 e la sua industria non è morta. Il Regno Unito ha tassato a intermittenza, abolito incentivi, annunciato e disdetto: gettito in caduta e declino di bacino che nessuna tassa poteva causare né evitare. La differenza non è l’aliquota — è se il prelievo è strutturale, neutrale e annunciato.

Dopo la risposta della Commissione europea, che ha riconosciuto la piena competenza nazionale sulla tassazione degli extraprofitti, l’alibi di aspettare Bruxelles non regge più. Mancano due decisioni: rendere il prelievo automatico e legato a una soglia, e vincolare il gettito a una riduzione permanente delle accise invece che al bilancio corrente.

Il resto è retorica industriale, con un solo obiettivo: spostare la discussione dalle aliquote alla paura.

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