Piano da 10 miliardi per l’agricoltura: occasione o illusione?

Mettere in sicurezza l’agricoltura italiana

Cinquemila agricoltori in piazza, un coro unanime: “salviamo i campi prima che sia troppo tardi”.
L’iniziativa promossa da Coldiretti a Bologna ha portato sul tavolo del governo una proposta da 10 miliardi di euro per fronteggiare i cambiamenti climatici, i danni da siccità e le emergenze sempre più frequenti dovute all’instabilità ambientale.

L’obiettivo è ambizioso: mettere in sicurezza l’agricoltura italiana attraverso nuove infrastrutture idriche, coperture assicurative, fondi di risarcimento più rapidi e un vero “piano di resilienza nazionale”.
Ma la domanda è: basteranno i soldi — e la volontà — o siamo ancora fermi alle promesse?

L’acqua: il bene più prezioso e più mal gestito

Il dossier presentato a Bologna parla chiaro: negli ultimi anni la produzione agricola ha perso oltre 30 miliardi di euro tra grandinate, alluvioni e siccità.
Le campagne del Sud, quelle più vocate al grano duro e alle colture mediterranee, hanno subito cali fino al
40%.
Nel 2025 l’Italia ha affrontato un anno di piogge intense ma mal distribuite, con distruzione di raccolti da un lato e desertificazione dall’altro.

Costruire invasi, recuperare i bacini, riutilizzare le acque reflue depurate: tutte misure da tempo indicate come priorità assolute per la sovranità alimentare.
Solo che finora si è parlato molto, ma realizzato poco.

Le assicurazioni agricole: un lusso per pochi

Un punto del piano Coldiretti riguarda il rafforzamento delle coperture assicurative per i danni da eventi climatici.
Oggi, meno del 20
% delle aziende agricole è coperto da polizze contro rischi meteo, perché i premi sono troppo cari e i rimborsi arrivano tardi.
Servirebbe un fondo nazionale di garanzia, collegato a una rete di controllo pubblico‑privata, per non lasciare gli agricoltori soli — soprattutto nelle regioni più esposte, come Puglia, Basilicata e Sicilia. La Basilicata è ricca di dighe in cui il livello del fango ha ridotto enormemente la loro capienza.

Il peso economico e politico dei ritardi

Dal 2020 ad oggi, su oltre 2 miliardi destinati al settore irriguo dal PNRR, più di un terzo è ancora fermo tra progetti, gare e vincoli burocratici.
Eppure, proprio in queste zone si concentra il cuore della nostra filiera cerealicola: grano duro, olivo, pomodoro e uva da vino.
Senza un’azione decisa, il rischio è che l’Italia perda la sua leadership agricola e diventi sempre più dipendente dalle importazioni di grano e materie prime.

Il paradosso è che si parla di “transizione verde”, ma si trascurano le infrastrutture minime che servono davvero per rendere sostenibile la produzione: acqua, suolo e ricerca.

L’agricoltura del futuro: resilienza o rassegnazione?

Il presidente EttorePrandini ha ragione quando dice che ogni euro investito in prevenzione ne fa risparmiare sette in danni, peccato che non abbia mai proferito le stesse parole sul nostro grano salubre che fa risparmiare risorse al bilancio sanitario e danni alla salute rispetto alle miscelazioni con grani stranieri, che invece spesso presentano livelli alti di contaminanti.
Ma perché queste parole non restino slogan, il piano deve essere trasparente, condiviso e controllato.
La Coldiretti non può essere l’unico interlocutore: servono aziende agricole indipendenti, associazioni di produttori, consorzi irrigui ed esperti ambientali, non solo apparati burocratici.

Perché affrontare i cambiamenti climatici non significa solo chiedere risorse, ma anche cambiare modello di gestione, recuperando l’efficienza dei consorzi di bonifica, grosso problema nelle nostre regioni, la manutenzione del territorio e l’autonomia energetica delle aziende agricole.

Conclusione: sovranità alimentare e responsabilità

Il piano da 10 miliardi può essere una grande occasione per rimettere al centro l’agricoltura come bene strategico nazionale, ma solo se accompagnato da una visione chiara:

• acqua pubblica e ben gestita,

• territori curati e presidiati dagli agricoltori,

• catene del valore giuste, dove chi produce può davvero vivere del proprio lavoro.

Come GranoSalus ripete da anni, non c’è sovranità alimentare senza autonomia idrica, qualità del grano e rispetto del suolo.
E questa volta, non servono altri slogan ma scelte coraggiose e verificabili.

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