Crollo prezzi grano: servono misure anti-dumping dalla UE. Il governo si attivi subito

Il crollo dei prezzi del grano duro nazionale in Italia preoccupa molto gli agricoltori italiani, a fronte delle elevate quotazioni internazionali e di un deficit produttivo mondiale di grano duro. E’ necessario che il Governo italiano inviti la Commissione Ue ad aprire un’indagine anti dumping sul grano duro esportato dalla Turchia. 

I flussi di approvvigionamento italiani cambiano radicalmente origine e le percentuali di quote importate da paesi esteri diventano una spia pericolosa per la stabilità del nostro mercato.

A preoccupare sono le provenienze inconsuete da Turchia e Russia.

All’ improvviso la Turchia è diventato un paese esportatore di grano duro, ma dietro quei flussi potrebbe nascondersi il ruolo di triangolatore di grano russo per eludere i dazi doganali e destabilizzare il mercato italiano mediante prezzi predatori.

L’Italia ha importato dalla Turchia 12 mila ton nel 2018 (0,7% del totale import) al prezzo medio di 314 euro/ton, 24 mila ton nel 2019 (1% del totale import) al prezzo medio di 336 euro/ton, 41 mila ton nel 2020 (1,3% del totale import) al prezzo medio di 337 euro/ton, 37 mila ton nel 2021 (1,6% del totale import) al prezzo medio di 429 euro/ton, 45 mila ton nel 2022 (2,5% del totale import) al prezzo medio di 535 euro/ton. 

I prezzi d’importazione nel quinquennio 2018-2022 sono stati in sintonia con quelli rilevati a livello extra UE da Ismea.

Nel 2023 all’improvviso i quantitativi importati dall’ Italia cumulati al 27 agosto, secondo dati della Commissione europea, sono pari a 274 mila ton (di cui il 36,2% proviene dalla Russia, il 30,7% dalla Turchia, l’11,2% dal Kazakstan, il 15,9% dal Canada e il 4,6% dagli Usa).

A suscitare attenzione è il balzo improvviso della quota di mercato a cui si accompagna un prezzo predatorio. 

Mentre nel quinquennio 2018-2022 la media della quota di grano duro che l’Italia ha importato dalla Turchia era pari all’ 1,4%, dal 1 luglio 2023 al 27 agosto 2023, tale quota media è arrivata al 30,7%.

Dalla Russia nello stesso quinquennio la media della quota di grano duro che l’Italia ha importato, prima che scoppiasse la guerra con l’Ucraina, era pari al 2,4%. Adesso ha raggiunto il 36,2%, nonostante il conflitto Russo-Ucraino.

La quota di grano importato dalla Turchia potrebbe crescere ulteriormente se è vero che molti buyers internazionali (tra cui quelli italiani) avrebbero già presentato a fine luglio al Ministero dell’agricoltura turco certificati di esportazione per oltre 1,3 milioni di tonnellate.

Ma è il prezzo il vero elemento dietro cui si nasconderebbe un comportamento di concorrenza sleale che giustifica l’intervento immediato delle nostre autorità italiane ed europee, prima che il mercato venga inondato da quantitativi maggiori.

I conti non tornano.

Dagli elementi in nostro possesso si evince che la Turchia starebbe esportando in Italia grano duro ad un prezzo sensibilmente più basso di almeno 80 euro/ton, rispetto a quello stabilito dal board statale TGB (Turkisch Grain Board), pari a 345 euro tonnellata.

Il prezzo d’importazione con arrivo al porto di Bari oscilla tra 370/390 euro tonnellata. Ad Agosto la consegna al molino è stata di 380 euro tonnellata.

Tuttavia, se si analizzano nel dettaglio i costi, ci si accorge che partendo dal prezzo imposto dalla Turchia pari a 345 euro ton (al centro stoccaggio TGB), per arrivare in Italia dentro i nostri molini occorrono almeno 433 euro tonnellata.

