LA CONNESSIONE PROLIFICA TRA SICUREZZA E BENESSERE

Che connessione c’è tra sicurezza e benessere?

Noi di GranoSalus vogliamo aprire il nuovo anno con una riflessione forse un po’ controversa ma necessaria: quante volte ci fermiamo a pensare al rapporto, troppo spesso squilibrato, tra ciò che definiamo progresso e il vero benessere delle comunità agricole?

Ti sei mai chiesto perché, nonostante l’iper-tecnologizzazione, la promessa di cibi di laboratorio miracolosi e l’espansione globale di colossi dell’alimentare, la povertà alimentare e la miseria agricola persistano e, in alcuni casi, peggiorino?

Dal “calcolo contabile” al senso di “fraternità”

Sentiamo il bisogno di richiamare l’attenzione sulla necessità di un approccio “fraterno” alle questioni della sicurezza e della sovranità alimentare, un termine che – nella nostra prospettiva – suona quasi rivoluzionario.

Fraternità significa rimettere al centro la relazione umana e non un mero bilancio costi-benefici; significa andare oltre la rigida misurazione del Prodotto Interno Lordo (PIL) per capire se davvero una comunità sta evolvendo, oppure se stiamo mercificando persino i bisogni più elementari.

È da tempo che noi di GranoSalus sottolineiamo questo punto: i numeri sulla carta possono raccontare una storia parziale. Quando analizziamo la filiera, il prezzo di un determinato cereale o di un prodotto da forno non rende conto di tanti fattori “intangibili” – come la vitalità dei borghi agricoli, la valorizzazione delle competenze locali, la trasmissione di saperi e metodi di coltivazione secolari.

Spesso, invece, i mercati sembrano ridurre tutto a cifre, e i fabbisogni di benessere di un popolo diventano target di mercato.

L’illusione di certe “soluzioni definitive”

Si pensi per un istante agli OGM: c’è stato un tempo in cui venivano presentati come la strada maestra per debellare la fame nel mondo. Ma la realtà ha mostrato che in molte regioni povere dell’Africa e del Sudest asiatico si è assistito alla creazione di latifondi sterminati che producono (anche abbondantemente), ma non per sfamare le comunità locali: la finalità è spesso l’export su larga scala. (Vedasi come ultimo esempio il connubio Coldiretti/Bonifiche Ferraresi/Piano Mattei)

E intanto, i contadini di un tempo si sono trasformati in salariati – o peggio ancora, soccidari – che non detengono un vero controllo sulla filiera.

Questo stesso rischio lo vediamo anche nel campo della ricerca applicata al cibo sintetico: si dice che i “cibi in laboratorio” potranno risolvere (di nuovo) il problema globale della fame fornendo proteine di origine non animale replicabili illimitatamente. Ma chi controllerà queste strutture? Chi possiede le tecnologie e i laboratori dove “fabbricare” cibo? È un dilemma che ci tocca da vicino, perché la sovranità alimentare – cioè la capacità di un popolo di determinare il proprio sistema alimentare e produttivo – appare destinata a ridursi se si demanda tutto a piattaforme e colossi multinazionali.

Sovranità alimentare: molto più di uno slogan

Oggi più che mai parlare di sovranità alimentare è importante, perché la storia e l’esperienza recente ci insegnano che se una comunità non detiene alcun potere sulle proprie sementi, sul proprio metodo di produzione e sulla propria distribuzione, finisce per rimanere in balìa di interessi esterni.

E allora si assiste a uno schema ricorrente: i prezzi finali dei cereali o del latte sono decisi altrove, magari attraverso algoritmi di mercato che tengono conto di variabili di borsa, lasciando gli agricoltori impotenti.

È emblematico, ad esempio, come in alcune zone del nostro Paese il grano duro – da sempre cuore dell’alimentazione mediterranea – venga valutato con quotazioni bassissime se comparate al suo valore reale. Non è solo una questione “di nicchia”: è il sintomo di un approccio globale che minimizza la valenza culturale e territoriale del cibo, trasformandolo in una commodity intercambiabile. Ed è scandaloso che alcuni agricoltori “camerieri di qualche commerciante” a caccia del loro benessere, si spaccino pure come gli alfieri di un nuovo sindacalismo…non proprio libero.

La tecnologia: strumento o sovrana?

Parliamo di “suprematismo tecnologico” per indicare quel fenomeno in cui non sono più le persone a decidere la direzione, ma le tecnologie, o meglio i proprietari delle tecnologie, che definiscono standard e processi. Certo, la rivoluzione digitale ha portato anche benefici, ad esempio nella tracciabilità o nella condivisione di dati utili alla filiera.

Ad ogni modo la situazione si fa inquietante quando gli algoritmi “auto-organizzano” l’offerta di sementi o di supply chain alimentare, e di fatto i produttori locali vengono schiacciati in meccanismi più grandi di loro.

In molti settori, agroalimentare incluso, la corsa alle app e agli strumenti predittivi è fuorviante se non rimettiamo al centro un principio basilare: la complessità del territorio e del suo tessuto umano non può essere ridotta a equazioni e modelli astratti. Serve una governance che includa le comunità, che le ascolti e che si preoccupi di salvaguardare la biodiversità e i diritti essenziali di chi coltiva.

Alla luce di queste considerazioni, il messaggio che rilanciamo, come GranoSalus, è semplice ma essenziale per il benessere collettivo: c’è vita oltre i mega-accordi e le soluzioni magiche high-tech. Una vita in cui la comunità rimane protagonista, in cui gli agricoltori non si limitano ad adeguarsi alle richieste dell’industria, ma possono dettare l’agenda, decidere cosa seminare e come lavorare in nome di una qualità superioreche sia nutrizionale, ecologica e anche culturale.

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *