Grano, interrogazione in Aula di Paroli e Silvestri (FI) su speculazione e CUN

PAROLI, SILVESTROAl Ministro dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste. – Premesso che:

il grano duro è la principale specie di cereale utilizzata per la produzione della pasta italiana, a sua volta uno dei simboli per eccellenza del made in Italy e una delle più importanti voci delle esportazioni agroalimentari italiane all’estero per un valore complessivo che supera addirittura i 20 miliardi di euro;

secondo l’indagine ISTAT pubblicata pochi giorni fa, nel 2023 è diminuito del 3,2 per cento il numero di aziende agricole che hanno deciso di seminare grano duro. Il dato è stato ricavato su un campione di 15.000 aziende agricole. Eppure le esportazioni di pasta italiana sono cresciute del 5,1 per cento nel 2022 in volume e del 31 per cento in valore;

da alcuni anni, il mercato di questo cereale sta conoscendo un andamento anomalo dei prezzi all’origine, ed il conflitto in Ucraina, dimostrando peraltro quanto sia strategico questo comparto per la sicurezza alimentare italiana, ha acuito questa anomalia;

nonostante la domanda dei prodotti finiti (pasta e semola) si mantenga sempre elevata soprattutto sul mercato internazionale, la domanda d’acquisto della materia prima, ossia il grano duro nelle sue diverse varietà, pur mantenendosi sostenuta, presenta una dinamica che incide negativamente sui prezzi, i quali, senza adeguati aiuti comunitari, non riuscirebbero a garantire una corretta remunerazione agli agricoltori;

infatti, la pasta 100 per cento grano italiano costa dai 3 euro in su, mentre il grano 100 per cento italiano è sceso in meno di 6 mesi da 0,58 a 0,36 euro al chilo; circa 10 volte in meno il prezzo della pasta 100 per cento italiana;

già in passato le rilevazioni dell’ISMEA mostravano che i prezzi del “grano duro fino” nazionale erano estremamente variabili tra loro e non sembravano rispondere ad una logica precisa;

anche l’Autorità garante della concorrenza e del mercato durante un’audizione in Senato nella XVIII Legislatura ha dichiarato: “Sotto il profilo della dinamica dei prezzi, si sono registrate forti tensioni a partire dall’anno 2015, con una perdurante spinta al ribasso che ha preso a invertirsi solo negli ultimi mesi dell’anno 2019. Tale tendenza ha interessato il commercio di grano duro a livello mondiale, ma è un dato di fatto che in Italia le quotazioni sono risultate in media ancora più basse. Infatti, in meno di un triennio si è assistito alla perdita in Italia di oltre la metà del precedente valore medio del grano duro, con il passaggio da circa 400 euro/ton nel 2015 a meno di 200 euro/ton tra il 2016 e 2017, e la conseguente forte incidenza sulla redditività d’impresa con prolungati margini negativi per gli agricoltori”;

a seguito di questi fenomeni speculativi nell’ultimo decennio è scomparso un campo di grano su cinque, con la perdita di quasi mezzo milione di ettari coltivati e con effetti dirompenti sull’economia, sull’occupazione e sull’ambiente;

il nostro Paese, a fronte di 4 milioni di tonnellate di produzione di granella, necessita di quasi 6 milioni di tonnellate per rispondere al fabbisogno dell’industria molitoria;

considerato che:

mentre le quotazioni del prezzo del grano crollano, non si assiste ad una diminuzione del prezzo della semola o della pasta che, al contrario, hanno subito un’impennata negli scaffali dei supermercati; con evidente danno per i consumatori costretti a pagare, secondo Assoutenti, 1,95 euro un chilo di pasta e 4,7 euro un chilo di pane;

l’Unione nazionale consumatori ha elaborato i dati ISTAT per calcolare l’inflazione media provvisoria del 2022. Nella top ten dei rincari ci sono proprio i prodotti alimentari: se in media una famiglia italiana nel 2022 ha speso 513 euro in più rispetto al 2021, nelle classi di spesa la voce pane e cereali, che include pane, pasta, farina e riso, fa vincere la classifica dei rincari, con una spesa aggiuntiva di 100 euro rispetto al 2021, a fronte di un’inflazione media del 10,9 per cento. L’esborso può superare i 700 euro per una coppia con due figli;

