Il metodo delle candidature annunciate. E il nodo agricolo che nessuno affronta

C’è un tema che meriterebbe un dibattito pubblico serio e che invece viene liquidato in una serata, tra la presentazione di un libro e l’indicazione di un nome. Nella stessa occasione, a Matera, viene sponsorizzato l’ex Presidente della Regione Basilicata come prossimo parlamentare. La designazione è annunciata come un fatto compiuto. Agli elettori non viene chiesto nulla.

Non è una questione di persone. È una questione di metodo, e di merito. E su entrambi i fronti vale la pena essere chiari.

Il metodo: candidature decise altrove

In una democrazia rappresentativa, la scelta dei candidati passa attraverso i partiti, i territori, gli elettori. Nella prassi che si sta affermando, passa invece attraverso un annuncio. Un leader nazionale arriva in una regione, presenta il proprio libro e, tra una pagina e un applauso, indica chi dovrà rappresentare quella regione in Parlamento.

Questo metodo ha una conseguenza precisa: trasforma il territorio da soggetto a bacino elettorale. La Basilicata, secondo Calenda, non è un luogo con una storia agricola, industriale e sociale complessa che chiede di essere rappresentata, ma uno spazio da occupare con un nome già scelto altrove.

E c’è una domanda che nessuno pone: il nome indicato è stato discusso con gli elettori? È stato discusso con le categorie produttive? È stato discusso con chi, in questi anni, ha subito le conseguenze delle scelte politiche di quella storia amministrativa?

A queste domande non è stata data risposta. E l’assenza di risposta, in politica, è già una risposta.

Il merito: il nodo agricolo che non si può aggirare

Qui il discorso si fa concreto, e riguarda direttamente la filiera agricola meridionale.

L’indicazione riguarda un esponente della storia politica regionale della Basilicata. E quella storia, sul terreno agricolo, ha un passaggio di rilievo nazionale: la firma del trattato CETA con il Canada, di cui il fratello dell’indicato è stato primo firmatario in sede parlamentare.

Il CETA non è un dettaglio tecnico né una disputa accademica. È l’accordo che ha aperto contingenti preferenziali sul grano duro canadese — e il Canada è uno dei maggiori produttori mondiali di grano duro. Il risultato, per la cerealicoltura del Mezzogiorno, è stato un ulteriore fattore di compressione del prezzo della materia prima nazionale, in un contesto in cui la tracciabilità della filiera resta affidata quasi interamente alla documentazione cartacea e le clausole di salvaguardia per le produzioni mediterranee si sono rivelate largamente inefficaci.

A questo si sommano, sull’arco degli ultimi anni, le altre condizioni che hanno portato alla crisi attuale e alle proteste:

  • il sostegno accoppiato al grano duro del Centro-Sud fermo al 12,92% dei pagamenti diretti, con un tetto massimo di 102,86 euro per ettaro, e un taglio complessivo dei pagamenti diretti del 36% a regime;
  • la dipendenza crescente dalle importazioni di materia prima, con la “nazionalizzazione cartolare” del grano estero accertata in sede giudiziaria;
  • la CUN del grano duro nata con rappresentanza sbilanciata, senza i garanti previsti dall’art. 6 del decreto istitutivo, oggi oggetto di ricorso al Consiglio di Stato per cui il Ministero non ha ancora provveduto alla notifica;
  • il monitoraggio Ismea dei costi di produzione annullato dal TAR Lazio, su ricorso dell’industria molitoria, con la conseguenza che i produttori hanno perso il loro principale strumento di trasparenza;
  • il crescente divario tra prezzo all’origine e prezzo al consumo, con il valore aggiunto concentrato nelle fasi industriali e commerciali.
  • Negli anni ‘60 un agricoltore, vendendo al panificio 131,60 kg di grano, equivalenti a 100 kg di farina, veniva pagato con 100 kg di pane. Oggi, lo stesso agricoltore, vendendo gli stessi 131,60 kg di grano, riceverebbe in cambio solo 6,8 kg di pane.

Davanti a questo quadro, sponsorizzare l’erede politico di quella stagione senza spendere una parola su CETA, sui danni all’agricoltura meridionale e su cosa si intende fare per ripararvi significa trattare il Mezzogiorno agricolo come un dato elettorale, non come una parte del Paese con delle ragioni.

Le domande che vanno poste

Non chiediamo veti: non ne abbiamo titolo, e non è nel nostro metodo. Chiediamo risposte. E sono quattro domande semplici, che chiunque chieda il voto agli agricoltori del Sud dovrebbe affrontare apertamente.

Primo. Qual è la posizione di Calenda & Pittella sull’accordo CETA e sugli altri accordi commerciali — Marocco, Mercosur — che espongono le produzioni mediterranee a concorrenza non reciproca? Si intende chiederne la revisione, o l’attivazione di clausole di salvaguardia efficaci?

Secondo. Si intende sostenere un aiuto diretto al reddito per il grano duro del Mezzogiorno, dimensionato sui costi reali di produzione, o ci si limita agli annunci di contributi che si dissolvono in poche decine di euro per azienda?

Terzo. Si intende sostenere la revisione della CUN del grano duro — rappresentanza equa, nomina effettiva dei garanti, sede a Foggia — e la riattivazione del monitoraggio Ismea dei costi di produzione in forme partecipate?

Quarto. Si intende promuovere controlli sostanziali sull’origine del grano e dell’olio importati, mediante marcatori analitici, isotopi stabili e mappatura genomica, con obbligo di dichiarazione in etichetta a TUTELA dei consumatori?

Quinto. Si ha un’ idea dell’impatto sulla salute pubblica e sui bilanci sanitari dello Stato derivante dall’assenza di controlli?

Sono le stesse richieste che avanziamo da mesi con atti giuridici, istanze formali, proposte di legge e documenti depositati. Non sono rivendicazioni di parte: sono il contenuto minimo di una politica agricola seria.

La politica non è una presentazione

Il punto, in ultima analisi, è questo. La politica agricola si fa nei provvedimenti, nei bilanci, nei ricorsi, nei tavoli tecnici, nelle scelte commerciali internazionali. Non si fa nelle presentazioni di libri, dove i nomi si annunciano e le questioni scomode si lasciano fuori dalla sala.

Chi arriva in Basilicata a indicare un candidato senza dire una parola sui danni che quella storia politica ha prodotto sull’agricoltura meridionale, e senza indicare cosa intende fare per ripararvi, sta facendo una cosa sola: considerare il Mezzogiorno un territorio da rappresentare senza doverne affrontare le ragioni.

Gli agricoltori della Basilicata e del Mezzogiorno non chiedono un permesso da concedere o negare. Chiedono che, prima di essere incoronati, i candidati dicano cosa faranno. È il minimo che si deve a chi, da trent’anni, paga di persona le conseguenze delle scelte altrui.

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