SOVRANITÀ ALIMENTARE: Se la Svizzera punta al 70%, perché l’Italia non può parlare di autosufficienza?

Il 27 settembre 2026 i cittadini elvetici voteranno per produrre in patria almeno il 70% del loro cibo. Un dibattito sulla sovranità alimentare che dovremmo importare — e forse superare. Il referendum infatti propone di portare al 70% il grado di autoapprovvigionamento alimentare del Paese. Non è una misura tecnica. È una scelta politica profonda, che solleva una domanda che dovremmo porci anche in Italia.

L’obiettivo svizzero è semplice nella sua radicalità: produrre nel Paese almeno il 70% del cibo che viene consumato. Il Governo e il Parlamento sono contrari, considerano l’obiettivo troppo difficile da raggiungere nei dieci anni previsti. Ma proprio questo rende il dibattito prezioso. Perché una domanda fondamentale è stata posta a un intero popolo: quanto del nostro cibo vogliamo essere capaci di produrre da soli?

La domanda scomoda

E se la Svizzera, un Paese montuoso con superficie agricola limitata, può discutere seriamente di un obiettivo del 70%, cosa impedisce all’Italia di fare altrettanto — o addirittura di puntare più in alto?

L’Italia possiede montagne, pianure, colline e isole. Ha una biodiversità agricola tra le più ricche al mondo. Custodisce migliaia di varietà locali, sementi tradizionali, conoscenze contadine plasmate in secoli di storia. Eppure continuiamo a dipendere dall’estero per materie prime agricole fondamentali. Continuiamo a perdere ettari di suolo fertile a favore della cementificazione. Continuiamo a vedere terreni abbandonati e piccoli agricoltori costretti a chiudere.  Continuiamo ad assistere inerti allo spopolamento di intere comunità rurali.

Forse è arrivato il momento di porci un obiettivo nazionale. Non per chiudere l’Italia al mondo, come ci ripetono gli industriali, ma per renderla più capace di nutrire se stessa.

Cosa significherebbe, concretamente

Significherebbe recuperare i terreni agricoli incolti o abbandonati, 4 milioni di ettari (secondo i dati AGEA) che oggi equivalgono a circa un terzo della superficie agricola totale italiana, mentre importiamo ciò che potremmo coltivare. Ditelo ad Italmopa.

Significherebbe difendere il suolo fertile dalla cementificazione, riconoscendo che la terra non è un residuo del passato ma una delle più importanti infrastrutture strategiche del nostro futuro.

Significherebbe custodire e moltiplicare le sementi italiane, quelle varietà locali adattate ai nostri climi e ai nostri terreni, anziché dipendere da semenze industriali standardizzate.

Significherebbe rafforzare i piccoli e medi agricoltori, la spina dorsale di un’agricoltura sostenibile e di qualità.

Significherebbe costruire filiere territoriali corte, in cui un alimento non debba percorrere migliaia di chilometri quando può essere prodotto a pochi chilometri dalle nostre case.

Significherebbe creare cinture agricole, orti e frutteti intorno alle città, riconnettendo l’urbano con il rurale.

Significherebbe offrire una prospettiva di lavoro a tanti giovani che pur amando la propria terra sono costretti a scappare.

E dove le nostre condizioni agricole lo consentono — nelle pianure del Nord, nelle valli fertili del Centro, nelle campagne del Mezzogiorno — perché non puntare al 100% di autosufficienza per determinati prodotti?

Sovranità alimentare: che cos’è davvero

La sovranità alimentare non è isolamento. Non è protezionismo ottuso né ritorno a un passato idealizzato.

È sicurezza: la capacità di garantire cibo alla popolazione anche in situazioni di crisi internazionale o di perturbazione delle catene di approvvigionamento globale.

È libertà: la possibilità di scegliere cosa coltivare, come coltivare, quali alimenti portare in tavola.

È capacità di scegliere: non subire passivamente le logiche di mercato globali, ma costruire un sistema alimentare che rispecchi i nostri valori, la nostra cultura, le nostre esigenze.

E’ diritto dei consumatori a compiere una scelta consapevole d’acquisto.

La sicurezza alimentare non comincia negli scaffali del supermercato. Comincia dalla terra. Comincia dal suolo. Comincia dai semi. Comincia dalle mani di chi coltiva.

Una scelta politica e collettiva

E soprattutto comincia da una scelta politica e collettiva: decidere che l’agricoltura non è un settore marginale da lasciare al libero mercato, ma una questione di interesse nazionale. Decidere che la terra che abbiamo non è un residuo del passato, ma una delle più importanti infrastrutture strategiche del nostro futuro.

La Svizzera, con tutti i suoi limiti geografici e climatici, ha il coraggio di discutere un obiettivo del 70%. Noi, con la nostra biodiversità, la nostra varietà di climi e terreni, la nostra tradizione agricola millenaria, non possiamo nemmeno parlarne?

Una provocazione costruttiva

Granosalus lancia allora una provocazione costruttiva: perché l’Italia non può almeno discutere di un grande Piano nazionale per tendere alla massima autosufficienza alimentare possibile?

Un piano che:

  • Parta dalla mappatura dei terreni abbandonati
  • Investa nella ricerca agronomica
  • Sostenga la conversione all’agricoltura biologica e rigenerativa
  • Protegga le sementi tradizionali
  • Crei filiere eque, corte e mercati del contadino
  • Formi una nuova generazione di agricoltori
  • Garantisca vera trasparenza nei meccanismi di formazione dei prezzi

Forse la prossima grande rivoluzione italiana non nascerà nelle industrie di cibo sintetico, a cui puntano le multinazionali.

Potrebbe nascere da un seme.

🌱 Comincia dal suolo.

🚜 Comincia dalle mani di chi coltiva.

🇮🇹 Comincia da noi.

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