a causa della speculazione indisturbata, le famiglie italiane sono costrette a consumare 100 euro in più all’anno per portare in tavola pane e pasta; sono, dunque, proprio pane e pasta a svuotare le tasche degli italiani;

sul tema inflazione in altri Paesi, soprattutto in Francia, è stato avviato un dibattito pubblico tra produttori e distribuzione su chi abbia la responsabilità di questo andamento anomalo. In Italia il dibattito non è nemmeno cominciato e si rischia prima o poi lo scoppio di una rivolta dei consumatori e dei produttori. Sarebbe necessario, addirittura, ricorrere ai prezzi amministrati per un paniere di beni indispensabili di cui le famiglie non possono fare a meno;

preso atto che:

dopo i fatti accaduti nelle camere di commercio di Foggia e di Bari, in cui i prezzi sono stati modificati al ribasso per oltre 30 euro a tonnellata, appare ancora più evidente la necessità di formare un prezzo unico nazionale;

l’accresciuta volatilità dei listini delle commodity agricole sui mercati internazionali ha acceso in passato un forte dibattito su un possibile intervento pubblico capace di mitigare gli stessi effetti indesiderati;

una delle misure dei precedenti governi è stata la commissione prezzi unica nazionale (CUN), frutto di intese al tavolo di filiera e unico strumento in grado di garantire equità e trasparenza nella previsione dei prezzi del grano; ma la sua attività, sia pur sperimentale, è stata interrotta da ottobre 2022 senza motivazioni plausibili, mentre tutto il mondo agricolo aspettava che diventasse effettiva;

l’istituzione della CUN si rende necessaria perché le borse merci sono uno strumento ormai obsoleto, come riconosciuto anche da una sentenza del TAR di Foggia (n. 01200/2019) da cui emerge: “le rilevazioni dei prezzi non si basano su dati documentati da fatture o da altri riscontri certi e facilmente verificabili, ma su dati riportati solo oralmente dai presenti; e, pertanto, frutto di un’istruttoria deficitaria, in contrasto con le delibere di giunta nn 52 del 2009 e 67 del 2016 a mente delle quali le quotazioni devono essere basate su elementi certi di valutazione”. Vizi formali e sostanziali hanno portato il TAR ad annullare i listini settimanali dei prezzi del grano duro della camera di commercio di Foggia per gli anni 2016 e 2017,

si chiede di sapere:

quali urgenti iniziative il Ministro in indirizzo intenda assumere, anzitutto per contrastare la speculazione in atto da parte dei molini nel mercato italiano, che sta causando l’aumento dei prezzi del pane e della pasta, in un momento così difficile per la popolazione in cui si mescolano fenomeni di inflazione importata e fenomeni speculativi;

se non ritenga di dover vigilare sulla grave situazione che riguarda la dinamica dei prezzi, quale quello di semola, pasta e pane, anomalo rispetto a quello del grano duro nazionale, anche attraverso il coinvolgimento dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato;

se non ritenga di riavviare subito, nell’attesa di quella effettiva, l’istituzione di una commissione unica nazionale sperimentale, e l’istituzione del registro telematico di carico e scarico della merce che entra ed esce dai mulini.

Ecco il link dell’interrogazione (4-00402)

Un commento

  1. Complimenti! Grazie per l’iniziativa.
    E’ davvero una speculazione. E vedo scaffali di pasta di grano italiano che sono aumentati del 25% già presenti da mesi nei supermercati, quindi non nuove forniture ma già in carico, pure nei discount.
    L’unica pasta che é salita di meno nei discount è quella prodotta con grano duro proveniente da paesi UE ed extra UE (ma non sempre, specie se il produttore è noto).
    I produttori di pasta ci stanno sguazzando con ogni scusa possibile. Ma non è che le catene della GDO ci ha messo pure lo zampino nel fare tra di loro anche un bel cartello con l’inflazione da…pasta di grano duro per recuperare costi di altri prodotti? Dopotutto la pasta non è formaggio o burro che va tenuta in frigorifero eppure è cresciuta e rimane a prezzi spropositati!

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