Le parole di Mattarella sul rispetto delle regole, valgono anche per la CUN

Le parole di Mattarella sul rispetto delle regole valgono anche per la CUN — e per i pseudo-sindacalisti ancillari

Quando il Presidente della Repubblica parla, gli altri devono tacere. Si usa ripetere questa formula per rimarcare la solennità del verbo della più alta carica dello Stato. Ma in alcuni casi — e il saluto alla stampa in occasione della cerimonia del Ventaglio è uno di questi — le parole del Quirinale dovrebbero far drizzare le orecchie a più di qualche sindacalista, anche ai più difettati, e soprattutto agli industriali.

Mattarella ha scandito un concetto che dovrebbe scoraggiare qualsiasi iniziativa di legge impropria rispetto all’interesse generale. E quel concetto riguarda, da vicino, la filiera del grano duro italiano.

Le parole del Quirinale

Sono parole che vanno lette con attenzione:

“In una società civilmente ordinata, rassicurante per i cittadini, i comportamenti individuali devono rispettare regole comuni, quelle della legge. Se invece si capovolgesse questo principio e si pensasse che le regole della legge debbano adattarsi ai comportamenti individuali o corporativi, occasionali, non si rafforza la legalità ma si decide l’abdicazione dello Stato e delle sue articolazioni.”

In altri termini: le leggi non si adattano ai singoli casi, né ai desiderata di industriali e sindacalisti ancillari. La legge è uguale per tutti — e quando si capovolge questo principio, non si rafforza la legalità, la si abdica. È un monito che il capo dello Stato pronuncia con i suoi toni morbidi ma duro nella sostanza, e che tocca da vicino la cronaca italiana più recente.

Il richiamo alla CUN del grano duro

Il richiamo vale per la cronaca — il caso del gioielliere piemontese, a cui si è alluso nelle settimane scorse — ma vale anche per quanto è stato fatto con il Decreto direttoriale sulla CUN del grano duro. Una Commissione Unica Nazionale nata già distorta, con rappresentanza sbilanciata, mancata nomina dei garanti previsti dall’art. 6, deleghe contestate, sede inappropriata, conflitti d’interesse non dichiarati. Un atto amministrativo che, di fatto, ha adattato la regola ai comportamenti corporativi di una parte della filiera — quella industriale-sindacale — invece di applicare la regola corretta alla composizione e al funzionamento della Commissione.

È esattamente il capovolgimento che Mattarella stigmatizza. La regola adattata al caso, non il caso adattato alla regola. La legalità cede di fronte al corporativismo. Lo Stato abdica di fronte alle sue articolazioni — e in questo caso, di fronte a un’articolazione della filiera cereaicola che ha costruito a propria misura uno strumento di quotazione che avrebbe dovuto essere neutro.

Granosalus ha impugnato quel decreto con il ricorso al Consiglio di Stato. Non perché ama le battaglie giudiziarie, ma perché — come insegna Mattarella — quando le regole vengono capovolte, la via per restaurare la legalità passa per il giudice. Non è un’iniziativa di parte: è un atto di tutela dell’interesse generale. Solo chi è miope non riesce a comprenderne la portata.

Il monitoraggio Ismea e il silenzio sindacale

Lo stesso monito vale per un’altra vicenda, recente e grave: l’annullamento del monitoraggio Ismea dei costi di produzione del frumento da parte del TAR Lazio (sent. n. 13264/2026), su ricorso di quasi quaranta società molitorie riunite in Italmopa.

Il TAR ha annullato per vizio formale — mancata partecipazione al procedimento — salvando però il potere dell’Amministrazione di rifare il monitoraggio in forme partecipate. Ma l’effetto immediato è uno stop che penalizza proprio la parte debole della filiera: i cerealicoltori, che perdono il loro principale strumento di trasparenza sui costi di produzione.

Qui si manifesta, in tutta la sua evidenza, il virus denunciato implicitamente dalle parole del Quirinale. La strumentalità degli industriali nell’osteggiare il monitoraggio dei costi Ismea — perché conoscere i costi reali significa dare ai produttori uno strumento di contrattazione — e il silenzio delle organizzazioni sindacali ancillari, che non hanno speso una parola per difendere lo strumento di tutela del reddito dei loro iscritti, sono due facce della stessa medaglia. È il capovolgimento della legalità: la regola adattata agli interessi di chi ha il potere economico, non agli interessi generali della filiera.

Granosalus ha predisposto formale istanza a Ismea e al Masaf per la riattivazione del monitoraggio in forme partecipate. Perché — di nuovo — la via per restaurare la legalità passa per gli atti, non per le dichiarazioni sui social di chi va in cerca di vanagloria.

Le sopraffazioni dei più forti sugli anelli deboli

Mattarella, nel medesimo intervento, ha aggiunto un passaggio che riguarda da vicino il clima della filiera cereaicola:

“La vita politica interna del nostro Paese si svolga nel reciproco rispetto; senza sopraffazioni dei più forti contro gli anelli più deboli; senza inopportuna aggressività verbale (e fisica), spesso immotivata e anche controproducente.”

Sono parole che, lette alla luce delle dinamiche della filiera del grano, suonano come un richiamo preciso. La sopraffazione dei più forti — l’industria molitoria e pastaria, concentrata e organizzata — contro gli anelli più deboli — i cerealicoltori frammentati, esposti, senza strumenti di contrattazione adeguati e senza rappresentanza adeguata — è una costante della filiera. Si manifesta nella “nazionalizzazione” cartolare del grano straniero, nella tolleranza dei conflitti d’interesse in CUN, nel silenzio sulle pratiche di mercato non sempre corrispondenti alla realtà documentale.

L’aggressività verbale — quella dei post sgrammaticati, dei video sconclusionati, delle dichiarazioni di facciata che nascondono la sostanza — è l’altra faccia. Tralasciamo l’aggressività fisica. Quando chi dice di rappresentare i produttori tace sulle violazioni delle regole e attacca chi le denuncia, non sta tutelando gli anelli deboli: sta rendendo un servizio agli anelli forti.

Le regole sono il fondamento — non un optional

Il punto, in ultima analisi, è semplice. Le parole di Mattarella valgono per tutti. Valgono per il gioielliere piemontese come per il decreto direttoriale sulla CUN. Valgono per i comportamenti individuali come per quelli corporativi. Valgono per chi pratica il capovolgimento della legalità, per chi lo predica, e per chi lo giustifica con il silenzio.

La strumentalità degli industriali nell’osteggiare il monitoraggio Ismea e il silenzio delle organizzazioni sindacali ancillari non sono espressioni di libertà di opinione. Sono — nelle parole stesse del Presidente della Repubblica — una forma di abdicazione dello Stato di fronte ai comportamenti corporativi. È un virus letale per la democrazia economica e per la vita sociale e rurale del Mezzogiorno cerealicolo.

Granosalus, dal canto suo, continua a fare la sua parte. Con i ricorsi, con le interrogazioni, con le analisi, con il suo blog, con le istanze formali, con i position paper, con le proposte di strumenti oggettivi di tutela — marcatori analitici, isotopi stabili, mappatura genomica. Perché la legalità non si predica: si pratica. E perché, quando il Presidente della Repubblica ricorda che le regole valgono per tutti, il primo dovere di un’organizzazione di categoria seria è prenderne atto — e applicarle alla propria filiera. La sindrome dello struzzo non aiuta.

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