Se la crisi del grano incontra pure la “bufera sui fertilizzanti”, l’incertezza della filiera mette a rischio la cerealicoltura italiana
La crisi del grano duro Made in Italy non accenna ad attenuarsi: tra confronti in Parlamento, analisi di mercato e tentativi (non sempre riusciti) di introdurre meccanismi di definizione del prezzo più trasparenti, il settore resta in affanno.
A complicare ulteriormente il quadro, stando a quanto riportato da Avvenire del 2 luglio 2025, si aggiunge ora l’ipotesi di un divieto, a partire dal 2027, del fertilizzante a base di urea – uno dei prodotti più diffusi e utilizzati nei campi per il suo elevato contenuto di azoto.
Russia e Bielorussia, che sono tra i maggiori esportatori mondiali di fertilizzanti, sono oggetto di sanzioni e restrizioni da parte dell’Unione Europea per ragioni geopolitiche e ambientali.
Ne deriva una forte oscillazione dei prezzi e un clima di incertezza che spinge gli agricoltori a chiedere risposte chiare su eventuali alternative organiche, come il digestato da biogas.
UN COMPARTO GIÀ IN DIFFICOLTÀ
Che il settore cerealicolo, specie quello del grano duro tricolore, si trovi da tempo in una situazione critica è cosa nota.
Noi di GranoSalus ne parliamo da anni, puntando il dito contro la mancata trasparenza nella formazione del prezzo, lo sbilanciamento tra domanda e offerta e la tendenza, consolidata dal 2015 in poi, a penalizzare i produttori italiani rispetto alle quotazioni estere.
Se da un lato l’industria della pasta si affida spesso a importazioni extra-UE (perché talvolta più economiche, sebbene di qualità discutibile), dall’altro non si lega in modo stabile a una filiera nazionale, col risultato di compromettere la continuità produttiva e la fiducia dei coltivatori.
In uno scenario di questo tipo i costi di produzione hanno un peso fondamentale.
L’acquisto di fertilizzanti incide pesantemente sui bilanci aziendali. L’urea è uno dei più richiesti: secondo Avvenire, nel 2023 il 25% delle importazioni di fertilizzanti proveniva dalla Federazione Russa, per un totale di 3,6 milioni di tonnellate e 1,28 miliardi di euro.
Con il protrarsi delle sanzioni e la prospettiva di un blocco definito entro il 2027, il prezzo di questa sostanza oscilla vistosamente finendo per mettere in agitazione gli agricoltori e le associazioni di categoria.
PERCHÉ L’UREA È AL CENTRO DEL MIRINO?
La motivazione ufficiale addotta dalle istituzioni europee si basa su questioni di impatto ambientale: l’uso intensivo di urea apporta sostanze che, nel tempo, favoriscono fenomeni di nitrificazione, con effetti negativi sul bilancio di azoto nei terreni e potenziali conseguenze a livello di inquinamento del suolo e delle acque.
Come se non bastasse, la richiesta paventata di ridurre in modo drastico l’impiego di urea va a sommarsi a una già precaria situazione economica in diverse aree cerealicole d’Italia.
Il rischio è che i costi di adeguamento – qualora fossero richiesti nuovi macchinari, nuove tecniche di spandimento del digestato, o l’acquisto di fertilizzanti di sintesi alternativi – si rivelino proibitivi per molte aziende.
SANZIONI E DIVIETI, E GLI EFFETTI A CASCATA SULLA REDDITIVITÀ DEL GRANO DURO
Il principale timore è che il divieto del “più popolare dei fertilizzanti” acuisca la crisi di un settore già martoriato: se i produttori non potranno importare a prezzi sostenibili e nel contempo si troveranno spinti, di fatto, verso un “divieto di utilizzo” entro il 2027, la redditività del grano duro rischia di ridursi ulteriormente.
Lo abbiamo visto anche in precedenti annate: di fronte a listini non remunerativi, disparità di trattamento commerciale e costi in continua ascesa, gli operatori corrono a cercare colture alternative magari meno prestigiose (e meno identitarie del nostro Mezzogiorno) ma più sicure sul piano del ritorno economico.
Le fluttuazioni sui prezzi dei fertilizzanti diventano così l’ennesimo fattore di instabilità che, unito alla mancanza di un listino unico nazionale (si vedano le difficoltà della CUN), rende più probabile l’abbandono del grano duro.
ALTERNATIVE ORGANICHE? BENE, MA NON SENZA REGOLE CHIARE
Se da un lato la transizione verso fertilizzanti organici (il digestato da biogas, per esempio) viene indicata come possibile strada percorribile, l’appello degli agricoltori è che si trovino prima regole certe sugli standard, sulla disponibilità e sulla distribuzione di questi nuovi input produttivi.
L’innovazione, per avere successo, richiede che agli agricoltori vengano forniti incentivi, formazione adeguata e soprattutto una pianificazione strutturale che non lasci margine a interpretazioni improvvisate.
Anche l’aspetto logistico non è trascurabile: Iran, Russia e Bielorussia producono molta urea e la vendono in mercati collegati da specifiche triangolazioni. Se l’UE dovesse inasprire le limitazioni si aprirebbero scenari di incertezza per l’approvvigionamento: è vero che si stanno sperimentando “rotte” alternative, come i canali di fornitura via Nord Africa o Sud America, ma ciò non avviene senza conseguenze economiche.
DIFENDERE LA CEREALICOLTURA ITALIANA PASSA DALLA TRASPARENZA (ANCHE SUI FERTILIZZANTI)
Da anni, noi di GranoSalus ravvisiamo che trasparenza e chiarezza sui dati sono la condizione necessaria per sostenere la filiera del grano duro in Italia.
Abbiamo affrontato lo stesso problema nella questione dei prezzi, con l’esigenza di avere una Commissione Unica Nazionale (CUN) realmente operativa e inattaccabile da resistenze o sospensioni inspiegabili. Oggi constatiamo che la difesa del nostro cereale di punta passa anche dalla gestione del costo e della disponibilità dei fertilizzanti.
Quando i produttori non sanno a cosa andranno incontro – sia in termini di listino del grano sia di listino dei fertilizzanti – è inevitabile che si crei un clima di sfiducia.
Nel momento in cui l’UE annuncia di mettere al bando l’urea entro il 2027, senza tuttavia aver definito in modo preciso quali alternative sostenibili e quali sostegni economici accompagneranno gli agricoltori nella conversione, il vuoto decisionale genera panico e incertezze.
La “bufera” che si profila per la fertilizzazione a base di urea amplifica i nodi irrisolti della cerealicoltura italiana. E se si vuole evitare di assistere a una progressiva scomparsa del grano duro nei nostri campi occorre un intervento deciso sia a livello politico sia a livello tecnico.
