Il grano del Canada e la nuova alleanza europea: indipendenza o resa?

L’Europa di Ursula Von der Leyen ha deciso: il Canada di Mark Carney sarà il primo “membro associato” dell’Unione. Un annuncio storico che suona come apertura strategica, ma che nasconde una minaccia concreta per l’agricoltura italiana. Perché se da Bruxelles si parla di sicurezza economica e muro contro Putin, nei campi di grano duro del Mezzogiorno si traduce in una sola parola: concorrenza sleale.

L’accordo CETA: i numeri del disastro

Il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) è in vigore dal 2017, sia pur in via provvisoria. I dati parlano chiaro:

• Nel 2019, dopo l’entrata in vigore del CETA, le importazioni di grano dal Canada sono aumentate di 7 volte nei primi quattro mesi rispetto allo stesso periodo del 2018

• Nel 2020 le importazioni di prodotti alimentari canadesi in Italia sono raddoppiate, con una crescita del 77% in valore

• Il grano e i cereali canadesi hanno registrato un balzo dell’82%

• Le importazioni di grano duro canadese hanno affossato i prezzi di quello italiano, nonostante un raccolto nazionale in flessione e un boom dei consumi di pasta 

Noi abbiamo più volte denunciato una “distorsione del mercato a netto favore dei prodotti importati”. E non è solo questione di volumi: è questione di regole.

Il grano canadese: stessi campi, norme diverse

Il grano canadese entra in Italia con un vantaggio competitivo che non ha nulla a che vedere con la produttività: ha a che fare con le norme sanitarie.

In Canada è consentito l’uso del glifosato in pre-raccolta, una pratica vietata o fortemente limitata in Italia e in Europa per i grani destinati al consumo umano. I produttori canadesi non devono rispettare i vincoli del Made in Italy, non pagano gli stessi costi di conformità, non affrontano la frammentazione dei piccoli appezzamenti tipici del nostro territorio. Inoltre il grano canadese è ricco di micotossine DON e di metalli pesanti (Cadmio e Piombo).

Il risultato? Grano canadese a prezzi più bassi che svuota il mercato interno, costringendo gli agricoltori italiani a ridurre la produzione o a chiudere. Quest’anno il prezzo al quintale — circa 20 euro in Sicilia e 25 euro in Puglia — viene considerato “amaro” dagli imprenditori, che si vedono costretti a tagliare la produzione, anche per via del crescente aumento dei costi (gasolio, fertilizzanti, etc)

L’ “Alliance for the Future”: più CETA o meno?

Von der Leyen propone ora un’“Alliance for the Future” con il Canada, un passo oltre il CETA verso uno “spazio comune di prosperità e sicurezza economica”. Insomma il primo ministro canadese porta il suo Paese in Europa. Tempi, modi e forme si vedranno dopo. Ma cosa significa concretamente per il settore cerealicolo?

Il CETA ha già:

• eliminato i dazi sul 91% dei prodotti alimentari e bevande europei in Canada

• aperto il mercato europeo ai prodotti agricoli canadesi con contingenti tariffari agevolati

• lasciato fuori dalla protezione molti prodotti sensibili, tra cui il grano duro

L’ “associate membership” ancora non è chiaro cosa voglia dire concretamente e giuridicamente, ma rischia di essere un CETA potenziato, con ancora meno barriere e ancora più importazioni. E se 10 Stati membri UE non hanno ancora ratificato il CETA, tra cui l’Italia, la proposta di Von der Leyen potrebbe incontrare resistenze — ma non dal fronte agricolo, che in Europa conta sempre meno.

La geopolitica contro il campo

L’argomento geopolitico è seducente: il Canada come alleato contro Trump e Putin, l’Europa che si rafforza, l’Occidente che si ricompatta. Ma la sicurezza alimentare non è meno strategica della sicurezza militare.

L’Italia produce circa il 60% del grano duro che consuma. Il resto viene dall’estero, principalmente dal Canada e dagli Stati Uniti. Una dipendenza che il CETA ha amplificato, non ridotta. E ora si rischia di renderla strutturale.

Mark Carney, ex governatore di Banca d’Inghilterra e banchiere di professione, guarda al mercato europeo come opportunità di espansione per il grano delle praterie canadesi. Von der Leyen guarda al Canada come ancoraggio transatlantico in un mondo che si frammenta. Ma nessuno guarda al contadino italiano che deve competere con regole diverse sullo stesso mercato.

La sovranità alimentare che non c’è

L’indipendenza dell’Europa è davvero messa in pericolo da potenze nemiche come la Russia? Nessuno, che non sia europeo, può pensare di determinare il nostro destino. Ma se l’Europa delega la propria alimentazione a soci “associati” che producono con standard più bassi, quale indipendenza è?

La vera autonomia strategica passa anche dalla sovranità alimentare: capacità di nutrirsi con le proprie risorse, proteggere le proprie filiere, difendere i propri agricoltori. Non è protezionismo: è coerenza. Non si può chiedere ai contadini italiani di rispettare norme ambientali, sanitarie e sociali stringenti, e poi aprire il mercato a chi quelle norme non le ha.

Cosa serve

1 Revisione del CETA con clausole di salvaguardia per i prodotti sensibili, primo fra tutti il grano duro

2 Parità di standard: nessun prodotto importato può entrare in Europa se non rispetta le stesse norme sanitarie e ambientali dei prodotti europei

3 Etichettatura obbligatoria di origine e metodi di produzione per il grano e la pasta, con tracciabilità completa e senza ambiguità sulle confezioni di pasta

4 Sostegno ai prezzi del grano duro italiano, con interventi di mercato quando le importazioni affossano i listini

5 Maggiori controlli sulle fatturazioni degli stoccatori e commercianti per evitare che il grano straniero sia nazionalizzato (con la complicità di qualche agricoltore senza scrupoli)

L’alleanza con il Canada può essere utile, ma non a scapito del pane degli italiani. La sicurezza economica di cui parla Von der Leyen deve includere anche la sicurezza del piatto di pasta. Altrimenti è solo un’altra sigla, un altro accordo, un altro colpo ai campi del Sud e alla salute dei nostri consumatori.

Please follow and like us:
Pin Share

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *