NON E’ VERO CHE I POVERI MANGIANO MEGLIO

I POVERI FANNO LA FILA ALLA CARITAS, AL DISCOUNT, MA NON AI MERCATINI DELLA COLDIRETTI

La polemica suscitata dalla frase del ministro al Meeting di Rimini tiene ancora banco nel dibattito pubblico. Siamo proprio sicuri che in Italia i poveri mangiano meglio?

I dati Censis smentiscono questa idea: non è vero che i poveri mangiano meglio.

Le famiglie italiane con il caro inflazione non arrivano a fine mese, molte persone si rivolgono alla Caritas e in tanti affollano i discount, mentre la politica si sofferma sugli aspetti filosofici dell’alimentazione trascurando la lettura delle analisi.

Il rapporto Censis mostra gli effetti dell’inflazione sul carrello della spesa: il 37% degli italiani ha ridotto proprio la qualità del cibo acquistato. Una percentuale che aumenta se guardiamo ai redditi bassi (46%) rispetto a quelli alti (22%).

La crescita del discount è il dato più eclatante da quando abbiamo a che fare con l’inflazione.

Con un’inflazione che è la più alta da quasi 40 anni, gli acquisti si sono spostati verso i discount (dove fanno spesa il 72% degli italiani) e verso i supermercati che offrono promozioni (l’83% dei consumatori va a caccia di sconti).

Cosa ha detto il Ministro?

In Italia abbiamo un’educazione alimentare interclassista”, ha detto il ministro a Rimini, aggiungendo che “spesso i poveri mangiano meglio, perchè comprano dal produttore e a basso costo prodotti di qualità”. “Negli Usa invece c’è una divaricazione tra chi mangia bene e i più poveri”.

L’uscita un pò troppo teorica, con la quale il ministro voleva effettuare un confronto anche con le diverse abitudini alimentari americane, ha scatenato i social e le reazioni polemiche degli italiani.

Il ministro forse intendeva riferìrsi alla propensione che i ceti popolari hanno per i cibi genuini, ma se consideriamo l’aumento dei prezzi degli alimentari attorno al 10-12% a pagarne il conto, purtroppo, è proprio chi ha disponibilità economiche scarse.

Frutta e verdura sono ormai carissime!

L’Università del Salento, analizzando una tabella sui consumi almeno una volta al giorno di verdure, ortaggi e frutta elaborata dall’ Istat nel 2022, ha dedotto che i disoccupati e gli operai mangiano una quantità inferiore di questi alimenti rispetto agli occupati e ai dirigenti.

Insomma, la scorciatoia per arrivare a fine mese è il supermercato economico, non il banco di Campagna amica che, come vedremo più avanti, si è adeguato al rialzo e si rivolge solo ai benestanti.

Infatti, il chilometro zero, coniato da Slowfood e ripreso da Coldiretti, appare più un concetto di nicchia, non di rado poco economico, che tenta di aiutare disperatamente alcune sigle sindacali a recuperare quel terreno perso nel panorama della distribuzione alimentare italiana, dopo il fallimento di Federconsorzi.

L’utopia del chilometro zero

Se quel che conta al mercato contadino è la relazione interpersonale (che non si trova né al super, né all’ipermercato) più che il valore del cibo in sè, l’ utopia del chilometro zero consiste nell’idea che mettendola in atto, tutti gli agricoltori poveri diventerebbero ricchi. Ma la realtà è ben diversa.

Il chilometro zero è oggi il cibo dei ricchi che si vogliono alimentare da poveri per motivi di salute ambientale. Se invece si afferma che a comprare dal produttore a basso costo sono i ceti meno abbienti, e che l’educazione alimentare italiana è interclassista, la magia del chilometro zero svanisce.

