Crediti di carbonio: il grande affare di carta che rischia di lasciare a secco gli agricoltori

Nel mondo agricolo italiano c’è chi continua a presentare i crediti di carbonio ai coltivatori di grano come la nuova frontiera del reddito rurale: una sorta di manna verde capace di portare denaro nelle campagne senza cambiare davvero i rapporti di forza nella filiera.

Ma è proprio qui che serve fermarsi e guardare bene dentro il meccanismo.
Perchè dietro la retorica della sostenibilità, della transizione ecologica e delle nuove opportunità per le imprese agricole, si sta muovendo un mercato che in molti casi ha già mostrato tutta la propria fragilità.

Un’inchiesta internazionale pubblicata nel 2023 da The Guardian, insieme a Die Zeit e SourceMaterial, ha sostenuto che il 94% di alcuni crediti forestali certificati dal principale standard mondiale non corrispondesse a reali benefici climatici. theguardian.com

Le accuse emerse nell’inchiesta del Guardian hanno trovato successivo riscontro in uno studio pubblicato su Science, che ha mostrato come molti progetti REDD+ – cioè i crediti legati alla riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado forestale – non abbiano effettivamente ridotto la deforestazione, nonostante i crediti di carbonio venduti fossero stati presentati come strumenti efficaci di compensazione climatica.

Tradotto in parole semplici: una parte enorme di quei crediti, presentati come strumenti per compensare emissioni e migliorare il clima, sarebbe stata considerata di valore climatico altamente discutibile. Non un dettaglio tecnico, ma un campanello d’allarme enorme per chi oggi vorrebbe vendere questi strumenti agli agricoltori come se fossero una risposta seria e strutturale.

Dall’illusione verde al rischio scaricato sugli agricoltori

Il problema non è il principio astratto di remunerare pratiche agricole virtuose. Il problema è chi controlla il sistema, chi stabilisce il valore dei crediti, chi si prende i margini e chi sopporta il rischio finale.

Se i crediti di carbonio diventano l’ennesimo prodotto costruito da intermediari, consulenti, piattaforme e soggetti esterni che parlano il linguaggio della finanza più che quello dell’agricoltura, allora il pericolo è evidente: agli agricoltori restano i vincoli, agli altri restano i guadagni.

E’ già successo troppe volte in altri ambiti.
Si promette una nuova redditività.
Si organizza il consenso attorno a parole accattivanti.
Si minimizzano i rischi.
E quando il mercato reale si rivela meno solido della propaganda, a pagare sono sempre i produttori.

La lezione internazionale che non si può ignorare

Il punto non è demonizzare ogni forma di mercato del carbonio. Il punto è che non si può vendere per certo ciò che a livello internazionale è stato già messo seriamente in discussione.

Quando un’inchiesta di rilievo internazionale sostiene che oltre il 90% di determinati crediti forestali non avrebbe prodotto il beneficio climatico dichiarato, il dovere di chi rappresenta gli agricoltori dovrebbe essere uno solo: prudenza massima.

Non entusiasmo superficiale.
Non slogan.
Non arruolamento frettoloso dei produttori dentro meccanismi opachi o poco verificabili.

Soprattutto nelle aree più fragili, nelle annate segnate dalla siccità e nei contesti in cui il reddito agricolo è già sotto pressione, legare nuove aspettative economiche a strumenti così controversi può trasformarsi in una scelta irresponsabile.

Il rischio politico: distrarre dai problemi veri

C’è poi un altro rischio, ancora più grave: che il dibattito sui crediti di carbonio venga usato per spostare l’attenzione dai problemi strutturali dell’agricoltura.

Oggi gli agricoltori hanno bisogno di:

• prezzi remunerativi

• trasparenza nella formazione del prezzo (CUN del grano duro)

• difesa del reddito e della PAC

• reciprocità nelle importazioni

• valorizzazione delle produzioni nazionali

• strumenti di rappresentanza efficaci nella filiera

Non di scorciatoie narrative.
Non di nuovi titoli finanziari travestiti da occasione salvifica.
Non di pacchetti verdi che rischiano di valere più nei convegni che nelle campagne.

Granosalus aveva ragione a mettere in guardia

Per questo Granosalus ha fatto bene a sollevare dubbi, a chiedere chiarezza e a mettere in guardia gli agricoltori, soprattutto nelle annate siccitose e nei territori più esposti. Non importa se qualcuno, per i dubbi che abbiamo sollevato, ha ritenuto di interrompere il rapporto con la nostra associazione. A volte le organizzazioni, che sono fatte di persone, non sono pronte ad affrontare i propri errori. Un giorno, forse, qualcuno capirà e ci chiederà le scuse.

La vera tutela del mondo agricolo non consiste nel vendere illusioni, ma nel dire la verità anche quando è scomoda. E la verità, oggi, è che sui crediti di carbonio esistono troppe zone d’ombra per trasformarli in una bandiera da sventolare con leggerezza.

Chi ha a cuore gli agricoltori dovrebbe partire da qui:

• spiegare bene i rischi;

• chiarire chi guadagna davvero;

• dire chi certifica cosa;

indicare chi risponde se il valore promesso si rivela inconsistente;

• chiedere se ci sono garanzie bancarie in caso di esito negativo.

Perchè un agricoltore non ha bisogno di aria fritta impacchettata come innovazione.
Ha bisogno di reddito vero, tutele vere e verità vera.

La domanda finale

Se perfino a livello internazionale si è arrivati a mettere in dubbio il valore climatico di una quota enorme di certi crediti, con quale leggerezza si pensa di trascinare chi produce grano dentro questo schema?

Prima di chiedere fiducia, servono risposte.
E prima dei nuovi mercati, servono verità, trasparenza e responsabilità.

Perchè la terra non si coltiva con le mode.
E neppure con la finanza mascherata da salvezza verde.

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