Lo scostamento di circa 80 euro tonnellata tra il prezzo fissato dal Board statale e l’acquisto italiano fa desumere che vi sia in atto una concorrenza sleale per scardinare le quotazioni nazionali, farle precipitare sotto i costi di produzioni e destabilizzare il nostro mercato.

Tale scostamento si presume possa aumentare ulteriormente, atteso che nel mese di settembre gli arrivi di grano saranno ben più costosi di almeno 60 euro a tonnellata, nonostante il prezzo statale (in apparenza fisso) rimanga invariato.

Diverse, dunque, sono le ragioni affinché l’Italia e l’Europa accendano i riflettori per capire attraverso un’indagine cosa stia accadendo e quale sia l’impatto economico per le aziende italiane. Le quotazioni del grano nazionale hanno subito a Foggia un tracollo alla riapertura del mercato di ben 60 euro tonnellata!

Gli accordi tra Turchia ed Europa

La Turchia beneficia di un accordo economico con l’Unione europea che garantisce un accesso libero al mercato comune europeo. La base legale di questa Unione Doganale è la Decisione 1/95, entrata in vigore il 1 Gennaio 1996, che consente la libera circolazione tra di esse dei prodotti agricoli.

Durante il conflitto russo-ucraino, la sicurezza alimentare ha rappresentato un nodo fondamentale per le Nazioni Unite che hanno fatto appello tanto a Mosca, quanto ad Ankara, per assicurare il funzionamento del corridoio del grano e l’apertura dei traffici marittimi nel Mar Nero. 

Un accordo siglato congiuntamente da Russia, Ucraina e Turchia, che ha previsto l’istituzione di un Centro di Coordinamento del grano posto proprio sotto il controllo del Ministero della Difesa turco.

Grazie a questo accordo circa 16 milioni di tonnellate di cereali sono potute partire dai porti ucraini, transitare nel Mar Nero e giungere nei mercati africani, asiatici ed europei.

Potrebbe trovarsi qui la chiave di lettura di un improvviso surplus di grano duro turco e dell’ inattesa attività di esportazione con prezzi predatori che destabilizzano i produttori europei e in particolare quelli del mezzogiorno d’Italia.

Se così fosse, l’ipotesi di un surplus produttivo di grano duro turco non sarebbe molto attendibile. Il grano potrebbe aver subito delle semplici triangolazioni, utilizzando la Turchia come un cavallo di Troia. Cui prodest?

Un’ agenzia statale fissa i prezzi

In Turchia il prezzo del grano duro viene “fissato” per legge dallo stato ed è gestito da un Board il TGB (Turkisch Grain Board). Un’ agenzia statale che supervisiona e regola l’acquisto, la vendita e lo stoccaggio del grano e di altri cereali, al fine di garantire la sicurezza alimentare e proteggere gli interessi dei produttori e consumatori turchi. 

Tuttavia, l’ adesione della Turchia agli accordi economici con l’Unione europea, vieta quei comportamenti incompatibili con il corretto funzionamento dell’unione doganale che abbiano per oggetto e per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza.

A quanto pare i prezzi imposti dalla Turchia non rispettano le regole della concorrenza e potrebbero alterare il mercato europeo, specie se diventano prezzi predatori. 

Esportare merci a prezzi molto più bassi di quelli praticati sul mercato interno o su un altro mercato, oppure addirittura sotto costo, da parte di trust già padroni del mercato interno, generalmente con l’appoggio dello Stato, ha lo scopo d’impadronirsi dei mercati esteri. O di destabilizzare i mercati esteri….

Ed è proprio quello che si sta verificando in queste settimane in cui gli arrivi di navi di grano turco al porto di Bari e Manfredonia a prezzi stracciati, producono una politica predatoria che minaccia i produttori italiani.

Che il corridoio del grano debba garantire la sicurezza alimentare a tutti i paesi del Mediterraneo allargato non fa una piega, ma se si strumentalizza per operazioni di dumping non va bene. La questione turca va risolta.

Ne parleremo a Bovino (FG) lunedì prossimo…passaparola.

Raduno dei produttori a Foggia

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