Dal grano al pane: i prezzi si moltiplicano, ma chi ci guadagna veramente?

Un furto a due facce

Prendete un chilo di grano. Pagatelo all’agricoltore 27 centesimi. Macinatelo, impastatelo con acqua e lievito, infornatelo. Quello stesso chilo, trasformato in pane, finisce sul bancone del panettiere a 3, 4, 5 euro, a seconda delle varie città.

La forbice? Più di 15 volte. Non è un errore di calcolo. È il sistema.

E non è nemmeno un fenomeno nuovo. È solo diventato insostenibile.

I numeri che non tornano

Da un chilo di grano si ottengono 800-900 grammi di farina. Aggiungendo acqua, si producono circa 1,2-1,3 kg di pane. La materia prima è la stessa. Il lavoro dell’agricoltore è il punto di partenza. Eppure:

  • Grano all’agricoltore: ~0,27 €/kg
  • Pane al consumatore: 3-5 €/kg
  • Incidenza del grano sul prezzo finale: scesa sotto il 10%

Il costo del grano nel pane è diventato una voce marginale, quasi un arrotondamento. Eppure è l’agricoltore a correre i rischi maggiori: la siccità, la grandine, i cambiamenti climatici, i costi dei carburanti, dei fertilizzanti, dei fitofarmaci.

Il resto della filiera? Sembra immune.

Il paradosso dei prezzi

C’è un altro paradosso, ancora più inquietante: i prezzi al consumo non sono mai calati, negli ultimi anni, nonostante la forte variabilità delle quotazioni del grano.

Quando il grano schizza, il pane “deve” adeguarsi. Quando il grano crolla, il pane resta lì, impassibile. È una regola non scritta ma ferrea: la volatilità si trasferisce solo in salita.

E le quotazioni? Dipendono dalle mercuriali, quei borsini locali che dovrebbero garantire trasparenza ma che spesso rispecchiano dinamiche opache, condizionate da pochi grandi operatori e da importazioni speculative.

L’agricoltore al lumicino

Nonostante i raccolti siano calati a causa dei cambiamenti climatici — con una disponibilità di prodotto italiano sempre più scarsa — il grano viene sottopagato. I compensi dei coltivatori sono tornati ai livelli di 40 anni fa. Molti non riescono nemmeno a coprire i costi di produzione.

Il risultato? Abbandono dei campi. Specialmente nelle aree interne, dove non ci sono alternative produttive. Dove il grano non rende più, il territorio si spopola. E la desertificazione avanza.

Un crack senza precedenti, alimentato da chi fa acquisti speculativi sui mercati esteri di grano da “spacciare” come pane Made in Italy. La nazionalizzazione è il nuovo sport dei commercianti di carte.

La dipendenza che uccide

Ecco il dato più allarmante: l’Italia è dipendente dalle importazioni straniere per il 72% del grano tenero e il 43% del grano duro (dati 2024).

Abbiamo smesso di coltivare il nostro grano. Abbiamo smesso di pagare chi lo coltiva. E ora importiamo grano estero, spesso di qualità inferiore, per produrre un “pane italiano” che non lo è più.

La sovranità alimentare del Paese è in pericolo. Non è un slogan. È un bilancio.

Chi ci guadagna?

Non l’agricoltore, che prende 27 centesimi.

Non il consumatore, che paga 3-5 euro per un prodotto che vale molto meno.

Qualcuno, in mezzo, incassa la differenza. Moltiplicatori di prezzo senza moltiplicatori di valore. Grandi distributori, industrie di trasformazione, intermediari, stoccatori, speculatori sui mercati internazionali.

E poi ci sono quelli che controllano le mercuriali. Quelli che fanno i prezzi senza produrre nulla, con la complicità di alcuni sindacati agricoli.

La domanda che non possiamo più evitare

Se il costo del grano è meno del 10% del prezzo del pane, dove finiscono gli altri 90 centesimi su ogni euro speso?

Perché il pane non scende mai, anche quando il grano crolla?

Perché chi produce viene pagato come 40 anni fa, mentre chi vende guadagna sempre di più e diventa pure latifondista?

E soprattutto: quanto ancora potremo permetterci di chiamarlo “pane italiano”?

GranoSalus continuerà a monitorare la filiera, a denunciare le anomalie e a chiedere trasparenza. Perché dal campo alla tavola, il percorso dovrebbe essere diritto. E invece è una spirale.

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