La recente intervista del presidente di Italmopa, sulla Commissione Unica Nazionale (CUN) del grano duro conferma, una volta di più, il disequilibrio strutturale che regge la filiera italiana: chi trasforma detta le regole, chi produce subisce i prezzi.
CUN: il controllore controllato
Italmopa definisce “positiva” la nascita della CUN perché “ha accolto le istanze dell’industria volte a favorire la quotazione dei grani di alta qualità”.
Peccato che a oggi la “qualità” vantata dalla trasformazione risponda più alle esigenze speculative che a una reale valorizzazione del grano italiano.
Se nella commissione siedono i molini industriali e non i liberi produttori con pari peso, parlare di “prezzi di mercato” è eufemistico. È come chiedere al lupo di fissare il prezzo delle pecore.
Il mercato reale, quello dei campi pugliesi, lucani e siciliani continua a vivere di crolli improvvisi e listini opachi, non certo di proteine al 14%.
I grani italiani valgono meno solo sulla carta
Italmopa plaude all’inserimento nella CUN di parametri proteici che le analisi del CREA stesso giudicano quasi irraggiungibili nelle nostre condizioni pedoclimatiche.
Tradotto: si alza l’asticella della qualità, così il grano italiano “standard” scivola nelle categorie basse, mentre il prezzo cala.
È la logica perversa della selezione al ribasso: finché il benchmark sarà estero (Canada, USA, Australia), il frumento nazionale resterà svenduto.
Parlare di “filiera di qualità” senza sostenere la salubrità dei nostri grani, senza sostenere la quotazione del bio, senza trasparenza sui contratti industriali, è marketing travestito da politica alimentare.
Borse chiuse, mercato meno libero
Italmopa ammette che l’industria non voleva la chiusura delle borse merci pubbliche, ma “ha dovuto accettarla”.
Il risultato? La fine di un sistema pluralista e trasparente.
Oggi i prezzi si fanno in pochi tavoli tecnico‑istituzionali dove gli agricoltori contano poco o nulla, mentre le borse private (Milano e Altamura) resuscitano proprio per colmare quel vuoto di democrazia commerciale che la CUN ha generato.
E Italmopa ne parla come se fosse un bene.
Agricoltori ai margini, industria in cattedra
Italmopa rigetta con fermezza l’idea che i listini debbano tener conto dei costi di produzione ISMEA, sostenendo che la CUN deve quotare solo i “prezzi di mercato”.
Ma quale mercato, se il potere contrattuale è completamente sbilanciato da un lato?
Un mercato realmente libero non lascia morire i produttori: li tutela con regole antitrust e trasparenza—due parole assenti dall’agenda di settore.
Oggi il grano duro viene pagato troppo poco per coprire i costi di semina e di produzione. Parlare di “prezzi reali, senza una griglia di qualità” serve solo a legittimare lo status quo e placare la coscienza industriale.
Collaborazione o subordinazione?
Italmopa conclude evocando il suo motto: “Collaborazione, non contrapposizione”.
Slogan elegante, ma contraddetto dai fatti.
La collaborazione non esiste se chi sta a monte della filiera non partecipa ai tavoli con pari dignità né dispone di strumenti di controllo dei listini.
La realtà è che la filiera grano-pasta resta verticalizzata a favore dei grandi gruppi molitori e pastai, che oggi si scoprono entusiasti della CUN perché, di fatto, è una borsa chiusa che premia chi compra.
Serve un’altra strada: filiere vere, prezzi equi
La CUN del grano duro avrebbe dovuto garantire trasparenza, pluralità e rappresentanza equilibrata.
La CUN del grano duro avrebbe dovuto tener conto dei vincoli previsti dalla legge e dagli indirizzi politici di almeno tre risoluzioni parlamentari.
Invece è diventata un’appendice dell’industria molitoria, costruita per consolidare il controllo dei prezzi e del linguaggio (“grani di alta qualità”) senza risolvere il problema di fondo:
👉 una filiera che non remunera chi produce il cibo di qualità.
Il grano italiano non ha bisogno di nuovi “parametri proteici”:
ha bisogno di nuove regole di mercato, di trasparenza e di giustizia economica.
Finché la voce degli agricoltori resterà fuori dal tavolo delle quotazioni, la CUN sarà solo una sigla utile per confezionare conferenze stampa, non un mercato vero.
La Mozione della Regione Puglia per correggere la rotta
Il ministro Francesco Lollobrigida, purtroppo, non ha dato seguito al lavoro approvato dal Parlamento italiano, fulcro della democrazia rappresentativa e luogo dove si esercita la sovranità popolare.
Ecco perchè in Regione Puglia è stata già depositata la prima Mozione per correggere la rotta.
L’auspicio è che anche altre regioni interessate seguano lo stesso esempio.
