Accordo sui dazi: un patto a doppio taglio

Noi di GranoSalus torniamo, questa settimana, con un’analisi su un tema che ci tocca da vicino: la nuova intesa tra Washington e Bruxelles in materia di dazi, che modula al 15% le tariffe transatlantiche e apre il mercato europeo all’ingresso di commodity agricole statunitensi a costi inferiori ma, potenzialmente, con standard di sicurezza alimentare meno rigorosi.

L’accordo sui dazi è un patto a doppio taglio

La trattativa, siglata in Scozia tra Donald Trump e Ursula von der Leyen, stabilisce un tetto del 15% sugli scambi commerciali di alcuni prodotti agroalimentari tra Stati Uniti e UE. Ciò significa che diverse produzioni a stelle e strisce – dalle materie prime agricole come cereali e leguminose, fino ai prodotti caseari semilavorati – potranno beneficiare in Europa di una “corsia preferenziale”.

È evidente che mettendo a confronto i costi di produzione e il quadro normativo, l’agricoltura statunitense parta avvantaggiata: i terreni sono ampi, le tecniche di coltivazione (spesso intensiva) possono contare su economie di scala e su una legislazione ambientale più permissiva rispetto a quella europea. Da qui, il netto abbassamento dei prezzi finali a cui tali prodotti potranno entrare sul nostro mercato.

Diversi livelli di tolleranza per contaminanti e fitofarmaci

Secondo le informazioni rese note negli Usa i limiti di tolleranza di alcuni contaminanti (in particolare, micotossine e aflatossine) risultano più alti che in Europa.

Basti citare l’esempio del latte: negli Stati Uniti il limite di contaminazione da aflatossine può risultare fino a cinque volte superiore rispetto ai parametri europei.

E non è tutto: anche sulle micotossine presenti nelle farine o nei mangimi la legislazione statunitense appare più flessibile. Mentre in Europa, e in Italia in particolare, i produttori devono affrontare costi aggiuntivi per rispettare criteri severi e sorvegliare la filiera, negli Usa tali restrizioni sono meno stringenti, rendendo di fatto più competitivi i loro prodotti.

A chi sostiene che “comunque esistono controlli doganali rigidi all’ingresso”, ricordiamo che, se l’accordo tra Washington e Bruxelles dovesse prevedere deroghe specifiche per la merce proveniente dagli Stati Uniti, ci si potrebbe trovare con un sistema di doppio binario: i produttori interni all’Ue vincolati a standard elevati e i produttori esterni che arrivano sul mercato con standard più laschi e prezzi inferiori. E le conseguenze, in termini di concorrenza sleale, sarebbero facilmente immaginabili.

Il paradosso del Made in Italy spinto verso il basso

È un mantra trito e ritrito che, purtroppo, abbiamo sentito anche col grano duro. In tanti, noi di GranoSalus in primis, denunciamo da tempo come la concorrenza estera, priva di vincoli stringenti o con limiti di residui più permissivi, abbia più volte relegato il grano italiano a comparsa sul palcoscenico dei mercati globali.

Quando si aprono ancor di più le porte a importazioni di commodity “meno salubri”, eppure economicamente vantaggiose, l’intera filiera rischia di non reggere.

Il paradosso è, appunto, che l’UE, nei propri proclami, pone in cima alle priorità la sostenibilità, la qualità e il benessere dei cittadini.

Ma se i prezzi sul mercato verranno dettati da prodotti provenienti da Paesi in cui la legislazione è più indulgente, le imprese europee potrebbero trovarsi costrette ad adeguarsi al ribasso, o addirittura a soccombere, a meno di non proteggere in qualche modo il proprio settore con normative chiare.

Il ruolo di chi produce in Italia

C’è poi un aspetto che riguarda la sopravvivenza economica delle imprese agricole. Se il mercato europeo è invaso da commodity a basso costo, con standard di sicurezza più elastici, i produttori italiani che investono in biologico, denominazioni d’origine e in protocolli di sicurezza rigorosi faticano a competere sul prezzo.

Eppure, è proprio questa agricoltura di qualità che caratterizza il brand “Italia” nel mondo.

Noi di GranoSalus ci domandiamo: è coerente sbandierare l’eccellenza del Made in Italy e poi trattarla come sacrificabile sull’altare di accordi commerciali internazionali poco lungimiranti?

L’ accordo CETA, sul grano duro, ha già manifestato tutti i suoi limiti per l’insipienza politica di alcuni eurodeputati.

Non siamo contrari al commercio globalizzato, ma chiediamo meccanismi di equità: se le imprese italiane devono rispettare soglie stringenti su residui e contaminanti, lo stesso principio va esteso alle merci in ingresso. Altrimenti, gli agricoltori onesti e virtuosi vengono puniti due volte: prima nei campi, dove spendono di più per rispettare la legge; poi sul mercato, dove competono con prodotti realizzati a regole diverse.

L’accordo che ci minaccia, dunque, mette in primo piano la pura logica del profitto a breve termine e rischia di erodere l’eccellenza costruita negli anni, e ne pagheremmo tutti le conseguenze.

GranoSalus continuerà a sollecitare istituzioni e operatori ad agire con trasparenza e coerenza. Perché la tutela del Made in Italy, del consumatore e dell’ambiente non deve diventare la pedina sacrificabile di un accordo commerciale.

E tu, da che parte stai? Facci sapere la tua opinione nei commenti.

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