Coldiretti e le marce del Brennero: folklore giallo o politica agricola?

Tra sfilate mediatiche e veri problemi della filiera

Ogni primavera torna puntuale la scena: giacche gialle, palloncini, striscioni chilometrici, cori e selfie.
Al passo del Brennero, migliaia di agricoltori sfilano sotto la sigla Coldiretti contro il “falso Made in Italy” e contro le importazioni.
La denuncia è seria, sicuramente condivisibile — ma la modalità della protesta è diventata un rito di autoassoluzione, un teatro in cui si parla più di bandiere che di soluzioni reali.

Mentre i camion vengono fermati simbolicamente, le stesse regole che permettono di etichettare come “italiano” un prodotto confezionato in Italia con materie prime estere restano in vigore.
E Coldiretti, che vanta un ruolo di peso in ogni tavolo politico del settore, da anni non muove un dito concreto per cambiarle davvero.

Dalla denuncia alla complicità silenziosa

Che metà delle mozzarelle campane sia prodotta con cagliate tedesche e polacche non lo scopriamo oggi. Se ne approvvigionano anche altre regioni limitrofe.
Le cifre citate al Brennero — oltre 1,5 milioni di quintali di cagliate importate ogni anno — sono note da tempo agli uffici del Ministero dell’Agricoltura (MASAF), alle autorità sanitarie e agli stessi vertici Coldiretti.

Eppure, dietro le scenografie della protesta, la lobby agricola più poderosa d’Italia continua a sedere ai tavoli dove si negoziano PAC, fondi europei e norme sull’etichettatura, senza esigere un cambiamento radicale.
Così, mentre i dirigenti sfilano davanti alle telecamere con i cartelli “stop alle importazioni”, gli stessi gruppi finanziari collegati alla rete Coldiretti partecipano a operazioni e società che importano, trasformano e rivendono materie prime estere.

Proteste “a ore” e produttori sempre più soli

A ogni manifestazione Coldiretti porta in piazza migliaia di agricoltori veri, arrabbiati e disperati — ma appena spente le telecamere, tutto si ferma.
Nessuna battaglia parlamentare efficace, nessuna riforma del codice doganale, nessuna tutela reale del prezzo di origine (Cun del grano docet).

Gli agricoltori tornano nei campi con problemi identici, spesso aggravati dal peso crescente della burocrazia e dall’assenza di rappresentanza autentica.
I loro sacrifici finiscono sui cartelloni gialli, mentre le municipalizzate dell’organizzazione si trasformano in holding, società immobiliari o finanziarie.

La sensazione diffusa è che le proteste servano più a sedare la base che a smuovere il governo.
Una sorta di “valvola di sfogo istituzionale” utile a mantenere l’ordine interno e a lavarsi la coscienza.

Adesso c’è anche la nuova modalità di protesta con “gommone in mare”…ma le analisi sui contaminanti sono una specialità di Granosalus non di Coldiretti.

Il vero Made in Italy non si difende con gli slogan

Difendere il Made in Italy significa riformare le norme europee che consentono frodi d’origine, rendere obbligatoria l’etichetta di provenienza integrale e ristabilire la tracciabilità reale delle materie prime.
Significa anche potenziare i controlli doganali e introdurre sanzioni severissime per chi confonde il consumatore.

Ma su questi terreni Coldiretti appare spesso tiepida, se non silente.
La protesta di oggi e il sit‑in di domani non bastano: servono posizioni chiare, coraggio politico e indipendenza dalle logiche di potere e dai grandi gruppi industriali. Un coraggio e indipendenza di cui difettano anche tanti neo improvvisati sindacalisti minori…che sbandierano la loro libertà illudendo tanti poveri agricoltori ignari.

Dalla passerella alla coerenza

Coldiretti ha ancora una base enorme, composta in gran parte da piccoli e medi agricoltori che chiedono autenticità e giustizia.
A loro non servono passerelle mediatiche né finti blocchi al Brennero o escursioni sul gommone; serve una rappresentanza che vada oltre il folklore, che torni a difendere davvero chi semina, raccoglie e vive della terra.

Finché le mobilitazioni resteranno spettacoli periodici buoni per qualche titolo di giornale, il falso Made in Italy continuerà a prosperare — e con esso, la distanza tra chi parla in nome degli agricoltori e chi nei campi combatte per sopravvivere.

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