La prova che il chilometro zero è il cibo dei ricchi arriva dalla testimonianza di un produttore:

Il Circo Massimo è il regno di Campagna Amica, ma gli agricoltori sono costretti a spendere un botto per avere uno stand della Coldiretti:

“Cento euro a metro quadro! – riferisce un agricoltore romano – E siccome ne prendo venti, mi accollo la spesa di 2000 euro al mese. Allora come rientro? Mi rifaccio sui clienti, alzando i prezzi. Nessuno si lamenta. Sono tutti giornalisti, professori, politici, magistrati e sono disposti a pagare qualsiasi prezzo”.

A Torpignattara, invece, il profilo dei consumatori è diverso. Per consentire il consumo di frutta e verdura anche a chi ha un basso reddito, si è preferita una soluzione alternativa a Campagna Amica.

A ragionare a lungo con la Parrocchia e il Comitato di quartiere per tener conto delle esigenze della comunità ci ha pensato infatti l’associazione di promozione sociale che ha ridotto al massimo i costi di gestione del mercato. Per poter vendere a prezzi più contenuti e nutrire anche chi è più povero, è stato necessario evitare di ricorrere al costoso brand della Coldiretti. I mercati contadini del resto non sono tutti uguali.

La Campagna Amica non è sinonimo di carità

Eppure da Coldiretti ci saremmo aspettati un comportamento più caritatevole e generoso verso il prossimo, come era avvenuto durante il Covid!  Se il ministro (involontariamente) ha pensato di fare un spot al mercato contadino di Coldiretti, non ha tenuto conto del suo reale posizionamento di mercato. Gli esperti potrebbero averlo indotto in un errore di valutazione.

Il rischio di comunicare male è sempre dietro l’angolo se non si maneggiano con cura gli strumenti.
Così il confine tra il profeta del cibo sostenibile e il sovranista un pò superficiale, rischia di diventare molto labile.

Nella versione attardata del “povero ma buono”, “mi piace la mia cucina contadina” o del “gustoso perchè sovrano”, c’è l’ incapacità di vedere il presente e il futuro: che sia quello del cibo sintetico o quello del chilometro zero o la vecchia ricetta della nonna. E’ una questione che viene prima degli strafalcioni sul rapporto fra cattiva alimentazione e reddito.

Cosa vuol dire poi educazione alimentare interclassista?

In Italia su che base vengono educati a mangiar bene i nostri bambini? C’è un tempo pieno con mense di qualità dove si fa anche educazione alimentare per tutti? O vogliamo entrare nel merito di quanto accaduto nei bandi della frutta nelle scuole?

L’ immaginario bucolico

L’idea di un mondo quasi illusorio, ancora legato all’immaginario bucolico, porta ad ignorare che le classi dalle tasche vuote vanno al discount, e non ai mercatini della Coldiretti, così attenta alle eccellenze alimentari sovraniste.

Che non sono quelle di Filiera Italia: i chili di pasta e farina (infarciti di grani stranieri) servono solo per riempire la pancia, ma non per ottenere una dieta sana e incontaminata. Per non parlare di certa carne da allevamenti intensivi che fa ammalare i ricchi. Meglio un purè di fave e cicorie: un povero con la consapevolezza del cibo e un pò di saggezza contadina, sa che i legumi hanno un valore nutrizionale enorme.

Chi ha meno mangia peggio e quindi sta peggio

Una cosa è certa, statisticamente chi ha meno mangia peggio e quindi sta peggio, lo dicono tutti gli indicatori.

Basta guardare le mappe dell’ obesità infantile per accorgersi che sono sovrapponibili alle mappe della povertà. Anche i dati dell’Istituto superiore di sanità (Iss) confermano che: “La quota di persone obese tra chi ha molte difficoltà economiche è quasi doppia di quella osservata fra le persone più abbienti (16% contro 9% nel 2021), una quota che nel tempo si mantiene invariata”.

Dunque, più del portafoglio, è la cultura del cibo la discriminante di una dieta sana. “Buon cibo per tutti” ha un senso se viene declinato in quel cibo agricolo alla base della nostra Dieta Mediterranea, non in quello industriale ipertrasformato…

SOSTENERE LE BATTAGLIE DI GRANOSALUS E’ DOVEROSO, ANCHE CON UN PICCOLO GESTO


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